Sab, 25 Giu, 2022

La storia e le origini dei lavandai di Mappano in un'interessante conferenza nell'ambito del Maggio Mappanese

Un excursus storico sulla nascita di una professione nata lungo le rive del Po e approdata in paese a cavallo tra 8 e 900

Una serata ricca di storia e aneddoti sull’antica comunità dei lavandai di Mappano, è stata quella proposta venerdì scorso, dall’associazione storico-culturale “I Lavandè”, guidata dalla presidente Gisella Ferrando.

Iniziativa che si è svolta all’interno delle manifestazioni del “Maggio Mappanese”. Venerdì sera, una affollata sala Lea Garofalo del Municipio di Mappano, ha accolto gli interventi di Davide Aimonetto e Luigi Gennaro, dedicati al tema “Le origini dei lavandai di Mappano. Una storia fra integrazione ed accoglienza”. Presenti il sindaco Francesco Grassi, e numerosi cittadini e simpatizzanti dell’associazione.

La serata è stata anche il momento per il rinnovo delle iscrizioni all’associazione “I Lavandè”, che proseguirà nei prossimi giorni.

Soddisfatta per la presenza numerosa in sala, Gisella Ferrando, che ha annunciato per il prossimo futuro iniziative analoghe come questa. Il sindaco Grassi ha invece illustrato i simboli dell’antico labaro dei Lavandai del 1921, che ha molti tratti in comune con gonfalone che rappresenta ufficialmente la comunità locale.

 

Come ha ricordato Davide Aimonetto: «La storia delle origini di una parte della prima comunità mappanese, bisogna andare a cercarla in riva al Po, tra fine Ottocento ed inizi Novecento, e successivamente nell’area conosciuta come la Barca e Bertolla, porzioni di terreno ai margini di San Mauro, Torino e Settimo. Area attraversata ancora oggi da canali, bealere, fontane sorgive e naturalmente il grande fiume la fa da padrone, distribuendo capricciosamente piene ed alluvioni, ma fornendo anche l’elemento naturale per la sopravvivenza dei suoi abitanti: l’acqua».

Già nel 1600 si ha notizia della presenza stabile lungo le sue sponde del fiume Po di pescatori, barcaioli, mulini natanti che sfruttavano la forza idrica generata dal passaggio dell’acqua, e nel secolo successivo di renaioli, cioè cavatori di ghiaia, sabbia ed appunta rena, estratta dal fondale del fiume, materiale prezioso, utilizzato nei tanti cantieri che stavano cambiando il volto della città. Un mondo questo, che viveva ai margini della capitale sabauda. Spesso però in osmosi con essa. Un rapporto durato almeno fino all’800, ed interrotto solo con la nascita dei Murazzi.

Opera che serviva sì a contenere le piene disastrose del fiume, ma che in qualche modo chiudeva per sempre quel rapporto permeabile, quasi un diaframma, fra i torinesi e le sponde del loro corso d’acqua più importante. Fino ad allora fu un microcosmo di abitazioni sorte lungo le sue sponde, spesso malsane e fatiscenti, letteralmente addossate al fiume, in cui vivevano in condizioni igieniche molto precarie, numerose famiglie.

Eppure in questi luoghi per oltre un secolo, si sviluppò una fiorente attività oggi dimenticata: lavanderie a conduzione famigliare, i cui filari di bucato steso, caratterizzavano non solo il paesaggio del Moschino, ma la zona adiacente alla Gran Madre, giù giù fino a corso Moncalieri e la futura piazza Zara. Era un mondo dove non esisteva ancora la corrente elettrica e l’acqua in casa era un privilegio raro. Nacque così questa attività, a ridosso della città, sfruttando la presenza del fiume.

Il ceto medio torinese, ma la stessa borghesia, utilizzava questo servizio, poi ampliato a favore osterie, le locande, arrivando, in un secondo momento ad occuparsi di ospedali e alberghi cittadini. Ma con la costruzione dei Murazzi, un’opera che metteva finalmente in sicurezza le sponde del fiume, ed al riparo i suoi abitanti da rovinose inondazioni, si annullava per sempre quel sottile diaframma, fra un centro urbano ormai in espansione, e le sponde del suo fiume principale. Con la successiva distruzione del Borgo del Moschino, e la nascita dei Murazzi, la realizzazione di nuovi quartieri lungo corso Moncalieri, che sottraevano sempre più spazi e terreni a ridosso del Po, ma soprattutto per una serie di ordinanze comunali volte ad impedire lo sciorinare dei panni e l’asciugatura del bucato, per motivi di decoro, non solo lungo le aree adiacenti al Po, ma in tutte le vie cittadine, costrinse molte di queste famiglie di lavandai ad una silenziosa ma inesorabile migrazione.  Sarà il decreto comunale del 1935, che vietava, per motivi di decoro urbano, lo “sciorinare dei panni lungo i rii e nelle vie cittadine” e quindi anche sulle sponde del fiume, costrinse gli ultimi  lavandai ad una lenta ma progressiva migrazione verso le realtà periferiche di Barca e Bertolla. Migrazione che era già iniziata a partire dal 1860, quando sempre il Comune di Torino, approvò il Regolamento per gli stabilimenti insalubri incomodi e pericolosi, che causò l’allontanamento dei lavandai dalla città, ma soprattutto dalle sponde dei suoi fiumi.  Appena nove anni dopo, nel 1869, nella regione Bertolla, si ha già notizia di una Lega dei Lavandai. Ovvero una Associazione dei Lavandai, contadini ed operai di Bertoulla Torinese, per mutuo soccorso e istruzione, che arrivò a contare 226 soci nel 1885.

In realtà questa “Lega” non era una associazione professionale. Tanto meno una società operaia di mutuo soccorso. Era una specie di cooperativa, il cui scopo principale consisteva nel produrre e distribuire ai suoi soci, a prezzi convenienti, il detersivo detto “La Fènice”: un composto di soda caustica, soda solvay ed oglina, una sorta di detersivo ante litteram, usato efficacemente da tutti i lavandai.  Un’altra organizzazione simile, nata però a Mappano, fra i suoi principi statutari, avrà anche il compito di stilare un dettagliato prezziario, da applicare per il lavoro eseguito. Naturalmente le condizioni necessarie per poter continuare a svolgere questo lavoro erano essenzialmente due: la vicinanza alla città, dato che ci si spostava con carri particolari trainati da cavalli o muli, e la presenza naturalmente di acqua. La scelta cadde su un’area a nord di Torino, lambita dal fiume Po, ed attraversata da canali, rii e bialere per l’irrigazione dei campi. E Mappano offriva le condizioni ideali per tutto questo.

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