Nato tra le colline astigiane, Cagni raggiunse durante la spedizione della Stella Polare il punto più estremo mai raggiunto fino ad allora dall’uomo tra i ghiacci del Polo
Gli italiani da sempre vengono identificati nella cultura di massa come popolo di santi e navigatori, ma questi ultimi non tutti hanno origini o natali marinari.
È senza dubbio il caso del monferrino Umberto Cagni, nato ad Asti il 24 febbraio 1863, figlio del militare Manfredo, generale del sabaudo esercito e impegnato nella guerra di Crimea del 1855-56, nella seconda e terza guerra d’Indipendenza italiana, rispettivamente nel 1859 e 1866, per finire la propria carriera nella guerra di Eritrea che si protrasse dal 1885 al 1895 in terra d’Africa, nel corso delle dispute coloniali in cui si cimentò anche il Regno d’Italia fino alla sconfitta di Adua del 3 marzo 1896, che umiliò e mise fine alle pretese espansionistiche del governo Crispi.
Umberto Cagni, dall’Astigiano alla Regia Marina
Fu proprio il padre, anima fedele a Casa Savoia, già ufficiale d’ordinanza dal 1863 presso la casa militare dell’allora Principe di Piemonte ed erede al trono Umberto, a indirizzare il figlio, anch’esso di nome Umberto, alla scuola di Marina di Napoli, dove nel 1881 uscì con il grado di guardiamarina che gli consentì di imbarcarsi sulla Regia Nave “Vittor Pisani” e, nel 1895, sulla “Cristoforo Colombo”.
In queste due occasioni ebbe il privilegio di circumnavigare il mondo e di procurarsi un’enorme esperienza che gli permetterà in futuro di esprimersi al meglio nella navigazione a scopo esplorativo e scientifico.
Una delle prime vicende militari in cui l’allora tenente di vascello Umberto Cagni fu impegnato fu in Africa Orientale e precisamente, nel 1893, a Macallè.
Essendo lo sforzo militare italiano concentrato principalmente nella zona del Mar Rosso con la presenza della base logistica delle operazioni a Macallè, le coste somale risultarono essere in quel periodo zone particolarmente pericolose a causa dei continui attacchi indigeni alle forze di occupazione italiane.
Fu proprio un massacro perpetrato ai danni di alcuni marinai italiani di servizio sulla nave “Staffetta” a determinare azioni punitive verso gruppi di ribelli somali e Cagni fu comandato per eseguire tali operazioni nella zona di Benadir.
Le brillanti serie di eventi bellici che misero in mostra le capacità di Cagni spinsero il Re Umberto I a nominarlo aiutante di campo del nipote Luigi Amedeo Duca degli Abruzzi.
Fu un incontro che cambiò totalmente la vita del trentenne ufficiale astigiano, allora tenente di vascello della Regia Marina italiana.
Alto, di bella presenza, con un innato carisma di uomo di comando ma nello stesso tempo custode di una sensibilità umana che aveva fatto breccia in tutte le persone che fino ad allora avevano avuto modo di conoscerlo, Cagni riuscì a creare attorno alla sua persona un alone di rispetto ed empatia, anche nei sottoposti, che gli permise di affrontare la vita di mare in totale sintonia con gli uomini e la natura.
L’incontro con Luigi Amedeo Duca degli Abruzzi
Fu proprio la natura, quella selvaggia e misteriosa che ancora era meta di avventurieri ed esploratori, ad affascinare maggiormente Cagni, che aveva trovato nel giovane principe di Casa Savoia Luigi Amedeo la spalla ideale e un compagno di viaggio eccezionale per affrontare le insidie dei mari e quelle terre ai confini del mondo di cui tanto si parlava, ma delle quali nello stesso tempo si ignorava molto.
L’ultimo conflitto europeo che aveva interessato le grandi potenze belliche del vecchio continente era stato combattuto nel 1870 tra l’esausto impero francese guidato da Napoleone III e la nascente potenza militare della Prussia.
Da quel momento, grazie anche alla nascita nel 1882 della Triplice Alleanza formata da Germania, Austria e Italia, che si contrappose in seguito alla Triplice Intesa composta da Francia, Inghilterra e Impero Russo, si creò un equilibrio che il nazionalismo esasperato delle classi politiche all’interno dei Paesi europei non riuscì a scalfire.
