Mer, 21 Gen, 2026

Giuseppe Avezzana, il patriota di Chieri che nel 1849 a Roma nominò generale Giuseppe Garibaldi

Giuseppe Avezzana, il patriota di Chieri che nel 1849 a Roma nominò generale Giuseppe Garibaldi

Quando si parla di Giuseppe Garibaldi, l’“eroe dei due mondi” e protagonista indiscusso del Risorgimento, il suo nome viene quasi sempre preceduto dal più alto grado militare. Un appellativo che evoca autorità, comando e carisma, ma che spesso lascia una domanda aperta: chi, come, dove e perché rese possibile l’ascesa del “Peppino” nazionale ai vertici della gerarchia militare?

Per rispondere, è necessario fare un passo indietro nel tempo, fino alla tarda primavera del 1849, a Roma. È qui che, per un breve ma intensissimo periodo, gli ideali di libertà e indipendenza, nati sotto il tricolore, portarono alla nascita della Repubblica Romana. Un’esperienza politica destinata a spegnersi rapidamente, ma capace di accendere gli animi patriottici di molti italiani, accorsi in armi per difendere una giovane istituzione democratica apertamente ostile al dominio papale.

Quel dominio, in quel frangente storico, era sostenuto militarmente dalla Francia di Napoleone III, determinata a ristabilire l’autorità del Papa. In questo contesto di scontro tra ideali repubblicani e potenze conservatrici, si inserisce il percorso che porterà Garibaldi a ottenere il comando supremo, segnando una tappa decisiva non solo nella sua carriera, ma anche nella storia dell’Italia che stava nascendo.

Giuseppe Avezzana, il generale che nominò Garibaldi

Giuseppe Garibaldi 1861Giuseppe Garibaldi

Fu proprio in quel breve ma intensissimo periodo della Repubblica Romana che un esule di grande prestigio, accorso a sostenere i patrioti impegnati nella difesa dell’italianità e delle libertà repubblicane, investì ufficialmente Giuseppe Garibaldi del grado di generale.
Quell’uomo era Giuseppe Avezzana, che subito dopo il suo arrivo a Roma venne nominato ministro della Guerra della Repubblica.

Ma chi era davvero Avezzana, figura oggi meno nota ma decisiva nella storia del Risorgimento?

Nato a Chieri il 19 febbraio 1797, Giuseppe Avezzana era figlio di Lorenzo, originario di Moncalvo, e di Caterina Molino. Ancora giovane seguì il padre a Torino, dove la famiglia si trasferì per avviare una piccola attività commerciale. Fin dall’adolescenza dimostrò un carattere forte, deciso e una naturale propensione al comando.

Nel 1812, appena quindicenne, si arruolò come volontario nella Grande Armée napoleonica, entrando come ussaro nel IV reggimento della Guardia d’Onore Imperiale. Destinato inizialmente a Strasburgo, prese parte l’anno successivo alla drammatica ritirata delle truppe francesi in Lorena, durante la quale si fratturò una gamba. L’infortunio lo costrinse a rifugiarsi prima a Nancy e successivamente a Milano.

Con la sconfitta di Napoleone e il conseguente ritiro delle truppe francesi dal Piemonte, Avezzana fece ritorno a Torino. Nel 1815, grazie all’intervento del padre, ottenne un incarico nell’esercito sabaudo. Tuttavia, il suo profilo di militare risultò subito atipico.

Avezzana non riconobbe mai la restaurazione burocratica e amministrativa sabauda, voluta da Vittorio Emanuele I dopo il rientro dall’esilio nel 1814, avvenuto con l’appoggio militare austriaco. Animato da uno spirito liberale e democratico, sostenne apertamente le idee rivoluzionarie di quella parte della borghesia — studenti e giovani militari in primis — che aveva assimilato quei concetti espressi poi nel Codice Civile dei francesi, noto come Codice Napoleonico. Un insieme di norme che per la prima volta in Europa facevano capolino parlando di uguaglianza, diritti e libertà di pensiero. Concetti atti ad abolire i privilegi dell’alta aristocrazia e della monarchia che si stava prendendo le sue rivincite politiche e sociali dopo la parentesi giacobina che aveva trovato terreno fertile in un Piemonte povero e disorientato.

