Un viaggio nella Torino più oscura e misteriosa tra vicende di cronaca, delitti dimenticati, memoria collettiva e pagine poco conosciute della storia cittadina
C’è una Torino che si rivela solo di notte, fatta di cronache nere dimenticate e storie impolverate tra gli scaffali degli archivi e della memoria. Andrea Biscàro, saggista torinese, dedica il suo lavoro proprio a questi frammenti nascosti del passato, che riporta in vita con passione e grande attenzione ai dettagli.
Attraverso le sue ricerche e le sue passeggiate notturne, la città diventa per lui un archivio vivo, dove ogni vicenda attende di essere riscoperta e raccontata di nuovo. Biscàro non è solo questo, né solo Torino, ma molto altro ancora: un osservatore curioso e instancabile del reale in tutte le sue sfumature.
Intervista ad Andrea Biscàro
Andrea, la sua produzione saggistica spazia dal true crime alla storia passando dalle cronache del mistero. Da dove nasce questo suo desiderio di indagare il lato d’ombra della realtà e come scegli le storie che meritano di essere raccontate?
«La ricostruzione dei casi di Nera, l’amore per la microstoria e le incursioni nel paranormale nascono dalla mia innata curiosità e dai racconti paterni. Mio padre era un lettore appassionato ed io un buon ascoltatore. Gli devo molto. Le mie storie sono contraddistinte da una sensibile componente psicologica: dentro ogni mia ricostruzione c’è l’Umano».
Lei è un autore torinese e il tuo lavoro affonda le radici nella storia e nelle atmosfere della tua città e della tua Regione. In che modo l’anima di Torino, con la sua doppia faccia magica e industriale, influenza la tua scrittura e la tua ricerca documentale?
«Torino possiede molteplici facce sociali, presenti nei miei lavori ambientati nel capoluogo subalpino. Si tratta di una sorta di gioco a incastri, qualunque sia l’argomento da recuperare dal passato. Un ruolo nella narrazione lo giocano anche i palazzi, l’illuminazione del centro, il silenzio di certi angoli, il fascino dell’area precollinare. La città respira, è animata…».
Nei suoi saggi non ti limiti a riportare fatti, ma riesci a dare loro un taglio quasi narrativo. Qual è la sfida più grande nel mantenere il rigore della ricerca storica e biografica pur volendo offrire al lettore un’esperienza di lettura coinvolgente e appassionante?
«Il rigore della ricerca è basilare. Lo accompagno a un taglio “leggero”, un linguaggio diretto e un approccio equilibrato. Scrivo storie e per farlo scavo nel passato coi mezzi a mia disposizione, consapevole che dei tasselli verranno comunque a mancare. È inevitabile. Per questo ci va moderazione e cautela. Non si scrive urlando. Non è nel mio stile».
Molti dei suoi lavori riportano alla luce personaggi o eventi dimenticati dal grande pubblico. Credi che il compito principale del saggista contemporaneo sia quello di agire come un custode della Memoria in un’epoca che consuma tutto troppo velocemente?
«Lo scrittore di saggistica è un “custode della Memoria”. Amo estrarre dal baule del tempo le storie minori, con tutta la loro carica di umanità. La grande storia mi interessa relativamente, se non per l’indispensabile opera di contestualizzazione. Siamo sempre figli del tempo che ci accoglie».
Ci vuoi raccontare del tuo fantastico lavoro sull’attore americano Sterling Hayden?
«Ho fatto la conoscenza di Sterling Hayden nei primi anni Ottanta. Da allora non ho più smesso di guardare, per dirla col critico cinematografico Enrico Ghezzi, il volto “più stupendamente impassibile del cinema americano”. Oltre all’attore sentivo ben altro. Così sono partito all’avventura: è stata una stagione entusiasmante della mia giovinezza, quella della scoperta dell’uomo-Hayden attraverso il rapporto di amicizia col figlio Matthew, la corrispondenza epistolare con persone che l’hanno conosciuto, i ricordi dei registi Bernardo Bertolucci, Enzo G. Castellari e Sydney Pollack, da me raccolti, lo studio di articoli ed interviste. Interprete di pellicole memorabili come The Asphalt Jungle, Johnny Guitar, The Killing, Dr. Strangelove, The Godfather e Novecento. Superbo marinaio in gioventù, ufficiale dell’OSS nel secondo conflitto mondiale, attore cinematografico e televisivo, scrittore di successo, spirito errante a bordo della sua chiatta Faro del Caos lungo i fiumi d’Europa. Uomo sensibile e inquieto, la storia della sua vita è legata a quella degli Stati Uniti, dalla Grande Depressione al Maccartismo sino alle lotte per i Diritti civili. Ho scritto due libri su di lui: L’uomo che amava i tramonti e Niente bagni caldi in montagna. Nel primo libro ho ripercorso la sua intera esistenza. Nel secondo mi sono focalizzato sulla sua esperienza di vita in ambito sociale, culturale e intimistico, culminata con l’adesione al comunismo. Nel 2024 ho donato il mio vasto archivio su Hayden al Museo Nazionale del Cinema così che possa essere messo a disposizione di tutti. Il 19 gennaio 2025 la donazione è stata ufficializzata al Cinema Massimo con la proiezione del capolavoro Johnny Guitar. Per me è stata una grande emozione. Sentivo, e sento, di aver fatto qualcosa di utile, a me stesso e alla mia città».