Quando nel 1824 il museo egizio di Torino aprì per la prima volta le porte al pubblico, non esisteva ancora una guida cartacea pubblicata per presentare le tante meraviglie storiche esposte in questo sito.
Dal Canavese alle piramidi: la storia di Bernardino Drovetti
Il re di Sardegna Carlo Felice proprio nello stesso anno concludeva l’acquisto del più importante complesso privato collezionistico dedicato all’antico Egitto appartenuto fino ad allora ad un personaggio di straordinaria e feconda esistenza, uomo sicuramente più avventuriero che pensatore, ma che decisamente ebbe un ruolo fondamentale nel raccogliere, catalogare, collezionare e conservare con tenacia, tutto quello che egli riuscì a trovare in terra egiziana nel lungo periodo in cui, prima come soldato, poi come diplomatico al servizio della Francia, aveva avuto modo di esplorare una terra con una storia millenaria alle spalle e di cui si ignoravano le vestigia: l’uomo in questione si chiamava Bernardino Drovetti era nato a Barbania, piccolo comune immerso nei boschi del Canavese il 4 gennaio 1776.
Di famiglia benestante, il padre Giorgio svolgeva l’attività di notaio, Bernardino fu avviato verso una carriera amministrativa studiando legge alla Regia Università di Torino e laureandosi nel 1795. Ben presto lo spirito di avventura che Drovetti custodiva nell’animo ebbe la meglio sulle speranze di una tranquilla vita da burocrate nella quale speravano i genitori; videro il loro figliolo arruolarsi nell’esercito napoleonico e nel 1798 con il grado di capitano fare il suo ingresso in quella lontana terra arida e calda che avrebbe ospitato la campagna d’Egitto, una serie di scontri e battaglie ai confini del mondo, dal modo in cui era vista questa guerra che aveva travalicato i confini europei per arenarsi ai piedi delle piramidi.
Nominato nel 1803 addetto commerciale per i transalpini e dopo aver servito nell’Armata d’Italia, nel 1806 diventa viceconsole fino ad arrivare al grado diplomatico più ambito di console generale nel 1811. Drovetti fu abile e affidabile in tutti gli incarichi svolti negli anni e la caduta in disgrazia di Napoleone Bonaparte non offuscò la sua figura di rappresentante francese in Egitto, tanto che nel 1821 fu riconfermato nell’incarico di console generale dal re Luigi XVIII continuando la sua attività fino al 1829, anno in cui dovette ritirarsi dall’attività diplomatica al servizio della Francia dopo 30 anni passati quasi interamente nella terra dei faraoni a causa di più frequenti febbre malariche che minavano il suo fisico rendendo sempre più precario il suo stato di salute.
Le esplorazioni egiziane e la nascita della collezione Drovetti
Negli anni passati in Egitto, grazie alle sue capacità di intrattenere relazioni con tutti coloro che avvicinava compresi i vicerè del luogo, ebbe modo di visitare molti siti sepolcrali delle antiche dinastie egiziane ed in particolare a Tebe, sito che Drovetti esplorò in modo particolare e dal quale ricavò testimonianze che gli permisero di mettere a punto gli studi che in seguito gli consentirono di apprendere larghi tratti di storia egizia di antica memoria ed alla fine innamorarsi di tutte le vestigia che durante gli scavi iniziavano ad affiorare in superficie: molti di questi grazie ai buoni rapporti con le autorità locali furono da lui custodite e collezionate fino al 1824, anno in cui la prima e più corposa collezione comprensiva di miglia di pezzi (si parla ancora oggi di settemila e quattrocento reperti archeologici), venne acquistata per l’astronomica cifra di 400.000 lire piemontesi dal re di Sardegna e trasferite a Torino.