I moti del 1821 e l’esilio di Avezzana

Giuseppe Avezzana fu tra i protagonisti dei moti liberali di Torino del 1821, schierandosi in prima linea con la convinzione che il principe Carlo Alberto di Carignano avrebbe accolto le richieste di una vera svolta politica. L’obiettivo dei rivoltosi era chiaro: aprire la strada a un sistema costituzionale capace di dare voce a quei giovani che, di lì a poco, sarebbero diventati la nuova classe dirigente del Paese. Avezzana, come molti altri, era persuaso che i tempi fossero maturi perché il popolo potesse diventare democraticamente padrone del proprio destino. Ma la storia prese tutt’altra direzione.

Il 13 marzo 1821, Vittorio Emanuele I abdicò in favore del fratello Carlo Felice, che in quel momento si trovava a Modena. In attesa del suo arrivo a Torino, la reggenza del governo venne affidata proprio a Carlo Alberto di Carignano. Il giovane principe, nel tentativo di mettere fine ai moti ed alla repressione attuata dal governo regio, promulgò uno statuto costituzionale ispirato a quello adottato in Spagna.

statuto albertinoStatuto Albertino

La mossa, però, ebbe l’effetto opposto. Carlo Felice reagì con estrema durezza: rifiutò di rientrare nella capitale, ordinò al nipote di abrogare immediatamente lo statuto, lo costrinse a lasciare Torino e lo relegò a Novara, in attesa di ordini che non sarebbero mai arrivati.

La repressione dei moti fu affidata al comandante Thaon di Revel. Molti giovani vennero arrestati e incarcerati; quelli appartenenti all’alta borghesia, i più fortunati, furono costretti alla clandestinità o all’esilio. Le condanne a morte si moltiplicarono — anche se poche vennero effettivamente eseguite — ma furono comunque sufficienti a svuotare il Piemonte di cospiratori e oppositori politici. Tra questi figurava anche Giuseppe Avezzana, allora capitano dell’esercito sabaudo, che dovette abbandonare la sua terra per sfuggire alla repressione. Come molti compagni di sventura, trovò rifugio in Spagna, dove infuriava la guerra tra realisti e repubblicani. Senza esitazione, Avezzana mise la sua spada al servizio dei repubblicani, proseguendo all’estero quella battaglia per la libertà che in Piemonte era stata soffocata con la forza.

Dalla Spagna all’America: la formazione internazionale di Avezzana

L’ardore ideale e la profonda coscienza di appartenere a una generazione in lotta per la democrazia, decisa a demolire gli antichi privilegi delle caste a favore del popolo, spinsero Giuseppe Avezzana a non arretrare nemmeno davanti al più amaro dei paradossi. In Spagna, infatti, si trovò a combattere contro lo stesso Carlo Alberto di Carignano, schierato a sostegno della corona iberica per restaurare l’assolutismo monarchico.

Avezzana mise seriamente a rischio la propria vita nella battaglia del Trocadero, combattuta il 31 agosto 1823, uno scontro destinato a diventare simbolico: proprio lì si consumò il definitivo ravvedimento politico di Carlo Alberto, che abbandonò ogni residua apertura liberale per riallinearsi ai principi della monarchia assoluta. 

Dopo tre anni di durissimi combattimenti, l’arrivo in terra iberica del Duca d’Angoulême segnò la fine delle speranze repubblicane. Le forze liberali vennero definitivamente sconfitte e, nei pressi di Murcia e Cartagena, Avezzana fu catturato. Rimase incarcerato per quaranta giorni e scampò alla fucilazione solo grazie all’intervento del console britannico, che ne ottenne la grazia.

