Sab, 6 Giu, 2026

80 anni fa il sole cadde sulla Terra: Hiroshima e l’alba dell’era atomica. Dal lampo che spaccò il cielo alla memoria che chiede pace

80 anni fa il sole cadde sulla Terra: Hiroshima e l’alba dell’era atomica. Dal lampo che spaccò il cielo alla memoria che chiede pace

L’alba su Hiroshima

Sono esattamente le 8,15 minuti di una bella mattina di sole quando molti abitanti di Hiroshima, importante distretto civile e militare dell’isola giapponese di Honshu di circa 400.000 abitanti, alzando lo sguardo verso il cielo terso ed azzurro allertati dalle sirene dell’allarme contraereo, sentono un lontano rombo di motori accompagnato da alcuni paracadute alti nel cielo: nulla di nuovo per il Giappone di quella calda estate di guerra del 1945.Hiroshima bomba atomica 80 anni fa

Una città in attesa

bombardamenti statunitensi sono all’ordine del giorno, tanto che circa 80.000 persone civili, donne bambini ed anziani già sono stati evacuati, lontano da questa città che vanta un importante porto marittimo, fabbriche a supporto dell’arsenale militare del sol levante, ed un contingente di soldati che sfiora le 20.000 presenze: si teme un'invasione da parte americana quindi si stanno preparando le contromisure anche in città.

I paracadute misteriosi

Alcuni applaudono vedendo scendere lentamente quello che può sembrare un paracadute che accompagna a terra un componente dell’equipaggio di un bombardiere americano abbattuto dalla contraerea giapponese, ma non è così. I due ampi teli accompagnano sofisticati rilevatori scientifici che dovranno testimoniare da alta quota quello che appena pochi secondi dopo si abbatterà sull’ignara popolazione di questa grande città: tre B29 Superfortress, come i cavalieri dell’apocalisse dall’alto stanno per cambiare per sempre il tradizionale, seppur crudele, modo di combattere che per millenni l’uomo ha sperimentato sulla sua pelle.Hiroshima bomba atomica 80 anni fa 3

Il Giappone allo stremo

Questa volta è diverso, la scienza estrema ha soppiantato la tecnologia, dimostrando quanto grande e cinica sia la capacità dell’uomo nel voler autodistruggersi. Migliaia di abitanti, quel 6 agosto, si sono svegliati presto come tutte le mattine per recarsi al lavoro di trinceramento nelle linee cittadine che individuate dal comando supremo militare, come lingue tagliafuoco da opporre ad un attacco creduto imminente da parte del nemico: il Giappone è allo stremo ma combatte ancora forte di quei principi secolari cari alla tradizione dei samurai che non conoscono sconfitta, meno ancora la resa considerata tradimento e vergogna, meglio la morte onorevole per mano del nemico o divina suicidandosi con la lama di una katana, sciabola da combattimento caratteristica di questo popolo di antichi guerrieri che preferiscono inginocchiarsi e sprofondare con gesto calmo la lama nel loro nudo ventre. 

Difficile aver ragione di un popolo che sintetizza orgoglio e sacrificio, onore e idealismo, tradizione e fanatismo. E’ semplicemente quello che hanno pensato quella manciata di uomini guidati dal presidente americano Harry Spencer Truman, i soli a sapere fino a pochi minuti prima dell’esplosione quello che contiene “Little Boy”, la prima bomba atomica. 

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La missione dell’“Enola Gay”

Il B29 che porta l’ordigno è comandato dal colonnello Paul Tibbets pilota al comando, il capitano Theodore Van Kirk ufficiale navigatore, il capitano Robert Lewis ed il maggiore Thomas Farebee ufficiale bombardiere che materialmente che sgancerà la prima bomba atomica della storia. Tutti gli equipaggi sono ufficialmente all’oscuro della portata dell’operazione: da quando la corazzata USS Indianapolis ha portato in gran segreto la bomba nell’isola di Tinian la decisione è stata già presa, senza se e senza ma e per i rimorsi di coscienza, bè quelli potevano venire dopo, punto e basta.

Hiroshima bomba atomica 80 anni fa equipaggio enola gay

Il rifiuto della resa

In aprile i comandi alleati avevano per l’ultima volta invitato alla resa il Giappone, ormai di fatto sconfitto dopo le sanguinose battaglie di Iwo Jima ed Okinawa, solo per citare le ultime, quelle più eclatanti. Il 27 aprile il premier giapponese Suzuki respinge l’ultimatum degli alleati ritenendo questo un proclama di scarso valore decidendo collegialmente di continuare il conflitto e mai tanta decisione è stata più errata: il diktat giunto nelle mani dei generali giapponesi è chiaro e cita testualmente «Chiediamo al governo nipponico di dichiarare la resa incondizionata. L’alternativa è la distruzione immediata e totale del Giappone!». 