Quando la guerra divenne scoperta: l’Egitto di Napoleone
Nei tre anni in cui Napoleone fu impegnato su questo fronte extraeuropeo di guerra, l’esplorazione scientifica e storica dei monumenti dell’antico Egitto fu mandata avanti con grande solerzia e competenza, tanto che nel 1809 nacquero una serie di pubblicazioni dal titolo “Description de l’Egypte” redatte da circa 160 esperti che l’imperatore dei francesi volle al seguito delle truppe impegnate nella famosa campagna militare: non solo guerra quindi ma una sorta di spedizione nella spedizione, dove ad affiancare semplici soldati fanno l’apparizione scienziati, studiosi, archeologi ed esperti di antichità, nell’inebriante avventura di conoscere i tanti misteri di quei deserti ancora inesplorati.
Ad affiancare nell’opera letteraria anche duemila artisti e quattrocento incisori, un esercito parallelo di tecnici che viaggiarono per tutta la sua lunghezza la Valle del Nilo, un territorio che comprende l’attuale Egitto ed il Sudan fino ai confini nubiani, in cerca di reperti e testimonianze: il risultato fu un impressionante reportage pittorico che illustrava con vividi colori i luoghi ed i resti monumentali di una terra sconosciuta ai più, assieme ai suoi tesori nascosti e protetti dal tempo, una serie di racconti dettagliati che per quasi vent’anni fu pubblicata con grande riscontro di pubblico investendo anche la moda francese sia nel costume ma soprattutto nello stile del mobilio che introdusse molte figure dell’antico Egitto come ornamento sia ligneo che bronzeo negli arredi destinati alle ricche ed agiate famiglie che fin da subito adottarono lo “stile impero” con il suo uso di figure mitologiche degli antichi faraoni. La pubblicazione cessò nel 1829, lo stesso anno in cui Drovetti lasciò l’Egitto per la Francia.
Pionieri italiani dell’archeologia egiziana: Belzoni e Vidua
Negli anni precedenti altre due figure italiane di spicco ebbero una fondamentale importanza nel panorama archeologico egiziano, sono il padovano Giovanni Battista Belzoni, che lavorò al servizio della corona britannica ricalcando l’attività di ricerca di Drovetti con il quale ebbe un rapporto conflittuale, ed il piemontese Carlo Vidua, originario di Casale Monferrato, oltre ad essere un fervido esploratore e collezionista fu anche un bibliofilo, cosa questa che gli permise anche di compilare e produrre molta documentazione inerente ai suoi viaggi.
Drovetti e Champollion: la nascita dell’egittologia moderna
Il 9 marzo 1852 Drovetti muore a Torino e destino vuole che proprio in quei mesi viene redatto il primo catalogo del museo egizio della capitale sabauda: una delle scoperte più eclatanti del barbaniese è senza alcun dubbio un frammento di papiro fenicio (come lo descrisse Champollion durante una visita al museo di Torino nel 1828) battezzato “papyrus taurinensis” una scrittura in aramaico di sole due righe ove lo stile della scrittura quadrata ha assonanza con quella ebraica.
Drovetti ebbe modo di conoscere nel 1824 a Torino e collaborare con lo studioso che tutti definiscono il padre dell’egittologia, il francese Jean-Francois Champollion che all’età di 32 anni tradusse prima di ogni altro nel 1822 i geroglifici.
Figlio della rivoluzione francese, con in dono una grande memoria, all’età di 17 anni sostenne la tesi secondo la quale il copto derivava dall’antica lingua egiziana: dotato di una straordinaria intelligenza che gli aveva permesso all’età di cinque anni ad imparare a leggere da solo, raggiunti i 20 anni era padrone di molte lingue antiche imparate durante i suoi studi dedicati alle antiche civiltà egiziane ed i popoli ad esse collegate, cosa questa che gli permise di anticipare lo studioso inglese Thomas Young nel decifrare l’antica scrittura egizia che lo stesso studiava tentando di applicare alla “Stele di Rosetta”, una roccia di natura granitica che conserva incise due grafie di diversa natura: la stessa fu trovata dal capitano francese Bouchard sul delta del Nilo nel 1799 e la medesima fu oggetto di una disputa tra Francia ed Inghilterra su chi doveva conservare il reperto che dopo la sconfitta francese in Egitto fu trasportata a Londra e conservata
all’interno del British Museum nel 1802.