Senza conoscere il proprio destino, Avezzana venne imbarcato su una nave che, dopo quattro mesi di navigazione, approdò a New Orleans negli Stati Uniti. Qui incontrò un altro piemontese, il medico Giuseppe Formento, originario di Bagnolo (allora citata in provincia di Saluzzo), che si prese cura delle sue gravi condizioni fisiche. Durante la convalescenza, Formento ebbe modo di conoscere a fondo il carattere inquieto, insofferente e profondamente attratto dall’avventura di Avezzana. Fu lui a suggerirgli di trasferirsi in Messico, e in particolare a Tampico, oggi una città di 270.000 abitanti, che all’epoca stava appena nascendo.

Avezzana non si limitò a vivere in quella terra di frontiera: contribuì attivamente a renderla una prosperosa cittadina, costruendo fabbriche, creando posti di lavoro e tessendo una solida rete di rapporti commerciali con banche di New Orleans, Filadelfia e persino  oltreoceano con Londra. Riuscì così ad amministrare attività economiche fiorenti, basate sull’estrazione dell’argento e sulla lavorazione del mercurio.

Battaglia di Tampico messicoBattaglia di Tampico (Messico)

Avezzana, generale del Messico

L’esperienza americana di Giuseppe Avezzana giunse a una svolta decisiva nel 1829, quando la Spagna tentò di riappropriarsi di quel lembo di territorio che aveva visto nascere e prosperare le sue attività. Un contingente di soldati spagnoli sbarcò sulle coste di Tampico, agli ordini del generale Barradas. La popolazione messicana reagì con decisione all’invasione e individuò proprio in Avezzana la figura capace di guidare la resistenza. Eletto capo del movimento di difesa, il patriota piemontese riuscì nell’impresa tutt’altro che semplice di respingere il nemico, infliggendo loro una sconfitta decisiva.

La vittoria, tuttavia, non evitò gravi conseguenze materiali: le fabbriche e le proprietà di Avezzana subirono danni ingenti. Proprio per riconoscenza verso il suo contributo militare e civile, il governo messicano decise di nominarlo colonnello dell’esercito, sancendo ufficialmente il suo ingresso nei ranghi delle forze armate nazionali. Circa tre anni più tardi, Avezzana fu nuovamente chiamato a difendere Tampico, questa volta nell’ambito di un conflitto interno che vedeva contrapposti i sostenitori del generale Bustamante e le forze governative guidate da López de Santa Anna.

La consacrazione militare di Avezzana in Messico

Sono anni difficili, ma decisivi, quelli in cui Giuseppe Avezzana riceve l’incarico di comandare la piazza militare di Tampico e le zone limitrofe, un’area vastissima che si estende per oltre venti leghe quadrate. È in questo contesto che emerge pienamente il suo talento strategico. Avezzana è infatti l’ispiratore del piano d’assedio della città di Vittoria. La battaglia, combattuta duramente all’interno dell’abitato, si conclude con una netta vittoria e con la cattura del comandante nemico, il generale Ignacio Mora. Un successo di grande rilevanza che gli vale la promozione a comandante generale dello Stato di Tamaulipas.

La sua carriera prosegue con un altro scontro decisivo: la battaglia campale del Gallinero, dove si trova nuovamente di fronte Bustamante, già sconfitto in precedenza e responsabile di aver messo in seria difficoltà le forze governative del generale Esteban Moctezuma. Ancora una volta, Avezzana ottiene la vittoria.

In seguito a questo successo, il governo messicano gli conferisce il comando generale dei tre Stati d’Oriente della Repubblica messicana. La campagna militare si conclude ai confini del Texas, nella città di San Luis Potosí, che all’epoca contava circa 60.000 civili. Qui si erano rifugiate le ultime forze avversarie che, dopo 22 giorni discontri, furono costrette ad arrendersi alle truppe guidate da Avezzana.