Dei tre bombardieri, uno solo è portatore di morte: battezzato “Enola Gay”, semplicemente il nome ed il cognome da nubile della madre del comandante Tibbets, 30 anni, folte sopracciglia, capelli neri e curati, sorridente negli scatti fotografici che faranno il giro del mondo e che immortaleranno il comandante ed il suo equipaggio nella memoria dei vivi. Calmo, impassibile, all’apparenza privo di emozioni, freddo calcolatore dei tempi necessari per sganciare la bomba ad una velocità di crociera di 528 kilometri orari ad una altezza di circa 10.000 metri:  un ordigno metallico nero, che misura 328 centimetri di lunghezza per 80 cm di altezza, con un cuore distruttivo incastonato in una palla da tennis: questo è il commento di uno scienziato dell’operazione “Manhattan” che hadato il via alla sperimentazione a Los Alamos del progetto atomico guidato dal fisico Hoppenheimer e da Enrico Fermi; un americano di origine tedesca ed un italiano: il cancro se li porterà via troppo presto, il primo a 63 anni, il secondo a 53. 

Hiroshima bomba atomica 80 anni fa la bomba

La bomba pesa 44 quintali, un diamante di terribile potenza rivestito da una silenziosa ovatta ignara del suo contenuto letale che pesa 62,3 kilogrammi, il cuore scatenante la tempesta atomica. I paracadute lanciati dai bombardieri di scorta sono diventati tre ed il sistema di rilevazione approntato per carpire la potenza e gli effetti dell’onda d’urto sono ormai pronti ad attendere lo scoppio.

Il resto dell’equipaggio dell’”Enola Gay”, il mitragliere Caron, gli ufficiali Jeppson, Lewis, Parson ed il già citato Van Kirk, apprendono solo ora la grande responsabilità che incombe sulle loro anime: Tibbet rompe gli indugi secondo i comandi ricevuti alla partenza avvenuta alle ore 2,30 da Tinian, avvisando il suo equipaggio alle ore 5,00 del mattino, sorvolando Iwo Jima, di quello che stavano per catapultare sul Giappone e possiamo ora dire, sull’intera umanità.

La prima bomba atomica

Alle ore 8,09 l’aereo si porta sull’’asse dell’obiettivo ad una altezza di 9.630 metri dal suolo, il fiume Ota viene individuato come bersaglio essenziale, la città è totalmente esposta ad una completa visuale grazie anche alla splendida giornata climatica che si profila già dalle prime ore del mattino: i portelli si aprono lentamente, qualcuno dirà di schianto ma forse è la tensione del momento a trarre in inganno gli uomini che guardano gli orologi che segnano in quel momento le 8, 15 minuti e 17 secondi. 

Appena la bomba viene sganciata l’aereo ha un forte sobbalzo dato dall’improvvisa perdita di cica 4,400 kilogrammi dell’ordigno che scivola nell’aria giù, sempre più giù verso gli ignari spettatori a terra. Tibbets a questo punto vira di picchiata cercando di allontanarsi il più possibile sapendo che secondo i calcoli degli scienziati, ha solo 43 secondi di tempo per mettersi ad una probabile e non scontata distanza di sicurezza: l’esplosione è regolata a circa 565 metri di altezza in modo che la deflagrazione in aria a mezzo kilometro da terra possa produrre il massimo effetto distruttivo.

Il mitragliere Caron dalla sua posizione privilegiata è forse l’unico a vedere totalmente l’attimo dell’esplosione, tanto che lo stesso Tibbets lo invita a descrivere ad alta voce quello che vede. Il silenzio viene interrotto dallo stesso Tibbets circa 35 secondi dopo il lancio per chiedere allo stesso Caron cosa riesce a vedere; nemmeno il tempo di rispondere, pochi secondi dopo il mitragliere viene accecato da un violento bagliore violaceo, stordito cerca di comunicare con l’interfono quando vede una palla di fuoco di circa 500 metri di diametro aprirsi ancora in aria: l’esplosione è stata pari a circa 16mila tonnellate di tritolo innescate nello stesso momento. Il centro del nucleo origina una temperatura pari a 20.000 gradi, polverizzando la maggior parte degli ignari abitanti la città.

