Le acque sulfuree raccontate da Agostino De Levis restituiscono uno spaccato del Piemonte settecentesco, tra ricerca scientifica, medicina dell’epoca e speranze delle comunità rurali
Un filo d’acqua, l’odore penetrante dello zolfo e una fila di persone in attesa davanti alla fonte. Per generazioni, nelle campagne del Basso Monferrato, le sorgenti chiamate "Pirenta" hanno rappresentato un appuntamento abituale, un luogo d’incontro e una speranza contro i malanni.
Tra Brusasco, Murisengo e Villadeati, queste acque hanno accompagnato la vita delle comunità contadine, entrando nelle consuetudini familiari e nella memoria del territorio. Ci si fermava durante gli spostamenti verso i mercati, si riempiva un bicchiere, si raccoglieva l’acqua da portare a casa. Il sapore poco gradevole e il caratteristico odore sulfureo erano parte di un rito al quale venivano attribuite virtù salutari.
Dietro quella pratica quotidiana si nasconde una vicenda più ampia, documentata alla fine del Settecento da un religioso piemontese interessato allo studio della natura. Il suo nome era Agostino De Levis e il volume che dedicò alla sorgente di Murisengo uscì a Torino nel 1794.
Oggi quelle pagine consentono di osservare da vicino un mondo nel quale l’indagine sulle acque minerali si intrecciava con le conoscenze mediche del tempo, le testimonianze dei pazienti e le aspettative di intere comunità.
Il libro piemontese ritrovato in Borgogna
A riportare l’attenzione su questa storia è stato il ritrovamento di una copia del trattato su una bancarella dell’usato in Borgogna, in Francia.
Un piccolo volume, con il dorso danneggiato e la legatura antica visibile lungo i margini, conservava tra le sue pagine un frammento di storia monferrina. La carta, con la filigrana caratteristica delle produzioni settecentesche, introduceva a un titolo inatteso in quel contesto: "Sulla Pirenta murisenghina, nuove osservazioni ed esperienze".
Stampato dalla tipografia Mairesse di Torino nel 1794, il libro aveva attraversato confini e generazioni fino ad approdare lontano dai luoghi ai quali era dedicato. Il suo ritrovamento mi offre il punto di partenza per riscoprire una ricerca che cercò di dare visibilità alle sorgenti del territorio.
Agostino De Levis e lo studio della Pirenta di Murisengo
Nato a Crescentino il 5 novembre 1740, Agostino De Levis apparteneva a quel mondo di religiosi e studiosi che, nel Settecento, affiancavano alla formazione ecclesiastica l’interesse per le scienze naturali e l’agricoltura.
Nel frontespizio del trattato si presentava come socio dell’Imperiale Accademia delle Scienze e delle Lettere di Mantova, membro della Reale Società di Agraria e corrispondente della Reale Accademia delle Scienze di Torino.
Al centro della sua ricerca, la Pirenta di Murisengo, descritta come una sorgente minerale salino-solforosa, già conosciuta dagli abitanti del paese e delle località vicine.
L’opera era dedicata a Francesco Maria Scozia, marchese di Cagliano e conte di Murisengo e Valmacca. Una scelta che rivela anche l’intento pratico del lavoro: richiamare l’attenzione di chi disponeva delle risorse necessarie per valorizzare la fonte.
La sorgente, nelle intenzioni dello studioso, avrebbe potuto diventare il centro di un’attività capace di portare benefici al territorio. Perché ciò avvenisse, però, non bastava la reputazione costruita attraverso il passaparola.
Una risorsa locale da far conoscere
De Levis individuava proprio nella scarsa notorietà delle acque uno dei principali ostacoli al loro sviluppo.
Gli abitanti ne facevano uso, ne raccontavano gli effetti e vi ricorrevano durante le malattie. Tuttavia, secondo l’autore, quella conoscenza rimaneva confinata entro un orizzonte ristretto.