La lettera al padre: l’anima di un patriota

Di straordinario valore umano e politico è una lettera inviata da Avezzana al padre, rimasto in Italia, al termine di quelle operazioni militari. In poche righe emerge con chiarezza la sua visione della vita e della lotta:

«Mio caro padre, io vi accenno queste poche cose non per vanità, ma per accertarvi sempre più che la mia condotta fu sempre tale da conciliarmi la stima degli abitanti, fra i quali ho vissuto finora, e che i miei pensieri non furono mai volti ad altro che a difendere la libertà dè miei simili».

In queste poche righe è racchiusa l’essenza più autentica della personalità di questo piemontese che si sente in dovere di lottare per i diritti altrui anche in terra straniera, dopo gli insuccessi e le delusioni patite in patria.

Tra America e Italia: il ritorno di Avezzana alla causa nazionale

Nel 1834, lasciate Tampico e il Messico, Giuseppe Avezzana si trasferì a New Orleans, dove l’anno precedente aveva ritrovato il conterraneo Giuseppe Formento. Poco dopo si stabilì a New York, città che si rivelò più adatta allo sviluppo delle sue attività commerciali. Nel vivace ambiente newyorkese, Avezzana entrò in contatto con esponenti di primo piano della finanza e della società internazionale. Qui conobbe Maria Morrogh, ricca irlandese e figlia di uno scrittore, che sposò. Dal loro matrimonio nacquero sei figli. La serenità familiare venne però spezzata nel 1850, quando Maria morì tragicamente a causa di un incidente. Rimasto vedovo, Avezzana sposò la sorella di lei, Fanny Morrogh, dalla quale ebbe altre due figlie. Anche questo secondo matrimonio fu segnato dal dolore: la prematura scomparsa di Fanny lo lasciò nuovamente solo.

Queste vicende familiari si intrecciano con il progressivo ritorno di Avezzana in patria che non aveva mai smesso di pensare al destino dell’Italia, ancora divisa e in parte soggiogata sia dall’occupazione austriaca sia dal potere temporale papale.

Repubblica San Marco 1848Repubblica di San Marco (Venezia)

Per questo motivo quando nel 1848 giunse notizia dell’insurrezione di Milano contro l’esercito austriaco e, quasi contemporaneamente, della sollevazione di Venezia con la proclamazione della Repubblica di San Marco guidata da Daniele Manin, Avezzana decise di rientrare in Piemonte. Si mise immediatamente a disposizione dell’esercito sardo, ma giunse a Torino in un momento particolarmente critico: Carlo Alberto di Savoia era già stato sconfitto una prima volta dagli austriaci ed era stato costretto alla ritirata e alla firma di un armistizio, passato alla storia come Armistizio di Salasco, dal nome del generale piemontese incaricato delle trattative.

Nonostante l’amarezza di quella battuta d’arresto, per Avezzana si trattava solo dell’inizio di un nuovo impegno diretto nella lotta per l’indipendenza italiana, che lo avrebbe presto riportato al centro degli eventi decisivi del Risorgimento.

La riabilitazione politica e il ritorno in uniforme

Non è certo il momento di avanzare pretese verso una classe militare sconfitta e confusa, soprattutto se le richieste di reintegro provengono da un uomo come Giuseppe Avezzana: un ex ufficiale condannato a morte per insurrezione armata, colpevole di aver sostenuto i moti piemontesi del 1821 e di aver collaborato con i rivoluzionari liberali contro il potere sabaudo.

Il mese di novembre 1848 è un periodo molto particolare e decisivo per il destino di Avezzana. A Torino incontra personalmente Carlo Alberto, che lo omaggia della giusta considerazione, mentre il ministro Vincenzo Gioberti gli offre la carica di vice console regio a New York, nella prospettiva di stabilire rapporti commerciali con la  repubblica messicana, sfruttando anche l’amicizia personale che legava Avezzana al presidente Herrera.

