La prima Regione governata dal centrodestra approva una legge sul suicidio medicalmente assistito. A Torino, AVS aumenta la pressione sulla Giunta Cirio
Il muro è caduto a Venezia. E adesso l’onda arriva fino a Torino.
Il voto con cui il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge sul fine vita non è soltanto un passaggio destinato a incidere su una delle questioni eticamente più delicate del nostro tempo. È soprattutto un precedente politico che rischia di pesare come un macigno sul Piemonte.
Perché il Veneto non è una Regione qualsiasi. È la prima Regione amministrata dal centrodestra ad approvare una normativa che disciplina procedure e tempi dell’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito.
Il provvedimento è passato il 2 settembre con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni. Il Veneto diventa così la quarta Regione a intervenire sulla materia, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna.
Ed è proprio qui che la vicenda smette di essere soltanto veneta.
Il precedente che arriva direttamente a Palazzo Lascaris
In Piemonte, infatti, la partita è già aperta.
Da aprile è in corso una nuova raccolta firme sulla proposta di legge regionale di iniziativa popolare “Liberi Subito”, promossa dall’Associazione Luca Coscioni. L'obiettivo i era raccogliere almeno 8 mila sottoscrizioni entro il 15 ottobre. Già alla fine di maggio l'associazione annunciava di avere superato quota 5 mila.
È il secondo tentativo.
Nel 2023, infatti, erano già state depositate in Piemonte oltre 11 mila firme, ben oltre la soglia necessaria. Quella proposta arrivò fino all'Aula di Palazzo Lascaris, ma nel marzo 2024 il Consiglio regionale ne fermò la discussione attraverso una questione pregiudiziale di costituzionalità.
Oggi, però, il terreno giuridico e soprattutto quello politico sono profondamente cambiati.
E dopo Venezia diventa molto più difficile sostenere che una Regione governata dal centrodestra non possa affrontare il tema.
Il Veneto spazza via l'alibi politico
È questo il cuore dell'attacco rivolto alla maggioranza piemontese e al presidente Alberto Cirio dalla consigliera AVS, Alice Ravinale: se una Regione simbolo del centrodestra come il Veneto può discutere, modificare e infine approvare una legge sul fine vita, perché il Piemonte dovrebbe sottrarsi al confronto?
Il punto è ancora più significativo osservando ciò che è accaduto nella maggioranza veneta.
Il testo approvato non è rimasto immutato. Sono stati introdotti emendamenti che rafforzano il ruolo delle cure palliative, prevedono un Comitato bioetico regionale, valorizzano il parere del palliativista e tutelano la volontarietà del personale medico.
Una mediazione politica, dunque, non una resa ideologica.
Il presidente veneto Alberto Stefani ha rivendicato proprio questa impostazione, sostenendo che la dignità della vita debba essere tutelata e che il provvedimento, modificato rispetto alla formulazione originaria, debba muoversi nel quadro tracciato dalle sentenze della Corte costituzionale.
Ed è forse questo il passaggio politicamente più difficile da ignorare a Torino: il Veneto dimostra che sul fine vita si può essere di centrodestra e scegliere comunque di legiferare.
La Consulta ha cambiato il quadro, ma con confini precisi
C'è poi un altro elemento che rende il dibattito piemontese molto diverso da quello del 2024.
Il 29 dicembre 2025 la Corte costituzionale ha depositato la sentenza 204, pronunciandosi sulla legge della Toscana.
La decisione è più complessa di un semplice via libera alle Regioni. La Consulta ha infatti dichiarato non fondate le questioni sollevate dal Governo contro l'intera legge toscana e contro il suo impianto generale, riconoscendo quindi uno spazio regionale nell'organizzazione sanitaria delle procedure.
Nello stesso tempo, però, ha dichiarato costituzionalmente illegittime diverse singole disposizioni, laddove queste invadevano materie riservate allo Stato, in particolare l'ordinamento civile e penale e la determinazione di principi fondamentali in materia sanitaria.