Il rimprovero emerge con chiarezza nelle sue parole: «Quelli si contentarono della loro guarigione e non diedero mai moto né alla lingua, né alla penna per esaltarla».
Il trattato assume così anche il carattere di un appello alla valorizzazione del territorio. De Levis chiedeva studi, attenzione medica e iniziative in grado di trasformare una consuetudine locale in una risorsa conosciuta oltre i confini dei paesi circostanti.
Aveva già affrontato l’argomento in un precedente opuscolo dedicato all’abate Don Carlo Serra di Madio, preposto di Murisengo. L’interesse suscitato, tuttavia, non aveva trovato un sostegno economico sufficiente alla realizzazione di strutture di accoglienza e servizi.
Nelle pagine del 1794 compaiono riferimenti ad altre località note per le loro acque minerali e agli interventi promossi dai sovrani per migliorare gli edifici e le strade di accesso alle fonti. Il confronto serviva a indicare una possibilità: anche Murisengo avrebbe potuto ambire a una maggiore considerazione.
Acque fredde e osservazioni settecentesche
Una parte del volume affronta la natura della sorgente e le sue caratteristiche fisiche.
De Levis si sofferma sulla temperatura dell’acqua, precisando che quella di Murisengo apparteneva alle acque minerali fredde. Richiama le misurazioni effettuate con il termometro di Réaumur e discute l’impiego del nome "Pirenta", accostato anche a sorgenti di diversa natura.
Le descrizioni restituiscono il linguaggio della scienza settecentesca, quando lo studio dei gas e della composizione delle acque era un campo di ricerca in pieno sviluppo.
Nel trattato trovano spazio anche esperimenti condotti sui gas liberati dalla sorgente. Crepitii, fumo e odori intensi diventavano oggetto di osservazione, ma potevano alimentare lo stupore di chi assisteva.
Sono pagine da leggere nel loro contesto storico: documentano i tentativi di interpretare fenomeni naturali con gli strumenti e le categorie disponibili all’epoca.
Attorno alla fonte convivevano così due sguardi. Da una parte quello dello studioso, interessato a descrivere e confrontare; dall’altra quello della comunità, che riconosceva nell’acqua una possibile risposta alla malattia.
I racconti dei malati nella Pirenta murisenghina
La parte più vivace del volume è costituita dalle testimonianze di persone che avevano utilizzato l’acqua della sorgente.
Religiosi, giovani, anziani e abitanti dei paesi vicini compongono una piccola geografia della sofferenza nel Piemonte di fine Settecento. I disturbi vengono descritti con il lessico medico del tempo: febbri, gonfiori, difficoltà digestive, debolezza, problemi urinari e affezioni della pelle.
Tra i casi riportati c'è quello di Nicola Rebuffo, religioso agostiniano di Casale, il cui miglioramento veniva attestato dal chirurgo Domenico Mussa. Un’altra vicenda riguarda il signor Ceruti, giunto a Murisengo nel luglio del 1793, descritto come pallido, debilitato e afflitto da disturbi digestivi.
Le relazioni riferiscono l’assunzione dell’acqua e i cambiamenti osservati nei giorni successivi. Sono testimonianze significative per la storia della medicina e delle credenze popolari, ma non consentono di stabilire, secondo i criteri attuali, un rapporto certo tra l’uso della sorgente e le guarigioni raccontate.
Il loro valore documentario risiede anche nei dettagli: le parole scelte per descrivere il dolore, la durata delle cure, i tentativi precedenti e il sollievo atteso.
Da quelle pagine emerge una società nella quale ammalarsi significava spesso affrontare un percorso incerto, affidandosi a rimedi diversi e alle risorse disponibili nelle vicinanze.
Il medico Giuseppe Crova e l’acqua imbottigliata
Un ruolo ricorrente nel trattato è quello di Giuseppe Crova, medico di Murisengo, che riferisce diversi casi e segue l’impiego dell’acqua.
