Abbiamo ancora tutti nell’animo e negli occhi il periodo vissuto da gran parte del mondo che a partire dalla primavera del 2020 visse prigioniero del morbo per eccellenza del XXI° secolo, quel Covid-19 che ancora fa tremare le gambe al solo pensiero nel ricordare il dramma di un contagio che appariva impensabile all’alba del nuovo millennio.
Il valore della comunità nelle crisi sanitarie
Da quel momento molte cose sono cambiate, comprese alcune abitudini alle quali ci eravamo abituati e delle quali l’uomo ha da sempre bisogno: il non essere mai soli, cercare sempre e comunque di fare comunità, di non isolarsi, restare uniti in un’epoca dove l’istinto delle persone, attraverso le mille tecnologie a disposizione, di per sé è già indirizzato ad una esistenza indipendente da tutto e tutti, quasi a pensare che non occorre avere il conforto del vicino o del prossimo, tanta è la voglia di essere autonomo senza l’aiuto di nessuno, a volte neppure dei propri cari; non sempre è così, e la pandemia vissuta dall’umanità o meglio da quel “mondo civile” , quel modo di dire glamour che ci piace tanto come dizione intellettualmente modaiola ma che spesso fa a pugni con la cruda realtà dei fatti, ci ha sbattuto in faccia quello che per secoli è stata la regola del vivere comune, ovvero la consapevolezza che ognuno di noi ha bisogno del prossimo per poter affrontare le calamità cercando al fine di sopravvivere a se stessi.
Pandemie del passato: guerre, fame e malattie
Un esempio di questo tipo di pensiero ci è stato tramandato da un illustre piemontese vissuto a cavallo di quei secoli in cui le pandemie ed i contagi erano pressochè giornalieri, dove la gente comune oltre al problema della fame doveva confrontarsi con le guerre portate sul territorio da truppe straniere, mercenari senza pietà alcuna che per due parpaiole (antica moneta in uso nel Piemonte dell’epoca ), uccideva, scannava e stuprava chiunque osasse incontrare sul loro cammino, ma per maggior dolore popolare contagiava lo stesso con malattie terribili come la peste, il colera, il vaiolo e tanto altro ancora.
Fiochetto, il "medico della peste"
Chi era Giovanni Francesco Fiochetto
Giovanni Francesco Fiochetto: molti di noi conoscono questo nome che a Torino rappresenta una via nei pressi di Porta Palazzo, un tratto di strada dove da sempre le “corriere” partono ed arrivano portando giornalmente centinaia di persone da tempo immemore a lavorare, chi anche a conoscere per la prima volta questa antica capitale sabauda scendendo dalle vicine o lontane valli che circondano il limitare delle Torri Palatine.
Fiochetto era un medico divenuto famoso per due fatti ben precisi: il primo e più importante l’aver affrontato con coraggio e sagacia la tragedia della peste in Torino e nei territori limitrofi nel 1630, mentre la seconda è come lo stesso descrisse le vicissitudini patite dalla popolazione in un libro da lui scritto con puntigliosa memoria dal titolo “Trattato della Peste o sia contagio di Torino dell’anno 1630 descritto dal protomedico Gianfrancesco Fiochetto”.
All’epoca Fiochetto era una personalità molto importante nel panorama medico sanitario del Ducato di Savoia in quanto medico personale del duca Carlo Emanuele I che spesso seguiva nei suoi trasferimenti anche oltre frontiera.
Era nato a Vigone, un piccolo paese posto al limitare sud occidentale dell’odierna città metropolitana di Torino confinante con Cavour nel 1564, in quel Piemonte dove l’antica Augusta Taurinorum da circa un anno aveva acquisito
il titolo di capitale ducale, patrocinata e fortemente voluta dal figlio di Carlo “Il buono”, quell’Emanuele Filiberto che volle così spezzare l’antico cordone ombelicale sabaudo che da cinque secoli era stato legato alle sue origini francesi e di quei luoghi simbolo di Stato che partendo da Charbonniere arrivarono fino a Chambery nel cuore della Savoja.
