Il presidente di Confartigianato Imprese Piemonte chiede di superare una legge vecchia di oltre quarant’anni
L’artigianato italiano può crescere, assumere, innovare e conquistare nuovi mercati continuando a essere artigianato?
È attorno a questa domanda che si sta accendendo il confronto sulla riforma della Legge quadro del settore, con Confartigianato e Confindustria su posizioni differenti soprattutto sul tema delle dimensioni aziendali e delle conseguenze economiche della revisione normativa.
A intervenire nel dibattito è Giorgio Felici, presidente di Confartigianato Imprese Piemonte, che respinge l’idea di un comparto ancora identificabile esclusivamente con la piccola bottega tradizionale.
«Ma Confindustria crede che siamo dei Mastro Geppetto?», provoca Felici, chiedendo una normativa capace di fotografare l’impresa artigiana del 2026 e non quella di quarant’anni fa.
Una legge del 1985 per imprese profondamente cambiate
Il punto di partenza è la Legge quadro n. 443 dell’8 agosto 1985, tuttora riferimento nazionale per la disciplina dell’artigianato.
In oltre quattro decenni, sostiene Confartigianato, il sistema produttivo è però cambiato radicalmente: digitalizzazione, automazione, nuovi mercati, transizione tecnologica e internazionalizzazione hanno trasformato anche molte piccole imprese.
«Si sono modificati i processi produttivi – sottolinea Felici – c’è la necessità di gestire il ricambio generazionale e, per rimanere competitivi, gli artigiani sono chiamati a coniugare tradizione e innovazione, guardare ai mercati esteri e utilizzare le tecnologie di ultima generazione».
La riforma non è più soltanto un'ipotesi: la delega affidata al Governo deve essere attuata entro il 7 gennaio 2027. Confartigianato ha inserito proprio il completamento della revisione della Legge quadro al primo posto tra le proprie priorità.
Il nodo economico: crescere senza perdere lo status di impresa artigiana
È soprattutto sulla dimensione delle aziende che si concentra lo scontro.
Secondo Felici, stabilire la natura artigiana prevalentemente sulla base del numero degli addetti rischia di trasformarsi in un freno alla crescita. Un’impresa che investe, conquista nuovi clienti e assume personale potrebbe infatti trovarsi davanti al paradosso di perdere la propria qualificazione proprio perché è diventata più competitiva.
«Non si può punire una realtà artigiana che vuole crescere e che ha allargato il mercato. È una battaglia di buon senso e di dignità», sostiene il presidente piemontese.
Per Confartigianato, a definire l'identità dell'impresa devono concorrere anche altri elementi: il ruolo diretto dell'imprenditore nel processo produttivo, le competenze, la qualità del lavoro e il legame con il territorio.
Felici: «Le botteghe polverose non esistono più»
Il presidente piemontese contesta quindi quella che considera una rappresentazione superata del settore.
«La visione di Confindustria ci sembra miope e obsoleta, legata a un’idea dell’artigianato che non esiste più. Le nostre imprese si sono evolute: non ci sono più botteghe polverose paragonabili a quella di Mastro Geppetto, ma aziende che utilizzano l’intelligenza artificiale, sono digitalizzate e crescono dimensionalmente, pur mantenendo la loro peculiarità di artigiane».
Il tema, dunque, non riguarda soltanto l'identità delle imprese, ma la loro capacità di investire, assumere e competere senza incontrare un limite normativo alla crescita.
Confindustria: attenzione a concorrenza, lavoro e risorse pubbliche
La posizione di Confindustria è differente. L'associazione degli industriali ha chiesto che la riforma venga valutata considerando gli effetti su concorrenza, costo del lavoro, tutele dei dipendenti e conti pubblici. Piccola Industria ha sottolineato che la crescita delle imprese è un obiettivo condiviso, ma ritiene necessario verificare le conseguenze dell'estensione del regime artigiano ad aziende di dimensioni maggiori.
Tra i punti più discussi c'è anche l'ipotesi dell'innalzamento delle soglie dimensionali. Confartigianato precisa che la soglia dei 49 dipendenti prevista nella proposta non riguarderebbe indistintamente tutte le imprese artigiane, ma il settore artistico-tradizionale, mentre per le altre attività rimarrebbe una differenziazione dei limiti in funzione della tipologia produttiva.
Contratti e dumping salariale, altro terreno di confronto
Altro nodo economico è quello del lavoro. Felici respinge il rischio che la revisione possa determinare automaticamente un “dumping salariale”, con aziende più grandi spinte verso il contratto dell'artigianato.
«Il Ccnl dell’artigianato prevede tutele e welfare per i lavoratori», afferma.
Sul punto Confartigianato nazionale sostiene inoltre che la qualificazione giuridica di impresa artigiana non determina automaticamente il contratto collettivo applicato dall'azienda e che imprese artigiane possono già oggi adottare contratti industriali.
Confindustria, invece, chiede garanzie affinché la riforma non produca differenze nei costi e negli obblighi tra aziende che competono sullo stesso mercato.
La partita riguarda il modello di crescita delle piccole imprese
Dietro la contrapposizione tra le associazioni si apre così una questione più ampia: quale modello di crescita dare alle imprese artigiane italiane.
Per Confartigianato, superare alcuni vincoli dimensionali significherebbe permettere alle aziende più dinamiche di assumere, innovare e aumentare la propria presenza sui mercati senza essere costrette a rinunciare alla propria identità. Le Confederazioni artigiane sostengono inoltre che la riforma possa essere costruita senza introdurre distorsioni della concorrenza.
«Vogliamo un ammodernamento della Legge quadro – conclude Felici – in grado di garantire la crescita delle imprese nel rispetto della loro natura artigiana».
Una riforma che, al di là dello scontro tra rappresentanze, pone quindi una questione economica destinata a pesare sul futuro del comparto: stabilire dove finisca oggi l'artigianato e dove cominci l'industria, in un sistema produttivo nel quale tecnologia, dimensioni e mercati hanno ormai confini molto meno netti rispetto al 1985.