Le sue osservazioni riguardano anche le quantità assunte e la continuità dell’uso. Si intravede il tentativo di ordinare le esperienze, registrare i cambiamenti e trasformare una pratica consueta in materia di studio.
Un passaggio particolarmente interessante riguarda l’imbottigliamento. Il testo segnala che durante la conservazione e il trasporto l’acqua modificava alcune caratteristiche, perdendo parte dell’odore e della limpidezza originari.
Il problema aveva conseguenze pratiche: chi desiderava utilizzarla lontano dalla sorgente doveva fare i conti con queste alterazioni.
La notorietà della Pirenta, intanto, aveva raggiunto Torino. Nel volume si ricorda l’invio di quaranta bottiglie destinate alla casa dell’avvocato Berardi, con il coinvolgimento del medico torinese Barberis.
Un episodio che mostra come la circolazione dell’acqua seguisse le relazioni tra medici, famiglie e conoscenti, estendendo la reputazione della fonte oltre il territorio monferrino.
Tra salassi, rimedi e speranze
Per comprendere queste testimonianze occorre considerare il contesto nel quale furono raccolte.
Alla fine del Settecento la medicina ricorreva ancora ampiamente a pratiche come il salasso. Diversi pazienti citati nel libro avevano già affrontato cure lunghe e debilitanti prima di provare l’acqua della Pirenta.
Il ricorso alla sorgente entrava quindi in percorsi complessi, nei quali si alternavano prescrizioni mediche, rimedi tradizionali e iniziative personali.
Alcuni racconti colpiscono per la precisione, talvolta cruda, con cui vengono descritti i sintomi. Un paziente riferisce le quantità bevute, i disturbi comparsi durante l’assunzione e i cambiamenti successivi. Altri attribuiscono all’acqua miglioramenti dopo mesi o anni di sofferenza.
La narrazione conserva una forte dimensione umana. Dietro il linguaggio oggi inconsueto si riconoscono la fatica della malattia, l’attesa di un sollievo e il bisogno di trovare una spiegazione a ciò che accadeva al proprio corpo.
La Pirenta e la cura degli animali
Le testimonianze raccolte da De Levis riguardano anche gli animali.
In una società agricola, la salute del bestiame aveva un peso diretto sulla sopravvivenza delle famiglie. Perdere un bue significava compromettere il lavoro nei campi e il patrimonio della casa.
Il trattato racconta il caso di un animale di sei anni, afflitto da gonfiori, inappetenza e altri disturbi, al quale venne somministrata acqua della Pirenta per venti giorni. L’esito favorevole riportato dall’autore entrava nello stesso insieme di esperienze utilizzato per sostenere l’interesse verso la sorgente.
Anche questo episodio aiuta a comprendere quanto le fonti fossero inserite nella vita economica e sociale dei paesi. Il loro significato andava oltre la salute individuale e coinvolgeva le necessità dell’intera comunità rurale.
Un patrimonio di memoria del Monferrato
Il libro del 1794 custodisce molto più della descrizione di una sorgente. Racconta il rapporto tra un territorio e le sue risorse, il tentativo di uno studioso di richiamare attenzione su un bene locale e le speranze affidate all’acqua da chi affrontava la malattia.
La Pirenta di Murisengo diventa così un punto di osservazione sulla società piemontese di fine Settecento. Nelle sue pagine si incontrano autorità locali, religiosi, medici e persone comuni, uniti da interessi diversi attorno alla stessa fonte.
Le testimonianze non trasformano le guarigioni narrate in certezze cliniche. Conservano però il valore di un documento capace di restituire mentalità, abitudini e condizioni di vita.
È questa la storia che continua a riaffiorare dalle sorgenti del Monferrato: una memoria fatta di ricerca e consuetudini, di fiducia e necessità, rimasta legata per generazioni a un filo d’acqua dall’inconfondibile odore di zolfo.