Archiatra e protomedico: funzioni e responsabilità
Archiatra è il nome usato fin dall’antichità per configurare il medico personale del capo, del principe, del monarca e Fiochetto era colui che impersonava questa importante figura medico sanitaria al più alto livello: ancora oggi il medico personale del Sommo Pontefice è indicato come archiatra mantenendo così in uso la tradizione plurimillenaria di tale istituzione, precisando che anche gli ebrei ebbero modo di servire i Papi dal punto di vista medico in più occasioni.
Sul frontespizio del libro scritto da Fiochetto, il medesimo è citato come “protomedico”, una sorta di primario, specialista di una materia specifica, in un mondo in cui a malapena si distingueva un cerusico da un barbiere, titolati a curare tutto e forse niente in epoche in cui si moriva più facilmente per un salasso operato inopinatamente su corpi già di per sé debilitati da malanni sconosciuti ai più.
Ma all’epoca il “protomedico “ esercitava anche una importante funzione pubblica in quanto funzionario di Stato aveva il compito di valutare e vigilare che i colleghi o futuri medici avessero le doti e le qualità per espletare al meglio quei compiti di cura ed assistenza, anche nelle prime forme ospedaliere ove presenti, in un mondo in cui il sapere era limitato e la scienza era a volte vista come un misterioso miscuglio di strane alchimie che l’ignoranza del tempo spesso coniugava con riti stregoneschi che nulla avevano a che fare con la cultura e la ricerca medica.
Torino nel 1630: l’arrivo della peste
Appena giunto a Torino da un viaggio che lo aveva visto assistente del Duca, Fiochetto si trova immerso in un girone dantesco dove la tragedia umana ed il patimento fisico sono la normale quotidianità alle quali la popolazione si deve inchinare: la tanto temuta peste bubbonica era arrivata a lacerare le nostre comunità.
Di questo morbo si sapeva ben poco se non quello che tutti intuivano ma tacevano, cioè che essa arrivava là dove l’alto degrado igienico in cui le genti, in particolare in città ad alta densità di popolazione, erano costrette a vivere,
luoghi con fogne a cielo aperto, pochissima cura personale a causa di una multiforme povertà, antiche abitudini che permettevano ancora una diffusa sporcizia, alimenti spesso deteriorati dall’impossibilità di conservarli al meglio, dove ogni animale, non solo ratti e furetti, ma anche cani erano la causa di un contagio che non risparmiava nessuno, dove quel male di cui si nutrivano le pulci trasmettendolo agli animali ed all’uomo, faceva strage .
Il medico, allora sessantaseienne , vide morire di morbo la figlia ed assistette alla scomparsa a causa dello stesso male il duca Carlo Emanuele I di Savoia che rese l’anima a Dio in una torrida giornata il 26 luglio del 1630: il figlio Emanuele Filiberto, che morì anch’esso di peste nel 1624 all’età di 36 anni, era stato educato da Fiochetto nelle sue funzioni di pedagogo, trasmettendo allo stesso tutto il sapere che l’istitutore aveva nel suo personale bagaglio umano e tecnico, un prezioso patrimonio culturale e scientifico appreso anche all’università della Sorbona, al tempo la più famosa di tutta Europa.

Testimonianze dirette: l’apertura del Trattato della Peste
Ecco come il “Medico della Peste” apre il suo libro nel tentativo di descrivere le fasi della pestilenza che colpì la capitale del ducato sabaudo nel 1630 nell’originale scrittura dell’epoca da lui usata: «Poiche la Maestà Divina mi ha fatto grazia di vedere l’orrendo male, che ha afflitto la città di Torino e il suo territorio, oltre altri infiniti luoghi del Paese, e forastieri dell’anno 1630; mi è parso quindi descrivere, e esaminare , che morbo sia; in che genere d’infermità abbia luogo, qual sia sua natura, ovvero come si debba definire, e che nome le convenga».
L’origine della peste e la devastazione europea
Per meglio comprendere il patimento umano e fisico in quel frangente del medico che spesso si trovava impotente nel lenire le sofferenze degli appestati, occorre aggiungere che la peste, come il morbillo, il vaiolo ed il colera era considerata un vero flagello di cui però si conosceva ben poco: arrivava da molto lontano e con molte varianti dove la più cruenta è conosciuta come peste nera, pestilenza che arrivando dalla Mongolia verso la metà del XIV° secolo devastò tutta l’Europa uccidendo circa un terzo della popolazione stimata all’epoca in 45 milioni di persone abitanti il vecchio continente.
