Al Teatro Italia gli studenti della Carlo Levi hanno ascoltato parola per parola il racconto del figlio del magistrato ucciso dalla mafia. Una testimonianza di dolore e impegno civile
Per due ore hanno ascoltato. In un silenzio quasi religioso, i ragazzi della scuola media Carlo Levi di Borgaro Torinese hanno seguito parola per parola Giovanni Chinnici. Davanti a loro c’era un figlio che raccontava l’ultima mattina di suo padre: una richiesta di soldi per la benzina, i passi nel corridoio, una porta che si chiude. Poi l’esplosione che avrebbe separato per sempre il prima dal dopo.
Oggi, giovedì 5 novembre, al Teatro Italia, la storia della lotta alla mafia ha avuto la voce di chi quella violenza l’ha vissuta dentro casa. Giovanni Chinnici aveva diciannove anni quando suo padre Rocco, il magistrato che pose le basi del pool antimafia, venne assassinato a Palermo il 29 luglio 1983.
«È cambiata la vita della mia famiglia», ha raccontato. E ai ragazzi ha restituito il padre prima ancora del magistrato: «Un padre, un marito, un uomo».
L’attenzione con cui gli studenti hanno accolto anche i passaggi più dolorosi è stata uno dei fatti più significativi della mattinata. Un ascolto così prolungato e partecipe racconta il grande lavoro della scuola e l’impegno degli insegnanti: preparare i ragazzi, dare loro strumenti per comprendere, accompagnarli verso un incontro capace di lasciare domande e consapevolezza.
Le diecimila lire, il mare e l’ultima mattina insieme
Il ricordo comincia da una piccola discussione familiare. Giovanni aveva terminato il primo anno di università e voleva andare al mare.
«Io gli avevo chiesto 10.000 lire, perché mi servivano per mettere la benzina in macchina per andare al mare». Una richiesta normale, con la risposta di un padre che rimprovera il figlio perché chiede sempre soldi. Un frammento di quotidianità diventato, dopo, l’ultimo ricordo di una vita ancora intatta.
«Ho sentito il suo passo nel corridoio, ho sentito chiudere la porta».
Rocco Chinnici era metodico, usciva sempre alla stessa ora. Giovanni si era alzato, poi aveva avvertito qualcosa che non riusciva a spiegarsi.
«Mi sono sentito ricadere sul letto, come se qualcuno mi avesse spinto forte. Però non c’era nessuno nella stanza».
Prima la sensazione fisica, poi la vibrazione. Il pensiero di un terremoto, forse di una bombola di gas. Quindi il boato: «Non avrò mai sentito nulla di simile nella mia vita».
E ancora i vetri: «Questo tintinnio di vetri che si rompevano, che si infrangevano e che si allontanava». Era l’onda d’urto dell’autobomba che attraversava la strada e colpiva le abitazioni.
«Ero totalmente disorientato». A riportarlo alla realtà furono le grida della sorella Elvira, in casa con lui. La madre, insegnante, si trovava a Trapani per gli esami di maturità.
Anche allora, mentre tutto diventava comprensibile, Giovanni cercò un pensiero a cui aggrapparsi: «Mi sono aggrappato all’idea che in realtà fosse passato troppo tempo da quando l’avevo sentito chiudere la porta». Sperava che il padre fosse già lontano.
«L’androne non c’era più»
La corsa sulle scale finì davanti a uno spazio irriconoscibile. «L’androne non c’era più». Dove fino a poco prima c’era l’ingresso di casa, Giovanni trovò distruzione e un fumo «molto denso, scuro, un grigio scuro, acre».
Nella strage di via Pipitone Federico morirono Rocco Chinnici, i carabinieri della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.
Giovanni ha raccontato la ricerca del padre, la speranza di non trovarlo fra le vittime, poi il riconoscimento. «Ho preso il polso cercando di capire se era ancora vivo».
