Qualità promettente ma produzione in forte calo. Nel Canavese, colpito dalla Popillia japonica, perdite al 50%. Sotto pressione un comparto da 752 produttori e oltre 5,5 milioni di bottiglie
La qualità potrebbe salvare l’annata in cantina, ma non i conti delle aziende.
La vendemmia 2026 parte nel Torinese con una produzione stimata in calo di circa il 20% e una perdita economica per il comparto che Coldiretti Torino valuta intorno ai 2 milioni di euro. Un conto che sale ulteriormente nelle zone del Canavese maggiormente colpite dalla Popillia japonica, dove la riduzione delle uve può arrivare al 50%.
Con la raccolta delle prime varietà bianche destinate alla spumantizzazione entra dunque nel vivo una vendemmia segnata da una contraddizione: meno grappoli, ma uve che si annunciano di ottima qualità. Intorno alla metà di settembre sarà poi la volta delle varietà rosse.
Il problema, quest'anno, non riguarda soltanto i volumi agricoli. Tocca direttamente la redditività di una filiera che in provincia di Torino conta 752 produttori vitivinicoli e oltre 800 ettari di vigneti, spesso inseriti in territori collinari e montani dove produrre costa di più e meccanizzare è più difficile.
Due milioni di valore che rischiano di sparire dalla filiera
«Per le nostre produzioni vitivinicole è stata un’annata davvero difficile», osserva il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici. Se le caratteristiche delle uve fanno sperare in un'ottima annata dal punto di vista qualitativo, è la quantità a preoccupare.
Il peso economico della flessione diventa ancora più evidente considerando il valore delle produzioni torinesi, molte delle quali a denominazione d'origine. Secondo Coldiretti, il minor raccolto potrebbe tradursi in circa 2 milioni di euro di valore in meno per il comparto.
La produzione attesa, una volta conteggiate le perdite, dovrebbe fermarsi intorno ai 65mila quintali di uva, dai quali potranno essere ricavate oltre 5 milioni e mezzo di bottiglie di vino.
Numeri che raccontano quanto la vendemmia sia molto più di un appuntamento agricolo: significa fatturato per le aziende, lavoro nelle cantine, occupazione stagionale, forniture, trasporti, ristorazione, commercio ed enoturismo. Quando diminuiscono i grappoli, quindi, l'effetto economico può propagarsi lungo tutta la filiera.
Siccità e caldo riducono la “produttività” dei vigneti
A presentare il conto è soprattutto il clima. Siccità e temperature elevate hanno rallentato il metabolismo delle viti già tra maggio e giugno, proprio nelle settimane decisive per lo sviluppo vegetativo.
Il risultato è visibile nei vigneti: acini più piccoli e grappoli meno compatti.
A pesare non è stata soltanto la scarsità d'acqua. Le viti hanno sofferto la mancanza di fresco e rugiada durante la notte, fondamentali per permettere alle foglie di recuperare turgore prima delle ore più calde.
Sono inoltre mancate le normali precipitazioni di giugno e, tra luglio e la prima metà di agosto, quei temporali moderati che possono fornire alle piante un apporto idrico prezioso senza provocare danni.
Il cambiamento climatico si trasforma così da questione ambientale a variabile economica: modifica rese, calendari, necessità di irrigazione, strategie di difesa e, inevitabilmente, costi aziendali.
Nel Canavese l'effetto Popillia: perdite fino al 50%
C'è poi un secondo fronte che rende particolarmente difficile la situazione nel Canavese: la Popillia japonica.
Il caldo anomalo ne avrebbe favorito uno sviluppo anticipato. Il coleottero ha così potuto attaccare le foglie ancora tenere quando le viti erano nella fase di piena crescita, indebolendo le piante e aggravando gli effetti dello stress climatico.
Nelle zone maggiormente infestate il calo produttivo può raggiungere il 50%, trasformando quella che nel resto della provincia è una vendemmia scarsa in un'annata particolarmente pesante per i bilanci delle aziende coinvolte.
Costi più alti e mercati incerti: la tenaglia sui produttori
La riduzione della produzione arriva inoltre in un momento delicato per il settore.
Secondo Coldiretti Torino, le imprese devono già sostenere costi di produzione crescenti, a partire da carburanti e materiali, mentre sul versante commerciale aumentano le incognite.
A preoccupare sono soprattutto le difficoltà dell'export, le conseguenze dei dazi sul mercato statunitense e un quadro internazionale che rende meno prevedibili domanda, prezzi e strategie commerciali.
Si aggiunge il dibattito sul consumo di alcol e vino, rispetto al quale Coldiretti chiede di distinguere gli abusi dalla cultura del consumo responsabile e dal ruolo storico del vino nella tradizione alimentare mediterranea.
Il rischio, dal punto di vista delle aziende, è quindi una tenaglia tra minori quantità prodotte e maggiori costi, mentre diventa più complesso difendere i margini attraverso il mercato.
La richiesta: investire per rendere i vigneti più resilienti
Per Coldiretti Torino, la vendemmia 2026 dimostra che non è più sufficiente affrontare siccità, caldo estremo e nuovi parassiti come emergenze occasionali.
L'organizzazione agricola chiede innanzitutto una revisione dei disciplinari DOC e DOCG alla luce delle nuove condizioni climatiche, insieme a investimenti nelle infrastrutture per l'approvvigionamento idrico.
Tra le priorità vengono indicati piccoli invasi nelle aree collinari, capaci di accumulare acqua quando disponibile e renderla utilizzabile durante i periodi siccitosi.
Per la viticoltura eroica di montagna vengono invece richiesti impianti di risalita meccanica e strumenti capaci di ridurre costi e difficoltà operative in territori dove pendenze e caratteristiche dei vigneti limitano fortemente la meccanizzazione.
Terzo capitolo, la ricerca. L'arrivo o la maggiore diffusione di insetti e patogeni favoriti dalle temperature più elevate rende necessario, secondo Coldiretti, accelerare sull'innovazione tecnologica e scientifica, tutelando allo stesso tempo la biodiversità viticola locale.
Il vino torinese davanti alla sfida della redditività
I numeri della vendemmia 2026 fotografano così un problema destinato ad andare oltre questa stagione.
Oltre 800 ettari di vigneti, 752 produttori e più di 5,5 milioni di bottiglie attese rappresentano un patrimonio agricolo, economico e territoriale che deve confrontarsi con condizioni produttive profondamente diverse rispetto al passato.
La buona qualità delle uve resta la nota positiva e potrebbe consentire alle cantine torinesi di portare sul mercato vini di livello elevato. Ma la qualità, da sola, non compensa necessariamente il reddito perso quando la produzione diminuisce del 20% o, nelle aree più colpite, addirittura della metà.
Ed è proprio questo il dato economico più significativo della vendemmia torinese 2026: il cambiamento climatico non è più soltanto un rischio futuro per il vino. È già una voce nel bilancio delle aziende.