Misure sanitarie dell’epoca: lazzaretti e monatti
Il ripresentarsi in epoche successive della peste, costrinse le autorità a porre rimedi costanti, come la creazione dei lazzaretti ove ricoverare i malati isolandoli dal resto della comunità, investire uomini del gravoso compito di recuperare
i morti, compito che venne affidato ai condannati a morte o carcere a vita oppure semplicemente a chi era sopravvissuto dopo essere stato contagiato, quindi considerato immune a nuovi contagi: erano chiamati monatti, praticamente becchini della peste che avevano l’ingrato compito di spostare i corpi degli appestati per strada e nelle case; in particolari casi le stesse furono preda di questi loschi figuri che nulla avevano da perdere sapendo che la forca era forse meglio della stessa peste.
Il Consiglio della Sanità e le prime diagnosi
Continua il Fiochetto: «nel principi di questo male, spesso iddio permette che sorgano opinioni stravaganti, che mettono confusione nei Consigli (istituzioni pubbliche) come si legge essersi visto a danno dei popoli; così pure successe a noi, nel principio di questo contagio, mentre sedeva in quella città il Magistrato generale sopra la sanità, che si congregava in Casa del Gran Cancelliere Gio.Giacomo Piscina Capo d’esso: gli altri erano i seguenti, cioè; il Primo Presidente di Camera Fabio Argentero, Giuseppe Molino Primo Presidente del Magistrato straordinario, il Conte Antonio Ponte di Scarnafigi Gran Croce dè Santi Maurizio, e Lazaro; Amedeo Benzo Presidente del Senato…» seguono altre personalità istituzionali con incarichi specifici compreso il Maggiordomo di “Madama Cristina di Francia” meglio conosciuta negli anni successivi alla perdita del marito, il duca Vittorio Amedeo I, come prima “Madama Reale” e madre di due maschi: Giacinto morto in tenera età ed il più famoso Carlo Emanuele che subentrerà alla madre nella guida del ducato portandolo ad avere un posto di rilievo nel panorama politico Europeo ed in quello architettonico con la costruzione della Reggia della Venaria e di altre importanti strutture cittadine come l’ampliamento di Piazza San Carlo, il primo progetto del castello di Rivoli, le migliorie pensate per Palazzo Reale, il progetto di quella che tutti i torinesi conoscono come “piazza Carlina” che videro a quel tempo avvicendarsi architetti come Amedeo di Castellamonte, Guarino Guarini e che successivamente occuparono anche Filippo Juvarra.
Questo ci permette di capire anche il pragmatismo usato per il tipo di organizzazione straordinaria adottata all’epoca dalle autorità cittadine per affrontare e limitare il contagio: vale ricordare che il batterio chiamato Yersinia Pestis agente eziologico della peste fu scoperto solo nel 1894 da Alexandre Yersin, un medico francese ma di origini svizzere che isolò il responsabile della causa di detta pestilenza durante gli studi su di una pandemia scoppiata nel territorio di Hong Kong in quel periodo.
La sintomatologia risulta varia a seconda dell’origine della malattia, ma sono evidenziati nel testo di Fiochetto le piaghe che più incutevano terrore certificando il contagio della sventurata persona a cui toccava il martirio.
«Mentre questo Consiglio governava la Sanità pubblica, s’infermò nel mese di gennaio del 1630, Franceschino Lupo Calzolaro, al quale sopravenne una codisella (sintomo specifico battezzato in questo modo dai cerusici torinesi), della grandezza di un’ovo, del colore della cottica, due dita sopra l’inguinaglia dritta, (il batterio colpiva i linfonodi inguinali ed ascellari con formazione di edemi colmi di “sangue abbruttito” ), e un carbone (ulcera allo stato iniziale ) di colore cinericio nella schiena, quattro dita sopra i reni nella parte sinistra, vicino alla spinal midolla; sopra il che fu molto da disputare frà i Medici, e cirugici, congregati d’ordine di S.A. in casa mia, presenti Gio; Francesco Bellezia ed il procuratore Gio.Benedetti, allora Sindaci…di questi la maggior parte teneva per cosa certa , che il carbone non fosse carbone, e che il bubone or fosse venereo, or una relassazione del peritoneo, conforme l’inferno si andava
coprendo, ed il medico , che lo curava, spalleggiandolo, per non essere barreggiati, (pratica del rinchiudere, isolare); di modo, che ebbi molto che dire, e fare, acciò si barreggiassero, e non si dilatasse il Contagio».