Le ambizioni territoriali delle antiche monarchie europee si combatterono allora attraverso la colonizzazione pressoché totale del continente africano, riuscendo nell’intento di stabilire una pace armata precaria ma duratura nel vecchio continente, che rimarrà tale fino all’estate del 1914 con l’esplosione della Prima guerra mondiale, nata dall’attentato mortale di Gavrilo Princip a Sarajevo ai danni dell’erede al trono austroungarico Francesco Ferdinando e della consorte Sofia.
L’epoca delle grandi esplorazioni
In questi anni di relativa calma bellica si fa largo l’idea di intraprendere iniziative che mai si erano pensate in precedenza, ovvero le esplorazioni ai confini del mondo alla ricerca di traguardi che, una volta tanto, non prevedevano l’uso di armi, sostituite dalla capacità scientifica e culturale di molti uomini che ebbero anche il pregio di essere muniti di un coraggio non comune per affrontare l’ignoto in tutte le sue forme e pericoli.
Nell’immaginario collettivo l’esplorazione artica era senza dubbio l’impresa che più affascinava i rampolli di quell’alta borghesia militare e civile che, privata di conflitti militari in cui potersi cimentare, trovava l’adatta adrenalina nell’avventura, nei viaggi ai confini del mondo o nel raggiungere quelle alte e misteriose vette montagnose dove mai prima di allora l’uomo aveva avuto l’ardire di affrontare.
Sia Luigi Amedeo che Umberto Cagni appartenevano a quella categoria di personaggi che avevano tutte le carte in regola ed erano muniti della giusta determinazione che li avrebbe portati, nel corso della loro esistenza, a raggiungere traguardi impensati nel campo delle esplorazioni geografiche.
Fin dal loro primo incontro i due scoprirono di condividere le stesse passioni e resteranno legati per tutta la vita da un’amicizia fraterna che superava sia il grado militare sia il diverso censo di origine.
Molte furono le imprese che videro i due provetti marinai impegnarsi per raggiungere traguardi umani mai riusciti prima all’uomo, ma sicuramente l’avventura più bella, complessa e, per alcuni aspetti, anche tragica, fu quella che li portò verso il punto più estremo del Polo Nord.
La spedizione artica della Stella Polare
Correva l’anno 1900 e nel mese di settembre si concludeva una meravigliosa quanto terribile avventura iniziata circa un anno prima, quando una spedizione comandata dal Duca degli Abruzzi Luigi Amedeo di Savoia iniziò la sua corsa verso la Terra di Francesco Giuseppe e il tanto famoso e temuto Pack polare.
La baia di Teplitz, sulla costa occidentale dell’isola Rodolfo, oggi territorio russo, era un’insenatura posta al limitare occidentale di questo gruppo di isole e punto di partenza di molte spedizioni artiche, compresa quella del 1900.
La complessità di tale operazione doveva, per le caratteristiche ambientali che spaziavano dal mare alla montagna, avere il supporto di professionisti esperti che, oltre al coraggio indispensabile per affrontare ogni pericolo, dovevano avere anche un grande bagaglio di esperienza sul campo in alcuni settori particolari.
Erano necessarie conoscenze pratiche di navigazione e di alpinismo, oltre a una perfetta condizione fisica che permettesse loro di affrontare i disagi di un clima talmente freddo da punire ogni sbaglio o errore umano in ambienti ostili privi di ogni conforto, dove l’insidia della natura era costantemente in agguato.
La nave Stella Polare e la partenza verso l’Artico
Per affrontare al meglio fin da subito il viaggio, la nave usata venne individuata in una baleniera costruita in Norvegia nel 1881 nel cantiere navale di Sandefjord, battezzata con il nome di Jason dall’armatore proprietario Christensen.
L’imbarcazione vantava una stazza di 1.289 tonnellate e, dopo l’acquisto da parte di Luigi Amedeo, venne preparata alla missione presso il cantiere di Colin Archer nel comune norvegese di Larvik, situato nella contea di Vestfold.
La parte interna dello scafo fu completamente rivista, rinforzando le paratie esterne in metallo, mentre particolari accorgimenti vennero applicati ai tre alberi – trinchetto, maestra e mezzana – del bastimento, per renderlo meglio governabile anche da un numero ridotto di marinai.
Gli alloggi furono concentrati attorno alla sala macchine in modo da garantire ai passeggeri, nelle ore di riposo, il caldo necessario. Furono inoltre approntati diversi tipi di pompe, anche ad aria, per liberare la sentina dall’acqua che avrebbe potuto penetrare all’interno dell’imbarcazione, cosa che purtroppo avvenne durante alcune fasi della spedizione.
