Lun, 16 Mag, 2022

Sciopero dei mezzi pubblici per l’8 marzo: quale utilità? Twitter contro un’iniziativa che ha messo in difficoltà le donne

La cronaca e i dati dicono che su tram, bus e treni le violenze non mancano: servono soluzioni concrete e costruttive, non braccia incrociate

Ieri, in occasione dell’8 marzo, a Torino, Milano, Roma e in tante città d’Italia i mezzi pubblici si sono fermati, contro la discriminazione di genere e molte piazze hanno visto manifestazioni e cortei.

Secondo quanto riportato dall’Unione Sindacale di Base, che ha aderito allo stop, tra le motivazioni dello sciopero la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere verso le persone LGBT, discriminazioni e molestie sui luoghi di lavoro, precarietà, sfruttamento, disparità salariale, part time involontari e licenziamenti.

bus sciopero

8 marzo vuol dire protesta, lotta, voci che si alzano per contrapporsi alla violenza, ma quali sono le modalità che più si addicono a questa circostanza? Manifestare o scioperare? Tra storia e contemporaneità, reale e virtuale

La manifestazione in piazza è uno strumento per far sentire la propria voce, sia che esprima dissenso sia che porti avanti istanze e, a meno che non sia violenta, in sé non è da condannare; al contrario è un diritto. La piazza diventa con il tempo un luogo di fermento culturale e politico e, al contempo, di affermazione ed emancipazione femminile. Tra le tante manifestazioni, la mente corre a quella dell’8 marzo 1972, forse perché, di fatto, è stata la prima della storia femminista italiana, a Campo de’ Fiori a Roma, quando le donne scesero in piazza per rivendicare la libertà di gestire il loro corpo e il diritto all’aborto. Da allora, le donne sono scese in piazza più e più volte per i loro diritti e per far sentire la loro voce: sul divorzio, sulla riforma del diritto di famiglia, sulle leggi sulla violenza contro le donne, sui consultori.

manifestazione donne

A dispetto delle intenzioni, vere o presunte, lo sciopero dei mezzi di ieri non ha sortito lo stesso effetto, e forse nemmeno ci si poteva aspettare che incrociare le braccia e decidere di non lavorare assumesse lo stesso valore; al contrario, non ha fatto altro che suscitare perplessità e proteste sull’iniziativa stessa, perché negare un servizio pubblico non significa battersi per una società più egualitaria, né tutelare le donne, ma metterle in difficoltà. Oltre alle singole persone che hanno manifestato disappunto “in privato”, il dissenso è dilagato anche sui social.

Ad esempio, su Twitter non hanno tardato a comparire commenti di protesta verso uno sciopero che non ha fatto altro che creare disagi alle persone pendolari, anche a tante donne. Ad esempio, un utente scrive, con una sottile ironia: «#sciopero dei mezzi #8marzo per il miglioramento delle condizioni delle donne sui luoghi di lavoro. Così le donne che usano i mezzi per andare al lavoro, dovranno fare i salti mortali per muoversi, senza sapere se riusciranno nell'impresa. Grazie, mi raccomando le mimose, eh».Ci sono anche commenti meno ironici, ma ugualmente diretti come questo: «Capisco che il motivo sia nobile ed è giusto protestare e farsi sentire, ma davvero pensiamo di risolvere il fenomeno della violenza sulle donne impedendo i trasporti pubblici e creando disagi alle persone pendolari? Si potrebbero creare molte altre iniziative #sciopero #8Mar».

sciopero bus 3

Ciò che serve urgentemente, accanto a scioperi e manifestazioni, è un’azione concreta, risolutiva e coerente, che porti benefici sul lungo periodo e rivendichi valori e ideali in ogni altro giorno dell’anno che non sia l’8 marzo. In caso contrario, lo sciopero non sarà più di una giornata di caos per le città e di “vacanza” per il personale in sciopero, tornando poi alla solita, raccapricciante, routine, fatta di violenza e disparità di genere.

Donne e mezzi pubblici: qualche dato su sicurezza e lavoro

Ieri molte città hanno creduto di stare dalla parte delle donne fermando i mezzi pubblici, ma, ironia della sorte, questi stessi mezzi non sono esenti dalle molestie e dalle discriminazioni. Allora, invece di fermarsi e portare avanti una protesta che, di fatto, non ha portato nulla di più e nessun aiuto costruttivo ai diritti delle donne, non sarebbe meglio provare a rendere i mezzi più sicuri?

Secondo i dati l'Istat (2018) il 75% delle donne nell'arco della vita ha subito molestie verbali o con contatto fisico, e nel 27,9% dei casi questo accade sui mezzi pubblici. Quante persone si spostano, soprattutto nelle grandi città, usufruendo del servizio urbano e suburbano? I casi di molestia in questi contesti non sono affatto pochi e nella maggioranza dei casi le vittime sono donne.