Combattere il contagio era la cosa che più giustamente preoccupava i sanitari che cercavano con forza di isolare i casi accertati per evitare che il morbo si diffondesse incontrollato.

Superstizioni, paure e il mito degli untori
Terrore e superstizione si affacciano come aggravanti su di una pandemia di cui non si sa nulla, eccetto sapere che è fatalmente mortale! Appare all’orizzonte lo spettro dell’untore, un individuo che pare evocato dal diavolo in persona per diffondere la malattia.
Alessandro Manzoni che ripercorre la peste del 1630 in quella Milano amministrata dal governo di Spagna nel racconto delle traversie di Renzo e Lucia nel fortunato romanzo de “I Promessi Sposi”, traccia un quadro esaustivo della condizione di paura in cui viveva la popolazione che guardava al contagio come punizione divina cercando ad ogni costo un capro espiatorio: è questo il caso di un manipolo di sventurati esistiti veramente e che daranno lo spunto all’autore milanese per addentrarsi nel capitolo della “Colonna Infame”.
La Colonna Infame: un monito storico
Tutto nasce nell’estate 1630 in una sera di pioggia che cade spargendo lacrime tristi a bagnare quella Milano devastata dalla pestilenza: i vivi chiusi in casa mentre i morti giacciono prede della putrefazione nelle buie vie della città meneghina, molte abitazioni sono ormai vuote, i malati abbandonati o isolati.
Capita che una popolana, tal Caterina Trocazzani Rosa, il giorno venerdì 21 giugno, vede un uomo poi identificato come Guglielmo Piazza, percorrere i bordi delle case appoggiando il palmo delle mani sulle pareti e porte degli
edifici : l’uomo era un Commissario di Sanità del Ducato di Milano ed aveva il compito specifico di controllare parte delle case disabitate della zona e relative condizione di salute dei residenti incontrati, quindi un semplice funzionario intento a svolgere l’incarico che gli era stato affidato.
La donna denunciò alle autorità quello che lei credeva un untore, cioè un individuo intento a spargere intrugli venefici per favorire il contagio pestilenziale: il Piazza fu catturato ed imprigionato, interrogato sostenne che il motivo per cui
camminava rasentando gli edifici era quello di potersi riparare dalla pioggia in quel momento particolarmente copiosa; non fu creduto e sottoposto a tortura confessò ogni cosa volessero sentirsi dire gli inquisitori, tanto che tirò in ballo un presunto complice che gli aveva venduto un misterioso intruglio venefico con il quale ungere porte e finestre degli abitati milanesi: il presunto complice era un barbiere, tal Gian Giacomo Mora che anch’egli torturato ammise la colpa
coinvolgendo altre povere persone ignare della cosa.
Tutti furono condannati alla pena di morte, ma la sorte di Piazza e Mora fu sconvolgente per la modalità esecutoria perpetrata dai magistrati: il giorno indicato per l’esecuzione pubblica in piazza Vetra, vennero caricati su di un carro ,
attanagliati durante il percorso con pinze roventi, mozzata la mano destra e costretti al supplizio della ruota, una barbarie medioevale che consisteva nel legare il condannato ad una grande ruota di carro e spezzate tutte le ossa del corpo con una mazza ferrata, dopo di che incastrate le povere membra nei raggi della ruota, questa veniva alzata perché il pubblico potesse assistere allo spettacolo sottoforma di monito.
Dopo sei ore di agonia ai due condannati venne tagliata la gola mettendo fine alle loro sofferenze, i corpi bruciati e le ceneri disperse nell’attiguo canale che prendeva il none della Piazza in cui era venuto lo scempio. Una lapide a ricordo dell’episodio fu poi posizionata nella facciata della casa del Mora: quando essa fu successivamente distrutta, al suo posto venne edificata una colonna battezzata dai popolani come “infame”, distrutta anch’essa nel 1778.