Mentre attende la nomina ufficiale e si prepara a imbarcarsi nuovamente per gli Stati Uniti, una notizia improvvisa stravolge tutto. Il 19 novembre  Avezzana viene nominato generale e Capo di Stato Maggiore della Guardia Nazionale di Genova. Il 22 novembre raggiunge il capoluogo ligure e, il 28, il ministro Buffa lo presenta ufficialmente alla Guardia Nazionale, investendolo dei pieni poteri.

Avezzana indossa così di nuovo la divisa di ufficiale regio, questa volta con un incarico di alto profilo ma lontano da Torino. Quando, nella primavera del 1849, il Piemonte decide di rompere l’armistizio con l’Austria, resta a Genova, città dalla forte tradizione liberale. Qui esplode l’insurrezione popolare contro il governo sabaudo, subito dopo la disastrosa Battaglia di Novara. La sera del 23 marzo 1849, a palazzo Bellini, un Carlo Alberto stremato e sconfitto decide di abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Al giovane sovrano spetta l'arduo compito di incontrare il giorno seguente, a Vignale, il generale boemo-austriacoRadetzky per negoziare le condizioni della resa, che fortunatamente per il Piemonte non risultano particolarmente gravi: il territorio non viene occupato dalle truppe austriache, nonostante queste fossero già schierate nel biellese, pronte a marciare su Torino nel giro di poche ore. In questo fragile equilibrio politico e militare, Avezzana si ritrova ancora una volta al centro della storia, sospeso tra fedeltà istituzionale e ideali di libertà che non ha mai rinnegato.

Genova 1849: dalla rivolta popolare alla nomina di Garibaldi

Nei giorni successivi alla disfatta piemontese, a Genova si diffuse rapidamente la voce di un’imminente occupazione austriaca delle piazzeforti liguri, alcune delle quali situate in prossimità della città. Tanto bastò a far insorgere una parte della popolazione, esasperata da una decisione percepita come l’ennesima conseguenza della sconfitta militare del Piemonte, aggravata — secondo molti — dall’imperizia e dalla condotta tutt’altro che esemplare di diversi comandanti sul campo.

storia moti di Genova RisorgimentoMoti di Genova 1821

In questo clima esplosivo, Giuseppe Avezzana si ritrovò ancora una volta in una posizione estremamente scomoda: scegliere da che parte stare. I disordini cittadini degenerarono rapidamente in una vera e propria sollevazione popolare e, secondo il giudizio di numerosi autorevolipersonaggi politici e militari dell’epoca, il comandante della Guardia Nazionale finì per prestare il fianco ai rivoltosi. Avezzana si accompagnò a loro, come già aveva fatto a Torino durante i moti del 1821, guadagnandosi la fiducia degli insorti fino alla conclusione dei disordini. La rivolta venne infine repressa dall’intervento dell’esercito regio, guidato dal generale Alfonso La Marmora, che impiegò i Bersaglieri per ristabilire l’ordine in città. Disordini poi sedati dall’intervento dell’esercito regio, guidato dal generale La Marmora, che impiegò i Bersaglieri per ristabilire l’ordine in città.

Una nota di colore racconta anche una figura destinata a entrare nella cronaca nera più che nella storia militare: un bersagliere di nome Mottino, che dopo la battaglia di Novara si era dato alla macchia nelle campagne piemontesi, diventando un temuto bandito noto come “ël bersagliè d’Candia”, dal piccolo borgo del Canavese affacciato sull’omonimo lago. A metter fine alla sua carriera banditesca cipenserà il boia di Torino Pietro Pantoni  incaricato, alcuni anni dopo,  dal regio fisco di giustiziarlo al famigerato rondò della forca.