Uscendo per un attimo dal contesto italiano, la situazione non migliora: secondo uno studio del 2018 dell’Università di New York, le newyorkesi sono state molestate in metropolitana per il 75% più di frequente degli uomini; secondo la ricerca, questa tendenza non caratterizza solo New York ma diverse altre parti del mondo.

Tornando ai dati Istat, il 9,6% delle donne sceglie di spostarsi con i mezzi, seguendo spesso traiettorie non lineari, facendo spesso fermate intermedie dove i mezzi passano di rado e prendendo ripetutamente più autobus. Infatti, sono soprattutto le donne che percorrono la città per le attività più diverse, tra cui anche quelle di care giving che prevendono, ad esempio, accompagnare i figli a scuola, accompagnare gli anziani alle visite mediche, fare la spesa. Il Rapporto sulla mobilità degli Italiani, datato 2019, ci dice che, prima della pandemia, il primo motivo di spostamento femminile era la famiglia (43%).

Nonostante tutto, le donne fruiscono molto dei mezzi pubblici ma sono poco inserite nel settore della mobilità come lavoratrici, rispetto ai colleghi uomini. A livello nazionale ed internazionale è ancora ampia la disparità tra uomini e donne. Ad esempio, il genere femminile compone solo il 22% della manodopera nel settore, a cui accedono prevalentemente uomini. Inoltre, quel 22% femminile non si colloca in posizioni di rilievo ed è meno retribuita dei colleghi. Queste conclusioni arrivano dalle ricerche del Transport Innovation Gender Observatory, che avevamo presentato qui Torino aderisce a Transport Innovation Gender Observatory. Un progetto che pensa alla parità nel settore dei trasporti  - Non Solo Contro

Che cosa dire del treno? Appena tre mesi fa, sulla linea Milano-Varese si sono verificati due episodi di violenza fisica. La soluzione? Proporre vagoni riservati alle donne, affinché viaggino più sicure.  Non sarebbero più utili soluzioni concrete? Qualcuno potrebbe rispondere che è più facile a dirsi che a farsi, mentre c’è chi lo sta già facendo.

È il caso della campagna "Mezzi per tutte" contro le molestie e le violenze sui mezzi pubblici. Tramite dei sondaggi si raccolgono dati per fare il punto sulla situazione in cui versano varie città e, di conseguenza, mettere in campo soluzioni concrete. «Nasce dall’esigenza di mappare un problema assai frequente, ma troppo spesso sottovalutato e non preso in considerazione dalle istituzioni» ha spiegato a La Stampa Arianna Vignetti di Roadto50% che, insieme a NextStop, ha ideato il progetto. 

 Torniamo ai due episodi di violenza: stando alle ricostruzioni della Procura, la prima delle due ragazze sarebbe stata trascinata a forza in un vagone vuoto, ma pare che quelli attigui, né tantomeno le fermate del treno, fossero deserti. Tuttavia, nessuna delle persone presenti è intervenuta. Stando al racconto della ragazza, i due aggressori l’avrebbero anche costretta a scendere dal treno, tenendola braccata, ma nonostante questo, nessun intervento. I due aggressori sarebbero poi fuggiti e avrebbero tentato, poco dopo, di violentare un'altra ragazza nella sala d'aspetto di una stazione ferroviaria deserta, dove, almeno in un primo momento, non c’era anima viva a cui chiedere aiuto. Poi, la ragazza ha detto di essersi diretta verso la porta d’ingresso e di aver cercato di attirare l’attenzione di un passante urlando e cercando di divincolarsi dalla stretta degli aggressori. Ebbene? Altra storia di indifferenza: «Il ragazzo, visto l’uomo, si è staccato da me e ho approfittato per allontanarmi. Ma a quell’uomo non è importato nulla di quello che mi accadeva, anche se urlavo e mi divincolavo... tanto che non è entrato nemmeno nella sala d’attesa... Il mio aggressore si è diretto verso l’amico… Ho guadagnato l’esterno della stazione... e ho potuto chiamare il 112», ha raccontato.

Mediamente, poche persone agiscono davanti a casi di violenza come questi. Certo, non è una giustificazione, ma la psicologia sociale ha trovato un perché: si chiama Sindrome Genovese e prende il nome dal femminicidio di Kitty Genovese, accoltellata in strada nel 1964 negli Stati Uniti, immersa nell’indifferenza assoluta di decine di testimoni. Se in una situazione di pericolo sono presenti tante persone, ciascuno di noi tenderà a tutelarsi e a pensare che qualcuno porterà aiuto al posto suo; così facendo agisce anche per emulazione e non interviene se nessuno lo sta già facendo. La componente psicologica fa la sua parte, a cui probabilmente si aggiungono una sostanziale mancanza di empatia e attenzione e, di fatto, l’incapacità di intervenire senza peggiorare la situazione. Forse è proprio da qui, dalle risorse emotive e personali e dalle soluzioni concrete, che bisogna ripartire per contrastare la violenza.

 

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