Il confine tracciato dalla Corte appare dunque abbastanza netto: le Regioni possono intervenire sull'organizzazione sanitaria necessaria a rendere effettive le procedure, ma non possono ridefinire autonomamente i requisiti sostanziali di accesso al suicidio medicalmente assistito.
È un limite, ma anche un'indicazione per i legislatori regionali.
Ed è proprio dentro quel perimetro che il confronto piemontese sarà chiamato a muoversi.
Sette anni dopo la sentenza Cappato, il Parlamento continua a non decidere
Sul fondo rimane il grande vuoto nazionale.
La sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale, nata dal caso Cappato-Dj Fabo, ha individuato le condizioni nelle quali l'aiuto al suicidio non è punibile e ha sollecitato l'intervento del legislatore.
Sette anni dopo, una disciplina nazionale organica continua però a non esserci.
Il 3 giugno 2026 il Senato avrebbe dovuto avviare l'esame in Aula del ddl Bazoli, sostenuto dalle opposizioni. La maggioranza ha invece votato il rinvio del provvedimento alle Commissioni Giustizia e Affari sociali.
Le opposizioni parlarono apertamente di legge “affossata”. Nei mesi successivi il dossier parlamentare non è comunque scomparso: l'esame dei diversi disegni di legge è proseguito nelle Commissioni, senza però produrre finora quella normativa nazionale definitiva attesa da anni.
Ed è proprio questa lunga attesa a spostare sempre più il baricentro della battaglia sulle Regioni.
In Piemonte c'è già stato un caso concreto
Ma in Piemonte il fine vita non è più soltanto una discussione teorica tra giuristi e partiti.
C'è già stata una persona che ha attraversato concretamente questo percorso.
L'Associazione Luca Coscioni ricorda il caso di Alan, precedentemente conosciuto con il nome di fantasia “Alberto”, indicandolo come il primo caso piemontese di suicidio medicalmente assistito. Secondo l'associazione, nonostante la verifica dei requisiti, l'uomo avrebbe dovuto attendere circa otto mesi per ottenere il supporto necessario dall'Asl e dal sistema sanitario.
Ed è precisamente sui tempi, sulle procedure, sulle responsabilità delle aziende sanitarie e sulle garanzie per pazienti e medici che intervengono le proposte regionali.
Non si tratta, dunque, di decidere semplicemente con un sì o con un no se il suicidio medicalmente assistito debba esistere nell'ordinamento: la sentenza 242/2019 della Consulta ha già aperto uno spazio giuridico in presenza di condizioni rigorosamente definite.
Il nodo regionale riguarda soprattutto come garantire che la verifica e l'eventuale accesso non si trasformino in un percorso senza tempi certi, diverso da territorio a territorio e affidato alla solitudine dei pazienti, delle famiglie e degli operatori sanitari.
Ora la domanda è per Cirio
È qui che il voto veneto assume tutta la sua forza politica.
La domanda che arriverà a Palazzo Lascaris non sarà più soltanto: il Piemonte vuole una legge sul fine vita?
Sarà molto più scomoda: se il Veneto governato dal centrodestra ha potuto approvarla, perché il Piemonte non dovrebbe nemmeno discuterla?
La nuova proposta “Liberi Subito”, una volta completato l'iter della raccolta firme e depositata, costringerà maggioranza e opposizioni a tornare su un terreno che nella scorsa legislatura era stato chiuso prima ancora di affrontare il merito.
Questa volta, però, sul tavolo ci saranno la sentenza della Corte costituzionale sulla Toscana, il precedente politico del Veneto e l'esperienza concreta maturata anche in Piemonte.
Gli argomenti per discutere, insomma, sono aumentati. Gli alibi per non farlo sono diminuiti.
E per Cirio e il centrodestra piemontese il fine vita rischia così di diventare qualcosa di più di una battaglia etica: una prova sulla capacità della politica di assumersi la responsabilità di decidere quando decidere significa entrare nel territorio più difficile di tutti, quello della sofferenza, della libertà individuale e della dignità della persona.
Dopo il voto di Venezia, rinviare ancora non sarebbe più una semplice scelta procedurale. Sarebbe, inevitabilmente, una scelta politica.