Per Avezzana invece le conseguenze furono immediate

Avezzana fu costretto ad abbandonare Genova, imbarcandosi su un vapore americano ancorato nel porto e dirigersi verso Roma. Qui si mise a disposizione degli insorti che, dopo la proclamazione della Repubblica Romana, stavano difendendo le proprie posizioni contro un imponente contingente francese inviato da Napoleone III a tutela dello Stato Pontificio e del papa Pio IX.

Appena giunto da Civitavecchia insieme ad altri esuli, Avezzana, forte del suo passato di valido stratega e organizzatore, fu nominato dai triumviri della giunta repubblicana, Ministro della Guerra e fu proprio grazie a questo incarico che gli consentì di nominare "Generale" Giuseppe Garibaldi, impegnato nella difesa delle postazioni repubblicane.

 Accanto ai protagonisti della Repubblica Romana

In quei drammatici frangenti della Repubblica Romana, Avezzana entrò in contatto con alcune delle figure più rappresentative del Risorgimento. Conobbe Nino Bixio e fu accanto a Goffredo Mameli nei suoi ultimi istanti di vita. Ebbe come compagni  di lotta Giuseppe Mazzini e Aurelio Saffi negli scontri contro i papalini a Villa Pamphilj, Palazzo Doria Pamphilj e Villa Corsini.

NIno BixioNino Bixio

Dopo innumerevoli peripezie che videro i rivoltosi repubblicani costretti ad abbandonare le loro posizione e ritirarsi oltre confine, anche Avezzana riuscì a salvarsi, ritrovandosi nuovamente esule.

 L’amicizia con Garibaldi e le ultime campagne

Fu così che Giuseppe Garibaldi e Avezzana, condannato a morte in contumacia per la seconda volta, salparono insieme per gli Stati Uniti e per alcuni anni furono fianco a fianco, sia nelle nuove imprese commerciali che i due avevano intrapreso, sia nel sostenere altri esuli italiani che avevano cercato rifugio nel nuovo mondo.

La loro amicizia durò tutta la vita e li vide nuovamente fianco a fianco nelle campagne risorgimentali. Nel 1860 parteciparono insieme alla decisiva Battaglia sul Volturno, scontro che, insieme all’assedio di Capua, consentì ad Avezzana di meritare la più alta onorificenza di guerra della corona piemontese: la la medaglia dell'Ordine Militare di Savoia.

Nel 1862 Avezzana fu riammesso per la terza volta nel Regio Esercito con il grado di generale, incarico che mantenne fino al 1866, anno del suo collocamento a riposo. Ma neppure questo gli impedì di essere nuovamente, lo stesso anno, al fianco di Garibaldi e patecipare allo scontro a Mentana dove l’esercito papalino ebbe la meglio sui garibaldini: in quell’occasione il contingente francese che combatteva a fianco delle truppe dello Stato Pontificio fu armato con i nuovi fucili a retrocarica chassepot, che alla fine risultarono decisivi per le sorti della battaglia, essendo in grado di sparare più colpi rispetto ai tradizionali moschetti ad avancarica in dotazione alle camicie rosse.

Avezzana si difende: la verità sui fatti di Genova

Accusato di essere stato uno dei principali responsabili della sollevazione popolare genovese della primavera del 1848, Avezzana respinse sempre con fermezza il ruolo che militari e stampa gli attribuirono. Secondo i suoi detrattori, egli sarebbe stato un sobillatore tenace in sfregio alla divisa che portava.

Lo dimostra ampiamente in una lettera indirizzata a un caro amico, che nel 1850 venne riprodotta integralmente dall’Almanacco Nazionale, supplemento statistico della Gazzetta del Popolo, quotidiano liberale nato il 16 giugno 1848 e stampato dalla tipografia Luigi Arnaldi di Torino.
Avezzana è appena sbarcato a Civitavecchia, e vuole subito spiegare come sono andati realmente i fatti di Genova.