Il 12 giugno 1899, in una luminosa giornata sferzata da un vento gelido, la nave ribattezzata per l’occasione “Stella Polare” iniziò il suo viaggio verso l’estremo nord dell’emisfero ghiacciato, partendo dal porto di Cristiania, città che divenne in seguito nota a tutti con il nome di Oslo.
Gli uomini della spedizione
L’equipaggio contava 20 uomini, tutti con esperienze specifiche, in rappresentanza di due nazioni: Italia e Norvegia.
Il comandante della spedizione era il tenente di corvetta Luigi Amedeo Duca degli Abruzzi, di 27 anni, nato a Madrid dal Re di Spagna Amedeo d’Aosta e dalla principessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna.
Il vicecomandante era Umberto Cagni, astigiano, che condivideva l’incarico con il veneziano Francesco Querini, tenente di vascello con incarichi scientifici. Il medico di bordo era Pietro Achille Cavalli Molinelli, originario di Sale Monferrato, in provincia di Alessandria.
Completavano il quadro di bordo il secondo nostromo Giacomo Cardenti, il cuoco Igino Gini e il marinaio scelto Simone Canepa, nato in Liguria.
Una nota di colore e simpatia riguarda la fornitura di vino che era stata messa a disposizione dal commendator Burlotto di Verduno, piccolo villaggio delle Langhe nel Cuneese ancora oggi incastonato tra antichi filari di Nebbiolo e Pelaverga.
Si trattava di un’abbondante scorta di bottiglie di buon Barolo di alta gradazione per meglio combattere il gelo che gli uomini della spedizione avrebbero dovuto affrontare.
Le guide alpine di Courmayeur
La Valle d’Aosta era rappresentata dalle migliori guide alpine provenienti da Courmayeur e scelte personalmente dal Duca degli Abruzzi, che già aveva avuto modo di apprezzare le loro capacità in diverse ascensioni su alcune vette durante precedenti esplorazioni di carattere esclusivamente alpino.
Giuseppe Petigax, Alessio Fenoillet, Felice Ollier e Cipriano Savoia erano gli esperti alpinisti che risultarono essenziali per il buon esito dell’avventura.
La comitiva di esperti norvegesi era composta da straordinari interpreti di quell’insieme di forza fisica, resistenza, perizia nautica e cultura scientifica: il meglio che si potesse sperare di avere a disposizione per affrontare una simile impresa.
Fridtjof Nansen e il record da battere
Un nome su tutti era quello di Carl Julius Evensen, comandante della nave, che poteva vantare una grande esperienza marinara acquisita durante i suoi trascorsi sulle baleniere dei mari del Nord.
Ma, in particolare, il norvegese che ebbe un ruolo importante nella preparazione logistica fu senza dubbio Fridtjof Nansen.
Supportato dalla stessa nave chiamata all’epoca Jason, nel 1888 riuscì ad attraversare la Groenlandia con gli sci. Le nozioni tecniche e scientifiche che condivise con il Duca degli Abruzzi e Umberto Cagni contribuirono alla preparazione della spedizione.
Cagni riuscirà a raggiungere la parte estrema dell’Artide mai toccata prima dall’uomo, stabilendo il record dell’epoca alla latitudine di 86° 33’ 49” Nord, a soli 381 chilometri dalla meta. Per un caso del destino, il precedente record apparteneva proprio a Nansen.
Il navigatore e scienziato norvegese ideò nel 1905 la famosa “bottiglia di Nansen”, uno strumento che permetteva misurazioni nelle profondità marine.
Nel 1922 Fridtjof Nansen fu insignito del Premio Nobel per la Pace in virtù dei meriti acquisiti come Alto Commissario per i Rifugiati presso la Società delle Nazioni.
La sua poliedrica capacità di esprimersi nei diversi campi della società scientifica e civile gli permise inoltre di mettere a punto un particolare passaporto a protezione degli apolidi, chiamato “Passaporto Nansen”.
Si calcola che nel corso degli anni seguenti circa 450.000 persone abbiano beneficiato di tale passaporto, che sanciva una prima garanzia ai rifugiati e profughi privi di documenti.
I tre uomini che non fecero ritorno
Di tutti gli uomini imbarcati sulla “Stella Polare”, tre non fecero ritorno: Francesco Querini, ufficiale di Marina, la guida valdostana Felice Ollier e il norvegese Alfred Stokken.
Questi uomini facevano parte di un gruppo che, come altri due, si era avviato separatamente affrontando in slitta il cammino verso il Polo, ma non fece più ritorno, probabilmente a causa delle terribili condizioni climatiche incontrate sulla via del rientro alla base.
