“I ribelli di Santa Libera”, la Resistenza dopo la Liberazione: Laurana Lajolo racconta l’insurrezione dimenticata del 1946

“I ribelli di Santa Libera”, la Resistenza dopo la Liberazione: Laurana Lajolo racconta l’insurrezione dimenticata del 1946

A ottant’anni dai fatti, Baima & Ronchetti Editore riporta in libreria una pagina poco conosciuta del dopoguerra piemontese

I ribelli di Santa Libera di Laurana Lajolo - Editrice Tipografia Baima-Ronchetti - 190 Pp. - 17,10 Euro

La guerra era finita, il fascismo sconfitto e l’Italia aveva appena scelto la Repubblica. Eppure, nell’agosto del 1946, sulle colline piemontesi alcuni giovani partigiani decisero di riprendere le armi. Non per nostalgia della guerra, ma perché convinti che gli ideali per i quali avevano combattuto rischiassero di essere traditi proprio nel momento in cui nasceva la nuova democrazia.

È una pagina complessa e ancora poco conosciuta della storia italiana quella raccontata da Laurana Lajolo in I ribelli di Santa Libera – Storia di un’insurrezione partigiana – Agosto 1946, pubblicato da Baima & Ronchetti Editore nella collana “Piemontesi – Storie e memorie”.

A ottant’anni da quei fatti, il volume acquista un valore che va oltre la ricostruzione di un episodio locale: diventa una lente attraverso cui osservare le contraddizioni dell’Italia appena uscita dalla guerra, sospesa tra gli ideali della Resistenza, le necessità della ricostruzione e gli equilibri politici e internazionali destinati a segnare il dopoguerra.

Santa Libera, quando alcuni partigiani tornarono sulle colline

È il 20 agosto 1946 quando un gruppo di giovani partigiani astigiani riprende le armi e stabilisce il proprio comando a Santa Libera, frazione di Santo Stefano Belbo, nelle Langhe cuneesi.

Alla base della protesta c’è un malcontento che attraversa una parte del mondo resistenziale. Poche settimane prima, il 22 giugno, è stato emanato il provvedimento di amnistia destinato a incidere profondamente sul difficile processo di pacificazione nazionale del dopoguerra.

A fare esplodere la protesta contribuisce inoltre la sostituzione del capo della polizia ausiliaria di Asti, nelle cui file erano entrati alcuni ex partigiani, con un ex ufficiale della polizia dell’Africa orientale.

A guidare gli insorti è Armando Valpreda, già combattente in una Divisione di Giustizia e Libertà e segretario provinciale dell’Anpi di Asti.

La situazione diventa rapidamente delicatissima. Quella che agli occhi dei protagonisti rappresenta una protesta in difesa dei valori della Resistenza può essere interpretata dallo Stato come un’insurrezione armata.

E l’Italia del 1946 è un Paese nel quale le ferite della guerra civile sono tutt’altro che rimarginate.

Un libro nato dalle testimonianze dei protagonisti

Uno degli aspetti più interessanti di I ribelli di Santa Libera è il lungo lavoro che sta dietro alla ricostruzione.

Lajolo iniziò a occuparsi della vicenda nel 1984, in occasione del convegno “Contadini e partigiani” promosso dall’Istituto per la storia della Resistenza della provincia di Asti.

La vicenda, racconta l’autrice, era rimasta a lungo sostanzialmente sotto traccia. La conclusione pacifica della protesta e l’impunità concessa agli insorti a condizione del ritorno alla normalità avevano contribuito, insieme a ragioni politiche e alla necessità di tutelare i protagonisti, a circondare Santa Libera di un lungo silenzio.

Fondamentale diventa allora il rapporto con Armando Valpreda e con gli altri ex partigiani.

«Ho dovuto acquisire la fiducia di quei partigiani», spiega Lajolo, ricordando il delicato lavoro necessario per accedere ai documenti conservati dai protagonisti e mettere le loro memorie personali a confronto con le fonti storiche.

Soltanto dieci anni dopo l’avvio della ricerca sarebbe arrivata una documentazione sufficiente per la pubblicazione del volume, avvenuta nel 1996.

È proprio questa stratificazione di testimonianze, biografie e ricerca documentaria a rappresentare uno dei punti di forza del libro.

Chi erano davvero i “ribelli”?

La domanda attraversa inevitabilmente tutta la narrazione: chi erano quei ragazzi che, a guerra conclusa, decisero di tornare armati sulle colline?

Nella lettura proposta da Lajolo emerge soprattutto la loro dimensione morale.

Erano giovani che ritenevano ancora incompiuti gli ideali della Liberazione e guardavano con inquietudine alla reintegrazione degli ex fascisti nelle istituzioni. Non comprendevano, o non accettavano, le mediazioni che la politica stava imponendo nella costruzione della nuova Italia repubblicana.

«Agirono quindi per l’impulso morale di rivendicare i diritti non ancora riconosciuti dei partigiani», osserva l’autrice.

