Dieci anni fa era un’idea da costruire. Oggi quattro giovani frequentano l’hub formativo di Social Wall2Wall e cinque persone lavorano con un contratto a tempo indeterminato
Ci sono storie che cominciano con una domanda apparentemente semplice. E che, proprio perché semplice, rischia di essere la più difficile a cui dare una risposta.
Cosa succede quando finisce la scuola?
Per un ragazzo è l’inizio di una nuova fase della vita. Per una famiglia che accompagna un giovane con disabilità intellettiva, quella domanda può invece trasformarsi in una preoccupazione molto concreta: dove potrà continuare a imparare? Dove potrà mettere a frutto quello che sa fare? Ci sarà un posto in cui sentirsi utile, imparare un mestiere, avere responsabilità, costruire un po’ di autonomia?
È da questa domanda che, dieci anni fa, ha cominciato a prendere forma una storia particolare dentro uno dei luoghi che, per definizione, sembrano più lontani dal mondo della fragilità: una fabbrica.
A Settimo Torinese, nello stabilimento di L’Oréal Italia, un gruppo di persone ha iniziato a immaginare che proprio lì, tra reparti produttivi, ordini, mansioni, ritmi e responsabilità, potesse nascere un percorso diverso.
Non un laboratorio separato dal mondo del lavoro. Non un’esperienza simbolica. Ma un luogo nel quale il lavoro potesse essere imparato, sperimentato e, per qualcuno, diventare davvero un lavoro.
È nata così la collaborazione con Valemour e il progetto Social Wall2Wall.
L’idea era semplice. Realizzarla molto meno
All’inizio c’era soprattutto una sfida: capire come trasformare un ambiente produttivo in un ambiente capace di accogliere anche percorsi di formazione dedicati a giovani con disabilità intellettiva.
Bisognava costruire le attività, individuare le mansioni, capire i tempi, accompagnare le persone, mettere insieme competenze educative e competenze industriali.
E soprattutto bisognava fare una cosa che sulla carta può sembrare scontata, ma nella realtà non lo è: partire dalle persone.
Non tutti hanno gli stessi tempi. Non tutti possiedono le stesse capacità. Non tutti arrivano al lavoro attraverso lo stesso percorso.
Per questo Social Wall2Wall è stato costruito progressivamente, esperienza dopo esperienza, mettendo la formazione dentro lo stabilimento e creando un collegamento diretto con il mondo produttivo.
Oggi quella prima intuizione ha una forma precisa.
Nell’hub formativo vengono accolti giovani in formazione o tirocinio, anche appena usciti dal percorso scolastico. Educatori e psicologi li accompagnano nell’apprendimento delle competenze e delle mansioni di base.
Poco più in là c’è una vera attività produttiva.
E qui la storia cambia ancora.
Perché non si parla più soltanto di imparare, ma di lavorare.
Il momento in cui il ragazzo non è più soltanto “in formazione”
È forse questo il passaggio più importante dell'intero progetto.
Il ragazzo arriva nell’hub e comincia a conoscere il lavoro. Impara una mansione, prende confidenza con un ambiente nuovo, comprende che esistono orari, regole, responsabilità. Acquista sicurezza.
Poi, per alcuni, quel percorso può trasformarsi in qualcosa di diverso.
Oggi sono cinque le persone assunte a tempo indeterminato nel reparto produttivo, impegnate nella gestione di ordini ricevuti da L’Oréal.
Cinque storie che raccontano concretamente dove può arrivare un percorso cominciato con la formazione.
E altre quattro persone, oggi, stanno ancora costruendo il proprio percorso all’interno dell’hub.
È una fotografia del progetto nel presente, ma anche la dimostrazione di come sia cambiata quella prima idea di dieci anni fa.
«Un hub formativo non è semplicemente un luogo di apprendimento: è un luogo in cui si costruiscono possibilità», spiega Marco Ottocento, presidente di Vale un Sogno Cooperativa Sociale.
La parola scelta da Ottocento è importante: possibilità.
Perché il progetto non promette a tutti lo stesso risultato e non pretende di cancellare le difficoltà. Cerca piuttosto di creare le condizioni perché ciascuno possa esprimere ciò che sa fare.
«Crediamo che ogni persona abbia valore e che anche la fragilità possa trovare il proprio spazio nelle imprese, se accompagnata dalle giuste opportunità».
Dieci anni dopo, il progetto è ancora lì
Il 28 settembre, quando nello stabilimento di Settimo Torinese si è celebrato il decimo anniversario della collaborazione, il senso della giornata non era soltanto quello di festeggiare una ricorrenza.
Era quello di guardarsi indietro.
Dieci anni prima Social Wall2Wall era un progetto da costruire. Oggi è una realtà che continua a vivere.
E la durata, in questo caso, racconta qualcosa di importante.
«La forza di questo progetto è aver trasformato una visione in una realtà duratura. Se oggi è ancora qui, è grazie a fondamenta solide e a partner coraggiosi. L’Oréal Italia e lo stabilimento di Settimo Torinese hanno creduto in noi fin dall’inizio», sottolinea Ottocento.
In quelle parole c’è anche la storia di una collaborazione che ha avuto bisogno di tempo per consolidarsi.
Perché l’inclusione lavorativa non si costruisce con una giornata celebrativa, con un’iniziativa occasionale o con una dichiarazione di principio. Richiede continuità. Richiede che un'azienda accetti di mettersi in discussione, che una cooperativa accompagni le persone, che le istituzioni sostengano i percorsi e che tutti imparino a lavorare insieme.