Orcurti e la memoria dell’Egitto antico tra storia e fede
Il professore e studioso di egittologia Pier Camillo Orcurti nel 1852 compila un catalogo illustrato dei monumenti egizi del Real Museo di Torino applicato al museo d’antichità ed egizio e pubblicato per ordine del Ministero d’Istruzione Pubblica, specificando sul frontespizio del testo la collocazione dei reperti, ovvero sale al piano terreno.
L’editore è la Tipografia Nazionale di G. Biancardi e compagni. Nella pagina d’introduzione possiamo leggere queste prime righe a supporto del lettore: "per apprezzar degnamente l’ampia collezione di antichità egizie del museo di Torino, è d’uopo conoscere l’importanza della storia d’Egitto, il luogo che essa occupa nella storia generale dell’umanità, e l’aiuto che essa può trarre dai monumenti. Della importanza di questa storia si farà tosto capace colui che
consideri le attinenze che essa ha quindi colla storia del popolo Ebreo, e quindi con quella dei Greci".
È questa l’occasione per l’autore di tracciare una breve sintesi della storia del popolo ebraico riguardante la permanenza dello stesso nell’Egitto dei faraoni che avevano ridotto in schiavitù la gran parte di esso, fino all’arrivo di Mosè che guidando la sua gente attraverso il deserto abbandonò l’ennesima terra a loro ostile. Non ci sono prove materiali che possano indicare, nel momento in cui Carlo Felice istituisce il museo, se la preparazione di un catalogo riservato ai reperti contenuti sia stata rimandata con lo scopo di non dare visibilità agli ebrei, evitando una qualsivoglia forma di memoria storica atta a ricordare la persecuzione millenaria da loro subita dopo che nel 1800 a.C. gli stessi furono costretti ad abbandonare Canaan a causa di una grave carestia per raggiungere il suolo egiziano.
Dal ghetto alla libertà: l’emancipazione ebraica
Il ghetto ebraico di Torino che all’epoca ospitava una grande e attiva comunità di persone che si erano integrate ormai da più di un secolo nel tessuto sociale cittadino non erano però scevre da pregiudizi che alteravano in parte la loro fama e di conseguenza la loro presenza era vista sempre con particolare sospetto.
Se da una parte Carlo Felice monarca conservatore legato ai vecchi principi di santa romana chiesa aveva di fatto ignorato la presenza ebraica nella capitale sabauda assieme a tutte le altre minoranze religiose presenti su tutto il territorio, fu il suo successore Carlo Alberto ad aprire ad una riforma giuridica ed al riconoscimento di alcuni diritti fondamentali atti ad integrare completamente gli ebrei nella vita sociale lasciando loro libertà di culto come riconosciuto anche ai valdesi delle valle occitane fino a quel punto relegati a vivere tra i monti del pinerolese. Nel momento in cui viene edito il catalogo di Orcurti di fatto il ghetto ebreo di Torino già non esiste più, quella barriera eretta nel lontano 1679 che separava il popolo eletto descritto nella Torah eretta nel centro di Torino indicata tra via Maria Vittoria, Bogino, principe Amedeo e San Francesco da Paola a raggiungere anche piazza Carlo Emanuele, era stato abolito nel 1848.
