L’UCOII richiama media e politica alla responsabilità individuale. Baradai: nessuna immunità dalla critica, ma basta generalizzazioni sui musulmani
Il passaggio dalla cronaca al sospetto collettivo può consumarsi in un titolo: il comportamento di una persona diventa il tratto distintivo di una religione, l’appartenenza all’Islam una spiegazione che pretende di valere per tutti.
È contro questo meccanismo che interviene l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII), con una nota del 25 ottobre dedicata al rapporto tra informazione, responsabilità individuale e rappresentazione dei musulmani.
Il documento chiama in causa giornali e politica, difende esplicitamente la libertà di critica e annuncia la possibilità di ricorrere alle sedi deontologiche e giuridiche competenti. Non indica però singoli articoli, esponenti politici o episodi di cronaca: la denuncia riguarda un modo di raccontare l’Islam che, secondo l’organizzazione, trasforma le condotte personali in un’accusa rivolta a un’intera comunità.
«Non chiediamo immunità dalla critica e non vogliamo sottrarre nessuno al giudizio sui propri comportamenti», dichiara il presidente Yassine Baradai. La richiesta è che ciascuno risponda delle proprie azioni, senza attribuire responsabilità a chi ne condivide soltanto la fede.
Il contesto: dalle polemiche sull’arbitrato al dialogo nelle scuole
La presa di posizione arriva in un mese nel quale il rapporto tra Islam, istituzioni e società italiana è entrato nel dibattito pubblico attraverso vicende molto diverse.
Sul caso della cosiddetta Camera Arbitrale Islamica Italiana, l’UCOII ha preso pubblicamente le distanze dall’iniziativa, dichiarando che non aveva ricevuto alcun mandato dalle comunità rappresentate dall’Unione. L’organizzazione ha ribadito il riferimento alla giustizia dello Stato e invitato i fedeli a diffidare del servizio.
È un precedente utile a leggere la posizione attuale: la stessa associazione che contesta le generalizzazioni ha espresso una netta contrarietà a un’iniziativa presentata come islamica.
Un altro terreno di confronto è quello educativo.
Il 21 ottobre, a Palazzo Borromeo, l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede ha ospitato la presentazione delle Schede per conoscere l’Islam, in collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana e il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica. Il materiale, rivolto soprattutto alla scuola, punta ad accrescere la conoscenza reciproca e a favorire il dialogo interreligioso.
Sono due riferimenti di attualità che mostrano quanto siano differenti le questioni spesso raccolte sotto un’unica etichetta: il rapporto con l’ordinamento italiano, la rappresentanza delle comunità, l’educazione religiosa e la convivenza.
Libertà di critica e generalizzazioni: la distinzione chiesta dall’UCOII
Il passaggio centrale della nota riguarda il diritto di contestare idee, organizzazioni e rappresentanti religiosi. L’UCOII riconosce che anche l’Islam e le scelte dei suoi esponenti possono essere oggetto di critiche dure. Chiede però che il giudizio resti ancorato a fatti e responsabilità identificabili.
Nel mirino dell’Unione finiscono le narrazioni che descrivono la partecipazione civile dei musulmani come un’infiltrazione, le richieste di diritti come un’imposizione e il comportamento di un singolo come una prova contro una religione.
Secondo l’organizzazione, questa sovrapposizione alimenta la percezione dei musulmani come una presenza estranea alla società italiana.
La distinzione proposta riguarda dunque anche la qualità dell’informazione: verificare quale ruolo abbia effettivamente l’appartenenza religiosa in una notizia, quali responsabilità siano accertate e a chi possano essere attribuite. L’UCOII contesta il salto che porta dal racconto di una condotta alla costruzione di un’identità collettiva sospetta.
L’appello alla politica e i possibili ricorsi
Alla politica l’Unione chiede di non utilizzare l’islamofobia come strumento di consenso. Alle istituzioni e alla società civile rivolge un appello contro l’estremismo religioso e contro quello che definisce «fanatismo culturale»: la pretesa di stabilire l’appartenenza all’Italia sulla base di una sola identità ammessa come legittima.
L’UCOII annuncia inoltre che continuerà a intervenire nel confronto pubblico e valuterà, quando ne esistano i presupposti, iniziative nelle sedi deontologiche e giuridiche. Il comunicato non dà notizia di esposti o procedimenti già avviati: prospetta valutazioni caso per caso, dichiarando di voler rispettare la libertà di espressione.
La questione consegnata al dibattito pubblico riguarda il rapporto tra sicurezza e precisione del linguaggio. Per l’Unione, contrastare violenza ed estremismo richiede di individuare le responsabilità, senza estenderle a famiglie, lavoratori e giovani estranei ai fatti. Baradai sintetizza così il rischio delle accuse collettive: «Generalizzare non rende l’Italia più sicura: la divide».
Copertina: immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale sul tema della convivenza in Italia