Mentre le vetrine si tingono di giallo mimosa e i palazzi istituzionali si preparano a celebrare la consueta retorica della "donna pilastro della società", dietro le quinte del potere va in scena uno spettacolo grottesco. In questo 8 marzo, la sorpresa nell’uovo di Pasqua anticipato è amara: la sparizione della figura della Consigliera di Parità. Un presidio di garanzia, un ponte tra diritti e lavoro, cancellato proprio nel giorno in cui si dovrebbe onorarne la funzione.
Non è un caso isolato, ma l’ultimo tassello di un’escalation che, dal 25 novembre a oggi, ha trasformato la lotta alla violenza di genere in un esercizio di ipocrisia acrobatica.
Dalla giornata contro la violenza sulle donne dello scorso autunno, il percorso legislativo e sociale sembra aver invertito la marcia. Invece di avanzare, stiamo assistendo a una demolizione sistematica delle tutele, un colpo dopo l’altro.
Violenza di genere e fondi pubblici: i ritardi nei finanziamenti
I dati parlano chiaro e smentiscono i proclami. Sebbene il fabbisogno stimato dai monitoraggi indipendenti (come quelli della rete D.i.Re) indichi la necessità di investimenti strutturali costanti, assistiamo a un fenomeno perverso: l’istituzionalizzazione del "ritardo".
Nonostante l'aumento dei casi denunciati, i fondi stanziati per il Piano Strategico Nazionale sulla violenza maschile contro le donne subiscono rallentamenti nell'erogazione che portano molti Centri Antiviolenza (CAV) sull'orlo della chiusura.
Centri antiviolenza e case rifugio: servizi a rischio
Si investe massicciamente nella creazione di "stanze d’ascolto” — operazione mediaticamente spendibili — ma si tagliano le risorse a chi le donne le accoglie per mesi: i centri antiviolenza e le case rifugio.
È lo "sgambetto" perfetto: lo Stato offre un luogo per parlare (la stanza d'ascolto), ma demolisce il luogo dove le donne possono effettivamente ricostruirsi una vita (il centro antiviolenza). Una facciata di vetro e cemento che nasconde il vuoto dei servizi reali.
Congedo parentale e ruolo dei padri nel dibattito politico
L'escalation iniziata lo scorso 25 novembre non è una serie di sfortunati eventi, ma un disegno preciso. La modifica delle norme sul consenso e il declassamento del congedo parentale per i padri non sono solo tecnicismi legislativi. Sono messaggi politici.
Negare ai padri un ruolo paritario nella cura significa, per proprietà transitiva, inchiodare le donne al ruolo di uniche "caregiver". La domanda sorge spontanea e non ha nulla di retorico: l'obiettivo finale è forse quello di delegittimare l'autonomia professionale femminile per relegarle nuovamente, e definitivamente, ai ruoli arcaici di mamme e casalinghe?
Parità di genere in Italia: un possibile arretramento
Viviamo in tempi bui; siamo in un momento storico in cui il progresso sembra aver invertito la polarità. In un clima di tale accanimento ideologico, la distanza tra il presente e il ripristino di istituti medievali come il matrimonio riparatore o l'omicidio d'onore (abrogati solo nel 1981 con la legge 442) non sembra più così incolmabile. Se cade la vigilanza della Consigliera di Parità, cade l'ultimo baluardo contro la discriminazione sistematica.
Ci si ostina a chiamarla “festa” forse sarebbe più indicato chiamarlo: smantellamento della dignità. Questo 8 marzo non celebra una conquista, ma denuncia un sequestro: quello del futuro delle donne in nome di una restaurazione patriarcale che non ha più nemmeno il pudore di nascondersi.
Perché la Consigliera di Parità era un presidio fondamentale
L’8 marzo non può essere la celebrazione di un’assenza. Non può essere il giorno in cui accettiamo con rassegnazione che la parità diventi un lusso superfluo o una voce di bilancio da tagliare.
Oggi chiediamo coerenza; perché non c'è "protezione" senza prevenzione, e non c'è "rispetto" se le istituzioni sono le prime a privare le donne degli strumenti per difendersi e autodeterminarsi. La sparizione della Consigliera di Parità è il segnale definitivo: la guardia non va solo tenuta alta, va ricostruita da zero.