L’intreccio tra mondo egizio ed ebraico secondo Orcurti
Motivo per cui l’autore del catalogo nella sua presentazione dell’opera ricorda il tratto di storia ed i legami dell’antico Egitto ed il popolo ebreo nei passi che qui si ricordano: "Tralasciando la discesa d’Abramo in Egitto, a tutti è nota la migrazione della famiglia di Giacobbe, l’onore a che vi fu innalzato Giuseppe, la schiavitù sofferta dagli israeliti e la liberazione operata da Mosè, probabilmente sotto la XIX dinastia. Che sotto il regno delle dinastie XX e XXI gli ebrei o erranti nel deserto, o occupati a soggiogare i popoli della Cananea, non essendo ancora costituti in forte nazione, non ebbero comunicazioni di sorta con gli egiziani: dalla dinastia XXII sino alla fine della monarchia egizia, la storia delle due nazioni è talmente congiunta, che i dati dell’una servono a confermare e a correggere la cronologia dell’altra. Aggiungi che le due nazioni vissute l’una a lato dell’altra per circa 225 anni hanno molti riti e costumanze comuni. Tali sono per esempio la istituzione d’una casta o tribù sacerdotale, il pontificato ereditario in una famiglia, la circoncisione, la confessione negativa, i piani della proposizione, i cherubini che coll’ali spiegate velavano l’Arca dell’Alleanza, i quali si vedono in un bassorilievo riportato nell’opera "Description de l’Egypte" ecc. e l’uso di mettere sopra il capo di un capro od ariete i peccati del popolo. Inoltre se le due lingue non hanno tra loro quella conformità che altri credette di ravvisare, hanno tuttavia in comune alcune radici".
Il cammino dei popoli: la diaspora ebraica e l’enigma dei faraoni
Il libro in questione composto da 111 pagine ripercorre all’inizio la vita parallela di due popoli, uno scomparso, l’altro da sempre oggetto di diaspora, essenziale per comprendere i parallelismi non solo crittografici che hanno accompagnato fino ad oggi la storia dell’antico Egitto da una parte ed il cammino verso la salvezza degli ebrei: occorre aggiungere che le notizie secondo cui i faraoni furono la causa principale dell’allontanamento del popolo
ebraico dai territori egiziani, risultano solo in modo esplicito nella Bibbia, non trovando precisi riscontri storici nei reperti egizi fin qui ritrovati, quindi si suppone non confortati da scientifica certezza che il ruolo di Ramses II sia stato quello di aver provocato la riduzione in stato di schiavitù e la soppressione dei primogeniti di un popolo che numericamente stava crescendo notevolmente preoccupando quindi il potere esercitato dai faraoni minato a loro dire dagli ebrei che avrebbero potuto esercitare in futuro azioni atte a delegittimare la loro supremazia. Il figlio di Ramses II, il faraone Merenptah viene indicato come il principale oppositore di Mosè, mentre Thutmose III il faraone che visse e governò durante l’Esodo avvenuto attorno al 1448 a.C.. Naturalmente Orcurti, oltre a raccontare brevemente, ma con particolari precisi la nascita dell’egittologia, scienza che vede la luce durante la campagna napoleonica terminata dopo le sconfitte francesi dopo le battaglie navali di Abukir nel 1798 ad opera della flotta inglese comandata dall’ammiraglio Nelson e quella del 1801 ad opera questa volta della marina ottomana congiunta a quella della Gran Bretagna, ricorda anche la dispersione delle molte testimonianze sottoforma di manufatti egizi in quelle capitali europee che in seguito daranno forma a diversi settori museali dedicati a questi reperti: lo fa per al fine indicare la straordinaria importanza, anche se all’epoca non ancora percepita come oggi, della grande raccolta presente in Torino di quelle testimonianze giunte grazie a Bernardino Drovetti le quali saranno ricongiunte a reperti già presenti nella capitale ma non ancora studiati con dovizia anche per mancanza di studi specifici che solo ricerche future avranno modo di far scoprire i segreti custoditi da millenni da un popolo di cui si sapeva poco se non nulla riguardo alle proprie origini.
