Aeroporto di Caselle, Fava alza il muro: «Torino non diventi l’aeroporto di servizio di Milano»

Aeroporto di Caselle, Fava alza il muro: «Torino non diventi l’aeroporto di servizio di Milano»

Il presidente della Commissione regionale Trasporti annuncia audizioni urgenti a settembre sull’ipotesi SAGAT-SEA. E apre il processo politico alle privatizzazioni del passato

La domanda, ormai, non è soltanto se SAGAT e SEA finiranno per avvicinarsi, ma soprattutto chi comanderà il gioco e quale posto verrà riservato a Torino nella nuova geografia aeroportuale del Nord-Ovest.

È su questo terreno che Mauro Fava, presidente della II Commissione Trasporti del Consiglio regionale del Piemonte e consigliere regionale di Forza Italia, decide di alzare il livello dello scontro politico: a settembre la partita su Torino-Caselle dovrà entrare ufficialmente a Palazzo Lascaris.

Fava annuncia che proporrà all’Ufficio di Presidenza della Commissione la convocazione urgente in audizione dei principali protagonisti della vicenda, per fare luce sulle ipotesi di integrazione tra SAGAT, società che gestisce l’aeroporto Sandro Pertini, e SEA, gestore degli aeroporti milanesi di Malpensa e Linate.

Un passaggio destinato a trasformare quella che finora è stata soprattutto una questione societaria e industriale in un vero dossier politico regionale.

«La prospettiva di un’integrazione tra SAGAT e SEA non può essere affrontata sopra la testa del Piemonte e dei piemontesi», attacca Fava. Maggioranza e opposizioni, sostiene, dovranno conoscere progetto, eventuali accordi allo studio, investimenti previsti e soprattutto conseguenze per Caselle.

Milano al centro e Torino ai margini: il rischio che agita la politica

Il punto politicamente più delicato è proprio questo. Un’aggregazione potrebbe rappresentare un’occasione per aumentare massa critica e capacità competitiva, ma potrebbe anche produrre l’effetto opposto: rafforzare il sistema milanese assegnando a Torino una funzione subordinata.

Fava mette sul tavolo il rischio senza mezzi termini.

«Non siamo disponibili ad accettare un’operazione nella quale Torino entri dalla porta principale per poi scoprire di essere stata relegata all’uscita di servizio».

Per il presidente della Commissione, dunque, un’eventuale integrazione potrà essere discussa soltanto davanti a garanzie verificabili: più rotte, più investimenti, più passeggeri e salvaguardia dell’autonomia strategica di Caselle.

«Il rischio opposto è evidente: trasformare progressivamente Caselle in uno scalo funzionale al sistema aeroportuale milanese. Sarebbe inaccettabile». prosegue Fava.

Fava presenta il conto al centrosinistra

Ma la battaglia politica non guarda soltanto al futuro. Fava riavvolge il nastro e punta il dito contro le scelte compiute negli ultimi decenni dagli enti pubblici piemontesi.

Secondo il consigliere regionale, ciò che accade oggi intorno a SAGAT sarebbe anche la conseguenza di una stagione nella quale il pubblico ha progressivamente ridotto la propria presenza negli asset strategici del territorio.

Nel 2012, sotto l’amministrazione Fassino, il Comune di Torino cedette il 28% di SAGAT, scendendo dal 38 al 10%, per un corrispettivo iniziale di 35 milioni di euro. Nello stesso anno Palazzo Civico perfezionò anche la cessione del 49% di AMIAT e dell’80% di TRM, operazione da 155 milioni di euro.

La lettura politica di Fava è netta: il denaro incassato allora avrebbe avuto come contropartita una progressiva perdita della capacità di incidere sulle decisioni di oggi.

«Quando si vende non si incassa soltanto: si cede anche una parte della propria capacità di incidere sulle strategie future».

Da Fassino a Chiamparino, la ritirata del pubblico

La riduzione della presenza piemontese nella società aeroportuale non terminò con Palazzo Civico.

Nel 2017, durante la presidenza regionale di Sergio Chiamparino, Finpiemonte Partecipazioni cedette infatti l’intero 8% detenuto in SAGAT, facendo arretrare ulteriormente il peso pubblico piemontese nella società che gestisce Caselle.

Ed è proprio su questo passaggio che Fava costruisce uno degli affondi più politici del suo intervento.

«Le partecipazioni pubbliche strategiche non sono figurine da collezionare né beni da vendere per fare cassa. Sono strumenti attraverso i quali un territorio può difendere e indirizzare il proprio sviluppo. SAGAT ne è oggi la dimostrazione più evidente».

Il caso dell’aeroporto diventa così qualcosa di più di una discussione societaria: uno scontro tra differenti concezioni del ruolo della politica nelle infrastrutture strategiche.

Settembre caldo a Palazzo Lascaris

La Commissione Trasporti potrebbe quindi diventare già a settembre il luogo nel quale mettere finalmente sul tavolo numeri, strategie e prospettive.

Fava vuole sapere quale sarebbe il ruolo di Caselle all’interno di un eventuale nuovo sistema con SEA e, soprattutto, pretende che qualsiasi ipotesi industriale venga accompagnata da impegni concreti e vincolanti per Torino e il Piemonte.

Il messaggio è chiaro: non basterà sostenere che un soggetto aeroportuale più grande sia automaticamente un soggetto migliore. Palazzo Lascaris dovrà capire chi guadagnerà peso e chi rischierà di perderlo.

«Il Piemonte non sarà la periferia aeroportuale della Lombardia»

Ed è proprio qui che Fava traccia la linea rossa.

«Prima di parlare di fusioni bisogna stabilire quale futuro vogliamo per Caselle. Il Piemonte non può accettare di diventare periferia aeroportuale della Lombardia e Torino non può diventare lo scalo di servizio di Milano».

Se l’integrazione dovesse significare una progressiva subordinazione di Torino al sistema lombardo, Fava annuncia «la più ferma opposizione». Se invece esiste un progetto in grado di rendere Caselle più forte, la richiesta è altrettanto semplice: portarlo in Commissione e dimostrarlo con numeri, investimenti e garanzie vincolanti.

Perché dietro SAGAT e SEA non si gioca soltanto una partita tra società aeroportuali. Si decide qualcosa di molto più politico: se Torino entrerà da protagonista in un sistema aeroportuale più grande o se, dopo aver progressivamente venduto le proprie quote, il Piemonte rischierà ora di perdere anche il controllo sul proprio cielo.

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