Ad attenderli era rimasto Luigi Amedeo, costretto a lasciare il comando delle operazioni sul Pack a Cagni a causa del congelamento di due dita, che gli furono amputate dal dottor Cavalli.
La Stella Polare intrappolata nei ghiacci
Dopo la partenza da Cristiania, la “Stella Polare” fece rotta verso la baia di Teplitz, dove nei mesi invernali fu circondata dai ghiacci che si strinsero ai legni in una morsa, bloccando il battello.
Grazie alla struttura rinforzata in metallo si riuscì a evitare gravi danni allo scafo, costretto però a piegarsi su un lato e imprigionato in questa posizione per mesi.
L’equipaggio fu costretto ad abbandonare la nave e costruire poco distante il campo base.
In questo lungo periodo di attesa, aspettando condizioni climatiche più favorevoli per continuare l’esplorazione a piccoli gruppi con slitte trainate dai cani, gli uomini si adattarono prendendo confidenza con il clima inclemente e cercando di mantenere una condizione fisica ottimale, sperando quanto prima di iniziare il cammino verso il Polo Nord.
11 marzo 1900: comincia la marcia sul Pack
Finalmente l’11 marzo del 1900 si formarono tre gruppi di slitte che intrapresero, attraverso la silenziosa e desolata distesa bianca del Pack, la marcia che avrebbe condotto gli equipaggi verso l’ignoto.
Dopo 104 giorni di marcia nella desolata e infinita distesa glaciale, due slitte con Umberto Cagni ritornarono alla base di Teplitz il 23 giugno del 1900.
Furono condotte ricerche per ritrovare la terza slitta partita con il gruppo, ma dopo aver esplorato un tratto di pista tutti si convinsero che ogni sforzo sarebbe stato vano.
I cani che partirono dal campo base furono trentaquattro – altre fonti parlano di una cinquantina – e solo sette di essi sopravvissero alle condizioni estreme.
Gli esploratori videro nella deriva dei ghiacci il pericolo più consistente da affrontare, in quanto venivano a mancare i riferimenti visivi necessari per riconoscere i luoghi da ripercorrere al ritorno.
Le slitte, nel frattempo, erano state alleggerite di ogni cosa per permettere ai pochi animali superstiti di riportare alla base gli uomini di Cagni.
L’angoscia per la sorte di Umberto Cagni
Per dare un’idea di come gli uomini affrontarono la spedizione è utile rileggere alcuni brani del racconto di Cavalli e del Duca degli Abruzzi raccolti nel libro “La Stella Polare nel mare artico”, edito da Ulrico Hoepli nel 1903.
Alla stesura del racconto partecipò anche Umberto Cagni.
In queste righe il Duca degli Abruzzi narra l’angoscia nel pensare disperso Cagni:
“Siamo al 10 giugno.
Secondo i nostri calcoli le risorse di Cagni devono essere esaurite.
Quando egli si separò dal secondo gruppo aveva 49 cani e viveri per venti giorni di marcia verso il Polo e quaranta pel ritorno.
Le sue razioni finivano il 29 di maggio: coll’economia, risparmiando i viveri, egli ha detto di poter durare fino al 10 giugno.
Ma ora siamo arrivati a questo giorno, ed egli non s’è ancora visto.
Se non ha trovato il mezzo per rifornirsi di viveri colla caccia, la sua posizione dev’essere diventata ora molto difficile.
Ho piena fiducia nella resistenza fisica, nella perseveranza e nella facilità di superare gli ostacoli, doti possedute da Cagni; ma in tutto vi ha un limite.
Che cosa gli è potuto accadere per ritardare in questo modo la sua marcia? Che le forze dei cani si siano esaurite?”
Come si può notare in queste poche righe, la costernazione e il timore per la sorte di Cagni e dei suoi compagni, partiti più di tre mesi prima con le slitte verso l’ignoto, sono enormi.
“Cagni è tornato”: il ritorno dopo 104 giorni
Poi all’improvviso, quando le speranze di rivedere il gruppo di uomini dispersi nella distesa artica erano quasi scomparse, si ode secco un urlo squarciare l’aria.
“Il 23 giugno la giornata coperta e nebbiosa al mattino si schiarisce nella sera con brezze da settentrione.
Ne approfittiamo per scrutare l’orizzonte.
Quella sera si rientra nella tenda più tardi dell’ordinario.
Mentre si prepara la zuppa sentiamo abbaiare i nostri cani.
