Uniti per Cambiare non designerà un rappresentante nel nuovo Comitato. La capogruppo di maggioranza: «Mi fa sorridere leggere tante volte la parola confronto»
La Consulta per le Donne Borgaresi torna a dividere la politica locale. E questa volta lo scontro si concentra su una parola ripetuta da entrambe le parti, ma interpretata in maniera diametralmente opposta: confronto.
Una vicenda che si trascina ormai da mesi, dopo le dimissioni che avevano interessato il precedente Comitato di Coordinamento e la conseguente decisione dell'Amministrazione di mettere mano al regolamento.
Già nei mesi scorsi il Comune aveva parlato di una situazione di difficoltà nel funzionamento dell'organismo e annunciato la volontà di rivederne le regole. Il nuovo regolamento è stato poi approvato dal Consiglio comunale il 21 luglio 2026.
Ma quella che avrebbe dovuto rappresentare la ripartenza della Consulta rischia ora di aprire un nuovo capitolo dello scontro politico.
Il gruppo consiliare Uniti per Cambiare Borgaro e Villaretto ha infatti annunciato che non designerà alcun proprio rappresentante nel nuovo Comitato di Coordinamento.
Una decisione che il gruppo composto da Elisa Cibrario Roman, Luigi Spinelli e Mattia Stievano, precisa di non voler collegare a una contrarietà alle politiche di genere, quanto piuttosto al percorso seguito dall'Amministrazione per arrivare alla revisione del regolamento.
«L'intero iter – sostiene Uniti per Cambiare – è stato caratterizzato da una gestione che, a nostro avviso, ha ridotto al minimo il confronto, ha escluso la minoranza da un dialogo reale e ha trasformato un percorso che dovrebbe essere partecipato e condiviso in un passaggio meramente formale».
Parole pesanti, perché la contestazione non riguarda soltanto il risultato finale, ma direttamente metodo e merito dell'operazione.
Secondo il gruppo di opposizione, non esisterebbero quindi «le basi per una partecipazione seria, trasparente e rispettosa del ruolo dell'opposizione».
Da qui la scelta politica di lasciare vuota la propria casella nel Comitato.
«Non intendiamo avallare un processo che riteniamo sbagliato nel metodo e nel merito – afferma il gruppo –. La Consulta per le Donne è un organismo importante, ma deve essere costruita con spirito inclusivo, non come una struttura di facciata».
E la conclusione lascia aperta una domanda indirizzata direttamente all'Amministrazione: «Resta ora da capire se vorrà riaprire un confronto vero o se preferirà procedere con un organismo privo di una parte della rappresentanza politica cittadina».
Di Siena: «La parola confronto mi fa sorridere»
La replica della maggioranza non si è fatta attendere. E Roberta Di Siena, capogruppo della maggioranza, non usa mezzi termini.
«Mi fa decisamente sorridere questo comunicato stampa – afferma – soprattutto per il numero di volte in cui viene usata la parola confronto».
Ed è proprio sul terreno del confronto che la consigliera ribalta completamente l'accusa.
Secondo Di Siena, infatti, la revisione del regolamento sarebbe stata necessaria anche per allargare la possibilità di partecipazione della minoranza, dal momento che la precedente formulazione non prevedeva la presenza di uomini nel Comitato di Coordinamento.
Poi arriva il punto politicamente più duro della replica: dove era la minoranza quando si discuteva il nuovo regolamento?
«La revisione del regolamento è stata fatta in sede di Commissione 3 – sostiene Di Siena –. Ma all'avvio dei lavori il gruppo di Uniti non si è presentato per contribuire».
La consigliera allarga quindi la critica al comportamento tenuto dall'opposizione anche in Consiglio comunale: «Esattamente come fa nei Consigli: non esiste dibattito, quando qualcosa non piace loro, si alzano e se ne vanno».
Due ricostruzioni, dunque, che non potrebbero essere più lontane.
Da una parte Uniti per Cambiare sostiene che il confronto sia stato ridotto a un passaggio formale e denuncia l'assenza di un dialogo politico reale. Dall'altra Di Siena replica che gli spazi per partecipare sarebbero esistiti, ma non sarebbero stati utilizzati proprio da chi oggi ne denuncia la mancanza.
«Non vengano a parlare di metodo»
Ed è qui che il botta e risposta si fa ancora più acceso.
«Non vengano a parlare di metodo, merito e lavoro svolto – attacca Di Siena – perché non hanno la minima idea di che cosa voglia dire lavorare insieme».
Poi la frase destinata inevitabilmente a far discutere: «Se vogliono cambiare qualcosa hanno solo da partecipare. L'assenteismo è una forma di protesta che reputo vigliacca».
Un'affermazione molto dura, della quale Di Siena si assume evidentemente la responsabilità politica, e che porta lo scontro ben oltre la semplice composizione di una Consulta.
Una Consulta che riparte, ma la polemica resta
Il paradosso è che tutti, almeno nelle dichiarazioni, riconoscono l'importanza della Consulta per le Donne. È sul modo in cui quell'organismo debba funzionare e, soprattutto, sul percorso che ha portato alle nuove regole che maggioranza e opposizione continuano a dividersi.
La minoranza sceglie di non entrare nel Comitato per contestare un percorso che considera poco trasparente e insufficientemente condiviso. La maggioranza risponde che non si può reclamare maggiore confronto dopo aver scelto di non prendere parte alle occasioni nelle quali quel confronto avrebbe potuto svolgersi.
Ed è probabilmente questo il nodo politico della vicenda: si può protestare contro un metodo scegliendo di non partecipare agli organismi nei quali quel metodo può essere contestato e modificato? Per Uniti per Cambiare la mancata designazione rappresenta un preciso atto politico. Per Di Siena è invece la conferma di un atteggiamento di non partecipazione.
La Consulta, intanto, dovrà ripartire. Ma lo farà senza la rappresentanza di Uniti per Cambiare e con una frattura politica tutt'altro che ricomposta.
Dopo mesi di discussioni, dimissioni, revisione delle regole e polemiche, la questione che avrebbe dovuto chiudersi con il nuovo regolamento sembra dunque tutt'altro che archiviata.
Anzi, a Borgaro la Consulta per le Donne riparte, ma lo scontro sul “confronto” continua.