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Il fungo atomico e la devastazione

Poco a poco un grande fungo scaturisce dal nulla elevandosi fino a toccare i 13.000 metri, definito da molti un fiore mortale, composto da fumo, detriti, radiazioni velenose. In quel preciso momento il comandante Tibbets, con lucida calma e freddezza trasmette in codice alla base aerea di Tinian il famoso messaggio «Operazione nettamente riuscita sotto tutti gli aspetti, con effetti visibili più importanti di Trinity», nome del test dell’esplosione avvenuta il 16 luglio ad Alamogordo nel Nuovo Messico: esperimenti effettuati in territori desertici, poi inseguito additati come responsabili delle radiazioni e conseguenti contaminazioni, causa principale della morte per cancro di alcuni attori famosi, comparse e accompagnatori di cast cinematografici che hanno usato queste lande selvagge per girare celebri film inerenti al vecchio West, molti diretti da John Ford.

Le vittime e le conseguenze

Ad Hiroshima sono morte senza lasciare traccia circa 80.000 persone; meno fortunato chi è sopravissuto perchè nelle settimane e mesi successivi le radiazioni hanno fatto altre 90.000 vittime, quasi tutti deceduti tra indicibili sofferenze procurate da piaghe incurabili e mutilazioni.

Dal punto di vista tecnico quell'operazione è stata di certo un successo, ma dal punto di vista umano sicuramente si è aperta una ferita incurabile e nello stesso tempo tremendamente pericolosa per l’intera umanità, visti i risultati sul campo di questo esperimento nucleare sulle popolazioni che ha poi portato ad una corsa agli armamenti nucleari fuori controllo.

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La censura e le ombre calde

Immediatamente dopo l’esplosione ad Hiroshima, è stata creata una cortina di silenzio e disinformazione attuata dagli americani per cercare di tacitare e nascondere gli effetti dell’esplosione: migliaia di anziani, donne e bambini sono stati polverizzati, uniche testimonianze le “ombre calde”, una macchia scura sul terreno, tutto quello che era rimasto di un essere vivente.

Il giapponese Rijurki Kano è stato forse il solo a testimoniare in pellicola quanto avvenuto quel tragico giorno e gli effetti delle radiazioni sulla popolazione civile, recandosi sia a Hiroshima che a Nagasaki alcune settimane dopo le esplosioni: il suo filmato totale che aveva una durata di quasi quattro ore, fu sequestrato dalle autorità americane che poi lo ridussero a 15 minuti di registrazioni, permettendone la visione al pubblico solo nel 1970, nella speranza che i 25 anni trascorsi dalla tragedia potessero avere un effetto narcotizzante sulle coscienze di chi aveva attuato tale crimine contro l’umanità. Perché di questo si tratta. 

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La seconda bomba: Nagasaki

Il 9 agosto, 3 giorni dopo Hiroshima,  in un Giappone attonito e sconvolto nelle menti e nei corpi, è stato compiuto forse il gesto bellico più sconvolgente della storia. Perché in una situazione di totale inerzia di un nemico ormai distrutto ed indifeso, è stata sganciata una seconda bomba atomica. Il luogo scelto per questa operazione di puro terrorismo è la città di Kokura che si è salva solo grazie alle nubi che impediscono al puntatore di visualizzare con precisione l’obiettivo, quindi il bombardiere con in pancia l’ordigno nucleare “Fat Man”, “uomo grasso” a differenza della prima che in italiano si traduce con “ragazzino”, punta sull’obbiettivo di riserva, vale a dire Nagasaki: anche qui le nubi basse non permettono al puntatore la dovuta precisione e la bomba viene quindi sganciata a circa 4.800 metri dal punto previsto, cosa questa che non evita, però, l’uccisione di circa 39.000 abitanti ai quali vanno purtroppo aggiunti i numerosi decessi che si sono protratti per anni, a causa delle ustioni e dell'avvelenamento radioattivo. 

Vale anche la pena ricordare la spietatezza con la quale l’Unione Sovietica entra in questo conflitto contro il Giappone, l’8 agosto 1945, vale a dire due giorni dopo Hiroshima ed il giorno precedente Nagasaki.  Dopo le bombe l’Impero del Sol Levante si arrende senza condizioni chiedendo solo ai vincitori di non violare l’integrità fisica e morale di Hirohito, in quanto imperatore, visto come una divinità dal popolo giapponese. 