Il primo pensiero è che un orso s’avvicini ed usciamo fuori.
Quale è la nostra meraviglia nello scorgere in lontananza una slitta che s’avanza precipitosamente!
Non più abituato da qualche tempo alle buone notizie, il mio primo pensiero è che una disgrazia sia accaduta alla capanna.
Un incendio, oppure una malattia grave a qualcuno.
Ma ogni ansietà sparisce alle grida di Andreas: “Cagni è tornato” ed alla mia domanda “coi suoi compagni?” – “Sì, ed ha raggiunto 86° 34’.”
È un urlo mio e di Cardenti.
Dopo tante ansietà, queste svaniscono nella gioia di quel momento per il ritorno dei nostri compagni, che hanno toccato la più alta latitudine a cui sinora si è pervenuti.
Si caricano le slitte, e verso le undici e mezza partiamo per la capanna ove giungiamo alle cinque del mattino.
La mia voce desta Cagni, il quale esce premurosamente, e ci possiamo riabbracciare dopo 104 giorni di separazione.”
Il record di Umberto Cagni
Umberto Cagni era finalmente ritornato portando con sé sani e salvi i suoi tre compagni di viaggio, le guide di Courmayeur Petigax e Fenoillet assieme al ligure Canepa.
Chi aveva sofferto tremendamente il ritorno furono i sette cani da slitta sopravvissuti all’inferno bianco, che apparvero ai presenti come fantasmi in pelle e ossa.
Cagni e i suoi uomini percorsero ben 649 miglia in linea retta in 104 giorni, superando tutte le marce precedenti intraprese sui ghiacci dell’Oceano Artico lasciata la terraferma.
In alcuni tratti la distanza percorsa dal comandante astigiano e dalla sua muta di cani da slitta risultò addirittura doppia rispetto a quella di un formidabile esploratore come Nansen, che in media e con clima favorevole raggiunse la velocità giornaliera sulle lunghe distese attraverso il Pack di cinque miglia.
La notizia fece brevemente il giro del mondo.
Poeti come Carducci e D’Annunzio dedicarono versi e prose all’impresa, che a quel punto aveva acquisito improvvisamente un sapore tutto italiano.
Lo stesso Luigi Amedeo dedicherà alla Regina Margherita l’apertura del libro edito nel 1903, dopo aver raccolto e ordinato tutte le memorie custodite nell’animo di coloro che testimoniarono attraverso i loro ricordi la partecipazione a questa indimenticabile avventura.
Chi non poté stringere la mano a Cagni e a tutti i suoi compagni di viaggio fu Umberto I di Savoia: il Re d’Italia fu assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci a Monza il 29 luglio del 1900.
Il ritorno della spedizione della Stella Polare
La spedizione polare italo-norvegese fece ritorno a Cristiania dalla Terra di Francesco Giuseppe solamente l’11 settembre del 1900 e i componenti italiani guidati da Luigi Amedeo Duca degli Abruzzi raggiunsero la madrepatria il 26 gennaio 1901.
Anche lo scrittore Emilio Salgari, nel 1901, ricordò la spedizione con un omaggio a sfondo narrativo dal titolo “La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso”.
La carriera di Umberto Cagni dopo l’impresa artica
Umberto Cagni proseguì la carriera militare nella Regia Marina dopo essere stato nominato aiutante di campo onorario del Re Vittorio Emanuele III nel 1902.
Fu il comandante dell’operazione militare relativa alla presa di Tripoli con il grado di capitano di vascello, in cui guidò lo sbarco di 1.732 marinai assolvendo al compito di conquistare e tenere le posizioni, poi attaccate dai turchi, fino all’arrivo dei rinforzi: era il 5 ottobre 1911.
Per questa operazione Cagni fu insignito del titolo nobiliare di conte di Bu Meliana, dal nome della località libica dove si svolsero i combattimenti relativi al contrattacco dell’esercito turco contro le postazioni italiane.
Durante il primo conflitto mondiale Cagni fu impegnato in operazioni belliche in Adriatico e nel porto di Brindisi, guidando infine la flotta che doveva portare i soldati italiani all’occupazione di Pola.
Tra il 1915 e il 1918 il comandante Cagni operò in qualità di contrammiraglio e successivamente di viceammiraglio della Regia Marina Italiana.
Il 24 febbraio 1919 fu nominato senatore del Regno d’Italia.
Umberto Cagni morì a Genova il 22 aprile 1932 e riposa nel cimitero di Asti.