Piastra: «Il percorso dell’inclusione lavorativa è uno dei tasselli più difficili»
Tra le persone che hanno visto nascere quel progetto c’è anche la sindaca di Settimo Torinese Elena Piastra.
Dieci anni fa Social Wall2Wall muoveva i primi passi. Oggi la sindaca torna a quella storia per sottolineare quanto sia delicato il momento in cui una persona con disabilità lascia la scuola.
Perché fino a quel momento esiste una struttura precisa: la scuola, gli insegnanti, la famiglia, i servizi.
Poi arriva l'età adulta.
E trovare una nuova strada può diventare molto più complicato.
È qui che l'esperienza di Settimo assume un significato che va oltre i confini dello stabilimento L’Oréal.
Piastra ha ricordato proprio quel momento iniziale, quando era ancora necessario capire come costruire le attività e come adattarle alle persone coinvolte.
La strada, però, è stata percorsa.
E oggi può essere raccontata attraverso esperienze concrete.
«La sostenibilità ambientale però è solo una parte del livello di sostenibilità, perché le nostre comunità, le nostre società, perché siano davvero sostenibili, hanno bisogno di essere sostenibili dal punto di vista dell’equità sociale», ha detto Piastra.
Poi ha aggiunto una frase che fotografa la difficoltà della sfida: «Il percorso dell’inclusione, soprattutto dell’inclusione lavorativa, è uno dei tasselli in assoluto più difficili per le nostre comunità».
Non è un caso che tutto questo accada proprio a Settimo Torinese.
La città ha una lunga storia industriale. Qui il lavoro manifatturiero ha costruito per generazioni identità, relazioni e prospettive familiari.
Portare l’inclusione dentro una fabbrica significa quindi anche provare a dare un significato nuovo a quella stessa cultura del lavoro.
Non più soltanto produzione, ma anche possibilità.
L’Oréal: «La diversità è una fonte di ricchezza»
Per Chiara Sburlati, direttrice dello stabilimento L’Oréal Italia di Settimo Torinese, la storia di Social Wall2Wall è diventata parte della stessa idea di impresa.
«Il progetto Social Wall2Wall rappresenta perfettamente la nostra visione d’impresa: un luogo in cui la diversità è una fonte di ricchezza per tutti e un’opportunità concreta di crescita professionale e umana», ha dichiarato.
Ma la parte più significativa della sua riflessione riguarda forse ciò che è accaduto alle persone che hanno partecipato al progetto.
«Un percorso in cui, ogni giorno, impariamo gli uni dagli altri trasformando l’inclusione in valore reale».
Non soltanto, dunque, persone che imparano a lavorare.
Anche un’azienda che impara qualcosa dalle persone che accoglie.
È questo uno degli elementi che, in dieci anni, hanno permesso al progetto di cambiare forma senza perdere la sua idea originaria.
Non è una linea di arrivo
C'è poi un'immagine che accompagna il decimo anniversario.
Un traguardo.
Dieci anni sono tanti per qualsiasi progetto. A maggior ragione per un progetto sociale che ha dovuto costruire nel tempo il proprio spazio dentro una realtà produttiva.
Ma per Sburlati quel traguardo non deve diventare una conclusione.
Aprendo la celebrazione, la direttrice dello stabilimento ha voluto sottolineare proprio questo aspetto.
«Non voglio che oggi la consideriamo una linea di arrivo, ma una tappa rispetto a tutto quello che il futuro ci permetterà ancora di fare insieme».
E allora il decimo anniversario diventa una fotografia scattata a metà strada.
Da una parte ci sono i dieci anni appena trascorsi: l'idea iniziale, le difficoltà, la formazione, i tirocini, le competenze costruite, le prime assunzioni, le cinque persone oggi occupate stabilmente.
Dall’altra ci sono i quattro giovani che stanno ancora frequentando l’hub e che rappresentano il pezzo di storia che deve ancora essere scritto.
La storia continua oltre i cancelli della fabbrica
Alla fine, il valore di Social Wall2Wall non sta soltanto nel numero delle persone coinvolte.
Sta nella domanda dalla quale tutto era partito.
Cosa succede quando finisce la scuola?
Dieci anni fa la risposta non era ancora scritta.
Oggi, a Settimo Torinese, esiste almeno un luogo nel quale quella risposta può cominciare a prendere forma.
C'è un hub dove si impara. C'è un reparto dove si lavora. Ci sono educatori, psicologi, lavoratori, responsabili aziendali e famiglie che accompagnano percorsi diversi.
E ci sono persone che hanno trasformato una possibilità in un lavoro.
Per questo la storia di L’Oréal e Valemour non è soltanto la storia di una collaborazione durata dieci anni.
È la storia di un'idea che ha provato a cambiare il significato di una parola spesso usata in modo astratto: inclusione.
Qui l'inclusione passa dalle mani, dalle competenze, dagli orari, dalle responsabilità e dalle relazioni quotidiane.
Passa attraverso il lavoro.
E, soprattutto, attraverso la possibilità di immaginare un futuro quando la scuola è finita.
Perché dieci anni dopo, come dice Marco Ottocento, un hub formativo può essere molto più di un luogo dove si impara.
Può essere il luogo in cui, semplicemente, si comincia a costruire una possibilità.