«Avrai intesi i luttuosi casi di Genova , non so come ti saranno stati raccontati e forse in Piemonte avranno cercato di denigrarmi calunniando la mia condotta : io però ti giuro che la mia coscienza è tranquilla perché so di non aver fatto che il mio dovere; ho cercato di afferrare l’ultima ancora per salvare la nostra povera Italia; e se ebbi la disgrazia di non riuscire, certo non fu per mancanza di buona volontà. Io ti racconterò in succinto come andarono le cose . Appena si conobbe in Genova l’esito della battaglia di Novara e l’armistizio che ne fu la conseguenza, la popolazione si mostrò indegnata e non parve disposta a subir quel disonore. Eccitato dalle dimostrazioni popolari, io protestai: lo stesso fece il municipio; allora io ho tentato delle pratiche presso il generale De Asarta comandante della divisione onde procurare di tirarlo bel bello nelle mie vedute, che erano queste: trarre il corpo d’armata che era in guerra a non riconoscere l’armistizio; e dopo di aver rimosso certi ufficiali superiori ed operato il mio concentramento con la divisione lombarda ( Ramorino), uscire da Genova, e facendo un appello al patriottismo delle provincie piemontesi continuare la guerra all’austriaco. Le mie pratiche avrebbero avuto un esito felice se una classe di persone, non so se per malvagità o per ignoranza, spinsero troppo presto l’insurrezione , e così guastarono perfettamente il mio piano».

Novara, Ramorino e il peso delle responsabilità

Forse, in quel momento, Avezzana non si rese pienamente conto del dramma vissuto sul campo di battaglia di Novara dai soldati piemontesi, che furono sicuramente mal comandati da alcuni ufficiali. Tanto che uno di essi di cui lui stesso cita il corpo d’armata, fu trascinato di fronte al tribunale militare di Torino e condannato a morte tramite fucilazione avvenuta all’interno del piazzale della Cittadella:  il generale Ramorino, strano individuo già incaricato in precedenza da Mazzini di procurare una sollevazione popolare in Savoia, ma i danari a lui dati per questa operazione finirono sui tavoli da gioco dove lo stesso generale dilapidò l’intera somma, per cui la spedizione “patriottica” ebbe fine ancor prima di iniziare.

Girolamo RamorinoGiuseppe Ramorino

A Novara, Ramorino comandato a presidiare il territorio della Cava, lungo il fiume Ticino, disobbedì all’ordine trasferendo l’intero suo contingente sulla riva opposta, lasciando in questo modo via libera agli austriaci per penetrare
facilmente sul terreno di battaglia.  Questa scelta si rivelò decisiva per le sorti dello scontro, che si risolse drammaticamente a favore delle truppe austro-croate.

Il riconoscimento americano dopo l’esilio

Dopo la sconfitta subita a Roma per mano delle truppe papaline e dei loro alleati francesi, Avezzana fece ritorno negli Stati Uniti dove fu accolto con tutti gli onori riservati a una grande celebrità, a testimonianza della considerazione di cui godeva oltreoceano. I giornali americani diedero ampio spazio al suo arrivo, pubblicando resoconti celebrativi dai quali emergono frammenti particolarmente significativi.

Nella cappella gotica dell’Università di New York, alla presenza delle massime autorità cittadine, il capitano delle guardie italiane Longhi gli rimise la spada, indirizzandogli parole analoghe alla circostanza fra gli applausi sollevati da questo discorso

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 Ennesimo episodio di uomo supportato e confortato nell’animo da saldi principi e forti ideali, chenon trascurava mai di nasconderli al nemico, cercando di essere sempre coerente verso il proprio pensiero, senza mai dimenticare l’importanza del dialogo

A volte non basta per vincere le battaglie, ma sicuramente le guerre se mai sono servite a qualcosa, dimostrano da sempre che le armi non potranno mai sostituire il principio basato sulla mediazione:  la parola risulta l’elemento più prezioso per raggiungere l’agognato traguardo di una pacifica e civile convivenza.

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