Dal sogno di Drovetti alla visione di Carlo Felice: il trionfo piemontese dell’egittologia
Ecco il brano in cui Orcurti sublima l’opera di Carlo Felice: "E qui il Piemonte si può meritatamente di dar vanto che non la cedette a nessun governo ed a molti entrò innanzi nella nobile impresa di promuovere questi studi. Già da quando erano rari i monumenti egizi in Europa, l’università di Torino possedeva nella collezione Donato alcuni monumenti pè quei tempi non ispregevoli. Tali sono per esempio il colosso di Ramesse II in granito rosa, una statua leontocefala della dea Pacht, oltre a molti scarabei ed altri oggetti di tal genere. Ma quando destatosi più ardente l’amore degli scavi e delle ricerche dei monumenti egizi, l’egregio sig. cav. Bernardo Drovetti, piemontese di nascita, e allora console generale di Francia in Alessandria, ebbe in vent’anni di diligenti e laboriose ricerche raccolta una grande quantità di tali monumenti, il governo piemontese seppe cogliere prontamente l’occasione di dotare il paese di questa ricca collezione, che ci è ora invidiata dagli stranieri, e specialmente dai francesi, i quali si dolgono che sia stata dal loro governo rifiutata. Comprata nel 1820, giunse a Torino nel 1824, e fu provvisoriamente collocata nelle sale dell’Accademia delle Scienze, finchè compiutosi il palazzo della Accademia, venne ordinata ed esposta nelle sale, in cui oggi si trova, dal conservatore cav. Giulio Cordero di S. Quintino, che sotto il nome di Reale Museo Egizio furono aperte al pubblico nell’anno 1831. Nel 1832 vennero trasportati gli oggetti egizi e greco-romani del museo dell’Università, riunendosi con i due musei in uno solo, che porta il nome di Museo d’Antichità ed Egizio. La cui direzione venuta alle mani dell’abbate Ignazio Barucchi, passò poi in quella del suo illustre nipote prof. Cav. Barucchi , che attualmente li regge. La sezione del Museo Egizio venne quindi accresciuta cò doni di alcuni privati e colla compera della collezione Sossio. Di tre collezioni consta adunque il nostro museo".
L’influenza di Maria Cristina nella nascita del Museo Egizio
Merita ricordare che una parte importante al fine della decisione di acquisire la collezione Drovetti destinata ad arricchire il comparto museale egizio già presente in Torino, fu espletata dalla consorte di re Carlo Felice, la principessa Maria Cristina di Borbone-Due Sicilie, che ebbe sempre a cuore l’arte e la cultura antica.
Dopo aver sposato l’ultimo discendente in linea diretta della dinastia di Casa Savoia nel 1807, Maria Cristina trasportò in Piemonte la sua passione rivolta all’antichità, tanto che ancora oggi si può ammirare nella sala tuscolana presso il castello di Agliè in Canavese, i reperti archeologici fatti giungere da Villa Tuscolana nei pressi di Frascati nel Lazio scoperti durante gli scavi operati da Luigi Biondi presidente della Pontificia Accademia di Archeologia che la stessa regina incaricò di eseguire.
Carlo Felice e Maria Cristina ebbero anche una parte importante nel restauro del castello di Govone, lavori che loro stessi diressero con passione e competenza.
Il Museo Egizio di Torino oggi: un’eccellenza mondiale
Oggi il Museo Egizio di Torino con una affluenza annua di visitatori che supera il milione di unità, con i suoi 40.000 pezzi presenti, è considerato il secondo sito al mondo per quanto riguarda la quantità e qualità dei reperti presenti, superato solo dal museo de Il Cairo.
Oltre ad alcune immagini relative al testo del 1842 redatto da Orcurti, sono presenti cinque stampe a colori dipinte in acquerello tratte dal testo “I costumi antico e moderno ovvero storia del governo” del 1820 composto da Giulio Ferrario con figure relative alle antichità dell’antico Egitto.