Gli untori in Piemonte: testimonianze del 1599
A tal proposito vale la pena citare un passo del testo a cura del nostro in cui viene ricordata la pestilenza del 1599 con relative condanne rese a presunti untori nella città di Torino: «Nella peste passata del 1599, mentre governavano nel
Magistrato della Sanità què grand’uomini, e disinteressati Giudici, che non miravano ad altro, che al puro servizio di Dio, del Duca, e del Pubblico, altri cospirarono à gran danno del Popolo dieci otto, ò vinti venefici Savoiardj, Piemontesi, Napolitani, ed altri, tra uomini, e donne, che in diversi modi, questi ungendo le porte, quelli, cioè qualche Barbieri cavando sangue, applicando ventose, e facendo altre opere cò loro istromenti venenati d’infezione pestifera. Altri , come il Capitano Giovanni Marchetto Napolitano, al quale si dava gran credito pe la servitù fatta à S.A. in guerra, uccidendo gli ammalati con empiastri appestati, i quali rimetteva à domestici, con iscusa di non potere ritornare d’uno o due giorni, acciò applicassero eglino i medicamenti, con i quali si infettava tutta la fameglia. Scopertosi, come piacque a Dio, il venefizio, tutti furono presi, e condannati à morte, le donne tenagliate, e strangolate ad un palo, sopra un palco in Piazza Castello, gli uomini finalmente, come le donne, tenagliati sopra un carro dalle carceri Senatorie fino alla detta Piazza, dove sopra la Croce di Sant’Andrea posti vivi, se gli ruppero le gambe,coscie, e braccia, e coste, indi ancor vivi si posero sopra la ruota; finalmente se gli tagliò la gola; il Capitano Giovanni, si perchè era infermo della gotta de i piedi, come perché sé gli diede fuoco ai piedi,non potendosi sostenere, fu portato in Sedia fuor della Città per Porta Palazzo dove fu impiccato, poscia levatogli il capo dal busto, quello fu fitto sopra l’istessa forca, dove è stato molti anni, e il busto abbracciato. Questo meritato fine dal giusto giudizio di què misericordiosi giudizi, ebbero tutti què veneficj, cò i quali per grazia di Dio cessò anche il male».
Il caso di Margarita Torselina
Nel ricordare il passaggio della pestilenza nella comunità torinese di trent’anni prima, il Fiochetto si sofferma poi ad un fatto che vede protagonista nel 1630, una giovane donna accusata di propagare il morbo: «in questa Città nella peste del 1630, si sono parimenti scoperti certi venefici per via di una figliola semplice, ò semifatua, di nome Margarita Torselina pagata da qualche ribaldi, acciò ungesse le porte, la quale accusò un soldato della guardia, alla porta del Serenissimo Duca di Savoja, che per nome era detto Francesco Gugulier, che fù archibuggiato, (fucilato) ed abbruciato in Piazza Castello, sebben fosse appestato, e per il mal pestifero vicino à morte, fù, dico, fatto morire per sentenza del
Magistrato».
Erano questi i tempi dove ogni minimo dubbio nelle menti lacerate delle genti costrette a subire il dramma del morbo si trasformavano in gravi accuse molte volte infondate a scapito di poveracci, si affacciavano allucinazioni e false certezze con il solo scopo di trovare un responsabile a cui attribuire la colpa e far scontare la divina pena con lo scopo di purificare le anime al cospetto di Dio, quasi a voler chiedere un perdono divino per poter attenuare le pene inflitte dalle piaghe del corpo.