Ed è forse qui che I ribelli di Santa Libera trova la sua dimensione culturalmente più interessante. Il libro non costruisce un’epopea tardiva della Resistenza e non trasforma automaticamente la ribellione in un gesto politicamente lungimirante.

Al contrario, mette in scena il difficile passaggio dalla guerra alla democrazia: il momento nel quale la radicalità morale della lotta clandestina deve confrontarsi con compromessi, istituzioni, diplomazia e rapporti di forza.

Il rischio di una nuova guerra civile

La protesta di Santa Libera non rimase isolata. Secondo la ricostruzione riportata nel volume, al comando piemontese arrivarono adesioni da gruppi partigiani di diverse zone d’Italia, testimonianza di un disagio più ampio.

Ma proprio l'estensione della protesta rendeva la situazione potenzialmente esplosiva.

Una ribellione armata contro il nuovo Stato democratico avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche.

Entrarono così in campo esponenti politici e comandanti partigiani. Lajolo ricorda l'intervento del vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni, di dirigenti del Partito comunista e di rappresentanti della Resistenza, impegnati a convincere gli insorti a deporre le armi.

La mediazione riuscì.

Un risultato tutt’altro che scontato in un Paese che, appena un anno prima, era ancora attraversato dalla guerra.

Il 1946 oltre la retorica della nascita della Repubblica

Il merito culturale del libro è anche quello di restituire complessità a un anno spesso ricordato quasi esclusivamente attraverso le sue grandi date simboliche.

Il 2 giugno 1946 gli italiani – e per la prima volta le donne in una consultazione politica nazionale – votarono per il referendum istituzionale e per l’Assemblea Costituente. La Repubblica stava nascendo, ma il Paese reale rimaneva attraversato da disoccupazione, povertà, macerie materiali e tensioni politiche.

Sul piano internazionale cominciavano inoltre a delinearsi gli schieramenti che avrebbero caratterizzato la Guerra fredda.

È in questo scenario che la vicenda di Santa Libera assume il suo significato più profondo: non una semplice appendice della Resistenza, ma uno dei punti di frizione tra la stagione della lotta armata antifascista e la costruzione dell’Italia democratica.

Il valore di un libro che restituisce complessità alla memoria

I ribelli di Santa Libera interessa perché evita una lettura consolatoria della storia.

Laurana Lajolo, forte di una lunga esperienza nella ricerca sulla Resistenza e nella didattica della storia contemporanea, affronta i protagonisti con partecipazione ma senza rinunciare alla distanza critica dello storico.

L'autrice riconosce lo slancio ideale di quei ragazzi e la statura morale di Armando Valpreda, ma contemporaneamente osserva come la loro protesta non disponesse delle condizioni politiche necessarie per cambiare il corso degli avvenimenti.

È questa tensione fra ideale e realtà, probabilmente, a rendere ancora attuale la vicenda.

«Ho ammirato la purezza di cuore di quei giovani, lo slancio ideale, la dirittura morale di Armando Valpreda», afferma Lajolo. Ma il giudizio storico rimane netto: inserita nel contesto dell'epoca, quella protesta fu anche «un atto emotivo» incapace di modificare gli equilibri politici che si stavano consolidando.

Non c'è dunque celebrazione acritica. C'è piuttosto il tentativo di comprendere.

Ed è esattamente ciò che dovrebbe fare un buon libro di storia.

Laurana Lajolo, una vita tra ricerca, memoria e territorio

Docente di filosofia e scienze umane, Laurana Lajolo è stata direttrice dell’Istituto per la storia della Resistenza della provincia di Asti e presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri.

Alla ricerca storica ha affiancato l'attività nella formazione degli insegnanti e nella didattica della storia contemporanea. È inoltre presidente dell’Associazione culturale Davide Lajolo e ha promosso iniziative nel campo della letteratura, dell’arte, della cultura e della tutela ambientale.

Tra i suoi interessi figura anche il paesaggio vitivinicolo di Langhe, Roero e Monferrato, riconosciuto patrimonio mondiale UNESCO.

Perché leggere “I ribelli di Santa Libera” ottant’anni dopo

A distanza di ottant'anni, Santa Libera pone una domanda che supera il singolo episodio storico: che cosa accade quando gli ideali di una rivoluzione politica e morale devono trasformarsi nelle regole quotidiane di una democrazia?

I giovani partigiani astigiani pensavano che una parte delle promesse della Resistenza fosse stata disattesa. La storia avrebbe dimostrato quanto il loro gesto fosse politicamente rischioso e, nello stesso tempo, quanto quel disagio fosse reale.

Il libro di Laurana Lajolo ha quindi il pregio di riportare alla luce una zona meno frequentata della memoria del Novecento piemontese e italiano.

Una storia senza vincitori da celebrare e senza scorciatoie interpretative. Una storia di ragazzi usciti dalla guerra convinti che la Liberazione non fosse semplicemente una data sul calendario, ma una promessa da mantenere.

Ed è forse proprio questa inquietudine, ottant'anni dopo, a rendere I ribelli di Santa Libera una lettura ancora capace di interrogare il presente.

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