Durante il conflitto europeo che si scatenò alla morte del re di Spagna Carlo II e conosciuto con il nome di “Guerra di successione spagnola”, in quanto il monarca era deceduto senza un figlio a cui affidare la corona iberica, sono state innumerevoli le gesta ed i fatti d’arme che hanno interessato molte nazioni.
Non sempre però questi avvenimenti sono stati ricordati dalla gente comune che aveva la triste sorte di vivere direttamente suoi luoghi di combattimento, in particolare in quei siti ove la furia militare si scagliava non solo sui soldati nemici, ma anche sulla popolazione inerme costretta a subire danni e privazioni mai affrontate in precedenza: erano gli assedi ai borghi e città fortificate che maggiormente esponevano la comunità non combattente alle disgrazie della guerra.
Il Piemonte dei Savoia fu da questo aspetto interessato per molti secoli in quanto le nostre terre furono sempre oggetto di mire espansionistiche, in modo particolare dai regni di Spagna e Francia che con le loro possenti armate, spesso e volentieri, occupavano i territori al di qua delle Alpi per raggiungere la fiorente pianura padana bagnata dal Po.
Un prete di Favria racconta l’assedio
Tra i tanti resoconti di battaglie, assedi e scontri armati che nei secoli furono redatti per dare memoria a questi fatti da militari, storici ed esperti, vale la pena soffermarsi sul racconto di un importante fatto bellico avvenuto sulle nostre terre proprio in quel periodo, un episodio dei tanti che caratterizzarono il nostro territorio coinvolto in una serie di operazioni militari passato alla storia come l’assedio della città di Torino nell’estate del 1706: la particolarità di questo resoconto vergato ed edito dalla stamperia di Giovanni Battista Zappata con privilegio di S.A.R e licenza dè superiori, venduto nella bottega del libraio Marone in Torino, risiede nel fatto che a scrivere le vicissitudini patite dai militari e civili in quei mesi, fu un semplice prete originario di Favria Canavese, piccolo villaggio delle vaude collinari al limitare dei contrafforti del pianalto della Vauda, che nei giorni dell’assedio francese si trovava ospite nella capitale sabauda.
Il suo modo di narrare la situazione interna alla città che da tempo si aspettava l’urto della armate dei marescialli francesi in Piemonte, La Feuillade e Vèndome inviati dal re Luigi XIV ad occupare il ducato di Savoia dopo il cambio di campo operato dal duca Vittorio Amedeo II che dopo quasi quattro anni di lotta a fianco dei franco-iberici, nel 1703 decise coraggiosamente di passare a fianco degli imperiali austriaci, ha risvolti che raramente si possono trovare in altri testi, proprio perché Tarizzo descrive liberamente, senza censura alcuna e con grande dovizia di particolari , un vissuto cittadino che lo vide in prima persona percorrere ampi spazi di una città stretta nella morsa di un conflitto bellico che travolgeva ed abbracciava emotivamente tutti.

L’accerchiamento francese di Torino
Il 13 maggio del 1706 le armate francesi che da tempo erano accampate nella piana di Montanaro ed ai confini di Chivasso, quest’ultima già travolta nella primavera del 1705 dalla armate francesi che procedevano spedite ad assediare Torino dopo aver distrutto la fortezza di Verrua ed i trinceramenti di Crescentino, iniziarono i lavori di accerchiamento della capitale approntando due linee d’assedio costituite dalle linee di circonvallazione e controvallazione che sarebbero servite come basi di partenza nello scavo delle trincee d’assedio di fronte alla cittadella di Torino, in prossimità dei bastioni del Beato Angelico ove gli attacchi furono portati con particolare violenza, mentre la parte collinare occupata nei primi giorni di maggio assicurava il totale isolamento della città che non poteva più da quel momento procurarsi viveri e vettovaglie trasportate sul Po: solo il monte dei Cappuccini, fortificato e difeso dagli austro piemontesi, garantiva l’unico accesso a quella parte collinare dalla quale era uscito un contingente di quattromila cavalleggeri al comando dello stesso Duca Vittorio Amedeo II per disturbare con azioni di guerriglia i contingenti francesi che continuavano ad arrivare in massa.
In breve tempo circa 44.000 tra soldati, milizie e reparti di mercenari al soldo di Francia, si radunarono per iniziare un assedio che per quasi quattro mesi esporrà gli assediati a tragiche peripezie.

Il “ragguaglio” di Tarizzo: una testimonianza diretta
Narra nelle prime pagine il nostro:
«Ben so che il memorabile assedio, la valorosa difesa, e la gloriosa liberazione della città di Torino, ove l’anno precedente si è sfogato tutto il furore della guerra d’Italia, anno corsa ormai tutta l’Europa sulle penne dè novellieri, e sulle lingue dè parteggiani. Con tutto ciò avendo già osservato , che se ne parla dai più col linguaggio della fama, cioè confusamente e all’ingrosso, e da taluni ancora con lo stile dell’invidia , cioè scarso e mordace, e temendo in oltre che anche il tempo vi metta il suo dente, hò deliberato di darne al pubblico un pieno, e sincero, e distinto ragguaglio, e ben posso prometterlo tale, poiché non mi sono accontentato d’attinger acqua ad ogni fonte, ma oltre quel che ho veduto io stesso, del rimanente ne hò tutte le più certe notizie dà primi condottieri , e dà pricipali attori di tutta l’opera».
Come si può capire da questi primo passo del testo che Tarizzo specifica in “ragguaglio”, è evidente la cura con la quale affronta il tema dell’assedio facendo ben presente che, a parte le fonti esterne, gran parte dell’opera si sviluppa attraverso la sua esperienza di spettatore, quindi di testimone diretto.
L’eclissi e il segno del Toro
In quei giorni precedenti i primi attacchi alle difese piemontesi coordinate dal comandante la piazza Solaro dalla Margherita, si assiste ad un fenomeno che appare a tutti i torinesi come una fausta premonizione: una eclissi improvvisa oscura il campo di battaglia mentre nel cielo, diventato di colpo nero come il carbone, si evidenzia la costellazione luminosa del Toro, come se il simbolo antico dell’animale taurino si ergesse a domininare in quel momento la scena incurante del nemico ormai alle porte.
«Imperoche al primo appressarsi che ferono verso la piazza, avvenne il grande ecclissi del sole , onde oscurato interamente il globo solare, rimase in tenebre l’orizonte, e videsi all’ora in quella notte di mezzo lampeggiare quasi sola la propizia costellazione del Toro… e ne trionfarebbe la gloria dè torinesi».
Torino è ormai completamente isolata, l’autore per rendere nota della precarietà in cui si trovano gli assediati, ricorda che i magazzini di Chivasso e Crescentino sono preda francese, come ormai i fiumi Po, Stura e Dora non sono più percorribili dalle chiatte e dai barconi di masserizie che fino a pochi giorni prima rifornivano Torino.