False certezze e nuove infezioni
Fiochetto da buon medico smentisce anche la teoria secondo la quale chi era guarito dalla peste nulla aveva da temere in avvenire dalla stessa, come riportato nel seguente brano: «alcuni credono, che chi ha una volta patito la peste,
possa liberamente, e con sicurezza conversare cò gli appestati, senza il pericolo di esserne più infetto, e perciò con questa fidanza, si sono ingannati colla perdita della propria vita; qual, trà molti, che si potriano scrivere, fù il Nodaro Gio; Michele Martini dè primi infetti, condotti al lazzeretto, e fidandosi di poter stare sicuro, tirato dal guadagno di ricever Testamenti, Donazioni, ed altri Instromenti, e Scritture, conversò trè mesi sano co gl’infetti de‘ quali gli nacque una codisella nell’inguine, della quale sanò, e mentre credeva altra volta star sicuro, glie ne venne altra dietro l’orecchio, che in breve tempo l’uccise».
Religione, morale e medicina nel XVII secolo
Un trattato di storia quindi che miscela pietà umana a rigide discipline che coinvolgono tutti in un labirinto di incertezze ed indecisioni frutto di deboli conoscenze scientifiche accompagnate da miti e credenze che in molti casi il
misticismo religioso e la paura della morte come punizione divina hanno contribuito ad alimentare a danno di tutti: è in questi frangenti che la mente umana elabora concetti che abbracciano un insieme di comportamenti nella speranza
possano servire per evitare i contagi, come incentivare l’elemosina al povero e preservare dalla lussuria il ricco, come riporta il Fiochetto nei suoi consigli: «L’elemosina poi estingue i peccati come l’acqua estingue il fuoco, ed oltre di questo se con buon ordine, e providenza di Magistrati sarà distribuita amplamente prima, e larghità di Particolari deffenderà il povero dalla penuria, la qual penuria spesso genera la peste.
Dal Digiuno vien scacciata la Crapula, causa di molte infermità, e della Peste in spezie, e quelli corpi, che non si faranno troppo repleti ne indeboliti con la lusuria, ne ammarciti nell’ozio superfluo molto più francamente si diffenderanno dalla Peste, che non faranno gl’altri, che averanno le contrarie condizioni».
Il “Trattato della Peste” inoltre contiene molte testimonianze, aneddoti, curiosità, consigli di come alleviare il male quanto più evitarlo con accorgimenti diversi nella speranza potessero esser di esempio al lettore per prevenire e curare le malattie infettive.
Un lavoro letterario che nei secoli successivi è stato un esempio concreto per studiare sia le fonti di propagazione delle pestilenze, sia l’importanza dell’igiene a supporto delle comunità per proteggere le stesse e creare una nuova
mentalità atta a configurare nuovi modelli di vita sostenendoli anche con una nuova visione rivolta alla cura della persona e dell’ambiente.
Consigli igienici e prevenzione nelle parole di Fiochetto
«Letame, fango, in somma ogni cosa fetida, e l’erbe putrefatte in quantità s’allontanino dalle abitazioni, e si schivino gl’aneliti puzzolenti di color , che spiran’ odor d’agli, cipolle, o altro zezzo, massime la mattina per tempo all’ora della prima Messa frà la moltitudine. In somma si procuri di tener netta la terra, e l’aria, e così in casa, come fuori, per tutta la città, e libera da puzze, e dà settori, quanto è possibile, con ogni cura, e diligenza».
Il testo originale del 1631 risulta essere assai raro a trovarsi ma alcuni anni or sono, per desiderio dell’editore piemontese Angelo Panassi, è stata ristampata in maniera fedele la riedizione del 1722 per meglio far conoscere al pubblico un
importante quanto drammatico tratto di storia che ha coinvolto il Piemonte e le sue genti.
Il valore dell’orazione secondo Fiochetto
«Per quanto tocca all’Orazione è da sapere, che quasi tutti i Scrittori di Medicina, quantunque non siano di professione Teologi, pure lodano l’Orazione, fatta con pura, e monda coscienza, avvisandoci, che la Peste è flagello di Dio, la cui ira ci bisogna placare, e scacciando gl’effetti immoderati nell’animo nostro indurre tranquillità, e pace».
Il 15 marzo 1633 il duca Vittorio Amedeo I concesse al Fiochetto la nobiltà e il 18 maggio dello stesso anno lo infeudò conte di Bussoleno, Castel Borello e Antignasco.
Continuò la professione medica ancora per molti anni, fece testamento nell’ottobre del 1640 e nello stesso mese due anni dopo morì all’età di 78 anni.