La resa del Giappone

La resa dei giapponesi è poi avvenuta in un clima surreale sulla corazzata americana “Missouri” il 2 settembre del 1945 nella baia di Tokio. E' stato l’ultimo atto di guerra. La Germania nazista, orfana di Hitler che si era suicidato con Eva Braun e tutta la famiglia Goebbels, ha già firmato la resa l’8 maggio. Tra i diplomatici nipponici accreditati alla firma di resa, il Ministro degli Esteri, Mamoru Shigemitsu vestito con frac e bombetta, claudicante aiutato da un bastone, dà l’impressione di un vecchio anacronistico signorotto occidentale catapultato per sbaglio nel passato, mentre invece l’abito, sicuramente umiliante e degradante nell’ambito della tradizione orientale, è imposto dal protocollo voluto dal generale americano Douglas MacArthur, presente alla firma di resa, impassibile nell’immobilità inespressiva del volto. 

Sicuramente gli americani non hanno dimenticato l’attacco aereo giapponese alla base navale americana di Pearl Harbor nelle isole Hawaii il 7 dicembre 1941, un grave atto di guerra senza una dichiarazione ufficiale da parte del governo nipponico che avrebbe potuto allertare le forze militari statunitensi vanificando l’effetto sorpresa. Un atto visto come un palese tradimento, motivato dal fatto che l’ambasciata giapponese nega fino all’ultimo l’entrata in guerra contro gli Stati Uniti, che non esitano a vendicarsi, usando un‘arma fino ad allora sconosciuta e micidiale come la bomba atomica.

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Il progetto Manhattan

Il progetto della costruzione della bomba atomica ad uso bellico vede la luce nel 1942 con il “progetto Manhattan”. Dopo Enrico Fermi, già fautore nel 1934 a Roma con i suoi collaboratori della prima fissione artificiale dell’uranio e la seguente creazione della prima pila atomica negli Stati Uniti, sono Albert Einstein, il padre della nuova fisica, ad accelerare i tempi per sviluppare una potente arma che secondo i suoi informatori, la Germania nazista stava preparando, avvisando fin dal 1939 di questo pericolo le autorità americane, che non esitano ad avviare il progetto nucleare affidando la guida al newjorkese Robert Oppenheimer di origine alemanna e possessore di ben tre lauree ottenute in tre nazioni diverse nelle università di Zurigo, Gottinga e Harvard.

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Ad accompagnare Oppenheimer, gli italiani Enrico Fermi premio Nobel a Stoccolma nel 1938, anno in cui si trasferisce definitivamente negli Stati Uniti ed il tivolese Emilio Gino Segre, di origine ebrea, già ricercatore nel famoso istituto di via Panisperma a Roma, trasferito nel 1938 all’estero a causa delle leggi razziali. Mancherà all’appello Einstein, che aveva dato lo spunto per la messa a punto di un’arma che forse mai avrebbe avuto il coraggio di usare sospettando una letalità incontrollabile. Molto probabilmente gli alti comandi militari non si fidavano totalmente di Einstein che nel tempo diventa via, via dubitante se non addirittura contrario a sperimentare la messa a punto di un’arma di
distruzione così potente. Einstein, infatti, visti gli effetti distruttivi sulla popolazione giapponese, si trasforma in convinto pacifista, al punto che le autorità americane iniziano a considerarlo un sovversivo e lo accusano di comunismo, fino al punto di essere coinvolto nella famosa inchiesta condotta contro gli “antiamericani” di Joseph McCarthy, contro la quale lo scienziato tedesco adotterà la tattica della resistenza passiva basata sul silenzio.

Il rimorso degli scienziati

Ritornando al momento della prima esplosione avvenuta ad Hiroshima, i diversi componenti degli equipaggi dei due B29 che hanno accompagnato a distanza il bombardiere “Enola Gay” con lo scopo “scientifico” di esaminare visivamente l’accaduto, hanno riportato svariate testimonianze relative soprattutto agli istanti immediati dell’esplosione, e hanno dichiarato innumerevoli variazioni di tonalità di colore al centro dell’esplosione che hanno preceduto l’innalzarsi del fungo atomico. 

Difficile dire con esattezza cosa è avvenuto nella mente di quegli uomini, di certo da una prima analisi basata sulle diverse sensazioni degli aviatori, risulta plausibile che gran parte di loro siano stati scioccati se non abbagliati dalla densa luminosità emanata dall’esplosione pur avendo a disposizioni speciali occhiali protettivi.  Ognuno ha reagito in modo diverso rimanendo altamente impressionati dallo spettacolo percepito e solo in un secondo momento hanno compreso realmente la portata distruttiva di un gesto che rimarrà impresso nella memoria collettiva. 

 

Per non dimenticare mai: https://www.youtube.com/watch?v=-vMBp6iUJzk&list=RD-vMBp6iUJzk&index=1

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