Gli ingegneri e le nuove difese della cittadella
Con queste righe il Tarizzo dimostra di possedere una notevole conoscenza dell’arte militare abbinata ai sistemi di fortificazioni dell’epoca in quanto rimarca con gli aggettivi corretti i nomi delle opere che in quel momento si stavano attuando sul fronte d’attacco francese contro la cittadella.
L’autore descrive quindi il profilo dei responsabili militari sabaudi che avevano il compito di erigere le migliorie che occorrevano in quel momento più appropriate:
«V’erano nella cittadella ad esercite la carica d’ingegneria li seguenti . I signori Koprelli alemanno, Person alemanno, Besson, Audiberti, Emanuelli, Arnaù, Arduzio piemontesi».
Le prime difficoltà dell’esercito francese
Malgrado il generale La Feuillade abbia avuto dalla sua un esercito di numero tale da pareggiare gli stessi abitanti di Torino, la confusione iniziò a regnare nel campo nemico ed Tarizzo riporta due episodi significativi avvenuti tra il 14 e 16 maggio.
«Mentre quelle milizie saporitamente dormivano , cominciò a salutarle si malamente (l’artiglieria piemontese)...»
L’autore rimane fortemente impressionato dalla cavalleria imperiale austriaca che opera a fianco delle truppe sabaude.
«Erano questi sempremai in movimento , e a dispetto di tutte le altre cautele...»

Vittorio Amedeo II e i comandanti della difesa
Stessa ammirazione per le scelte operate dal duca di Savoia Vittorio Amedeo II nella scelta degli uomini a comandare la difesa di Torino.
«... è vero che il cielo non è mai scarso d’un buon lume nella mente dè Principi in certi frangenti ove si tratta della liberazione e salute di un popolo...»
Il bombardamento della città
Il 17 giugno il duca di Savoia lascia Torino con un grande contingente di cavalleria per meglio operare contro la linea di circonvallazione esterna nemica.
«... già avevano i francesi incominciato à 9 di giugno da una batteria di dieci mortari a gittar bombe nella cittadella...»
Le bombe non risparmiavano neppure i luoghi sacri e numerosi edifici religiosi furono colpiti.
Il 23 giugno gli assediati tentarono una sortita che procurò loro molti danni. Altre sortite furono tentate dai piemontesi, come racconta lo stesso autore con dovizia di particolari nella giornata del 22 luglio.
«... il generale Daun… comandò a due capitani dè granatieri d’uscire dalla Porta Susina...»
La guerra di mina e l’assalto alla mezzaluna del Soccorso
Andando avanti nel racconto dell’assedio Tarizzo apre una parentesi all’indomani dell’assalto francese ai salienti principali della cittadella. Nella giornata del 25 agosto i minatori piemontesi avevano fatto brillare quattro mine.
Alle ore 23,00 del 26 ed il giorno seguente d’agosto, dopo aver fatto saltare due fogate in prossimità della mezzaluna, 12 battaglioni francesi vengono lanciati all’attacco.
Nel racconto si cita anche l’episodio di Pietro Micca, ma privo di quella sacralità successivamente impostata sull’eroismo del minatore.
«…E qui mi si presentano due cose da riflettere amedue grandi per la loro rarità... siasi trovato trà i minatori , uno d’Andorno per nome Pietro Mica...»
Quel “benchè ignobile di nascita” apre una finestra sul modo di considerare le persone umili privi di titoli nobiliari.
Uno dei capitoli finali del testo viene dedicato alle tragedie ed ai danni che la popolazione civile subì durante tutta la campagna militare.
«...per molto che sia il danno di questi vasti incendiamenti, non sarà mai che poco , ove si ponga in confronto con quello, che anno recato le imperversate licenze delle soldatesche di Francia...».

La liberazione di Torino e la vittoria sabauda
Il 7 settembre del 1706 Torino veniva liberata dall’assedio dall’arrivo sul campo di battaglia del cugino del Duca di Savoia, quel Principe Eugenio di Savoia-Soissons che passerà alla storia come formidabile stratega e coraggioso soldato.
L’attacco venne pianificato solo alcuni giorni prima dai due cugini sull’altura che oggi ospita la Basilica di Superga, un omaggio alla fede di quei tanti piemontesi ed i loro alleati austriaci che a prezzo di indicibili sofferenze liberarono il nostro territorio dal nemico che purtroppo si ripresenterà negli anni a venire. Ma questa è un’altra storia.