Sono parole difficili da pronunciare e da ascoltare. I ragazzi sono rimasti dentro quel racconto, senza sottrarsi alla sua durezza. Chinnici stesso ha spiegato perché abbia scelto di condividerlo: «È giusto che voi sappiate cosa in quegli anni la mafia è stata capace di fare».
Dell’ultimo contatto con il padre conserva anche il ricordo di un gesto pietoso. Qualcuno lo prese da dietro e lo allontanò dalla strada, accompagnandolo nel panificio accanto all’abitazione. «Ho sentito qualcuno che da dietro, pietosamente, mi ha sollevato prendendomi dalle ascelle». Non ha mai saputo chi fosse.
Dopo, la memoria si interrompe. «La mia mente ha completamente cancellato tutto quello che è successo per un lungo periodo». Persino il funerale è tornato attraverso le fotografie e i filmati: fra quelle immagini, Paolo Borsellino che porta il feretro di Rocco Chinnici.
«Io ci ho pensato molto prima di scrivere questo racconto in tutta la sua crudezza», ha confidato. La decisione è arrivata pensando proprio alle nuove generazioni: «È giusto che i ragazzi sappiano quello che è successo».
Il metodo Chinnici e il lavoro che la mafia non riuscì a fermare
La testimonianza ha portato gli studenti anche dentro il significato delle scelte professionali di Rocco Chinnici. Condividere le informazioni, lavorare insieme, impedire che un’indagine dipendesse da una sola persona: da questa intuizione nacquero le basi del pool antimafia, nel quale operarono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
«Prima i giudici lavoravano individualmente», ha spiegato Giovanni. La collaborazione diventava quindi anche una difesa della continuità delle inchieste.
Dietro quel metodo c’era una consapevolezza che il figlio ha restituito senza attenuarne il peso: «Anche psicologicamente c’è una bella differenza tra dire “forse potrei essere ucciso” e dire “sarò ucciso, so che sarò ucciso”».
Il padre ne parlava con i colleghi anche attraverso battute amare. «Quando ammazzeranno uno di noi», diceva. Giovanni ha insistito su quella parola: “quando”. Ma nella stessa frase c’era la risposta alla violenza: «Gli altri continueranno a portare avanti il lavoro».
Così avvenne. Il percorso proseguì fino al primo maxiprocesso a Cosa nostra, aperto il 10 febbraio 1986 e arrivato alla sentenza di primo grado il 16 dicembre 1987.
La lezione della scuola, nel silenzio dei ragazzi
L’incontro è stato organizzato dall’Istituto comprensivo di Borgaro, guidato dalla dirigente Lucrezia Russo, e coordinato da Francesca Capizzi, giornalista del Giornale di Sicilia. Con Giovanni Chinnici sono intervenuti il prefetto di Torino Donato Cafagna, il questore Massimo Gambino e il comandante provinciale dei carabinieri, generale di brigata Gaspare Giardelli. I loro contributi hanno allargato il confronto ai cambiamenti avvenuti in oltre quarant’anni di contrasto alla criminalità organizzata.
Ma il legame fra scuola e impegno civile era già nella storia raccontata dal figlio. Rocco Chinnici entrava nelle aule per parlare ai giovani, anche nel liceo frequentato da Giovanni. Spiegava i pericoli della droga negli anni in cui l’eroina distruggeva tante vite, convinto che il lavoro contro la mafia dovesse passare anche dalla conoscenza.
A Borgaro quel filo è stato raccolto dagli insegnanti e dai loro studenti. Le due ore di ascolto hanno reso visibile un lavoro educativo quotidiano, spesso lontano dall’attenzione pubblica: insegnare a dare peso alle parole, a comprendere il dolore degli altri, a leggere la storia attraverso le responsabilità delle persone.
«Spero che da questa giornata potrete uscire con delle idee, con dei concetti, con dei valori», aveva detto Giovanni Chinnici all’inizio dell’incontro.
Per due ore, i ragazzi gli hanno dato la loro attenzione. E in quel silenzio hanno trovato spazio un padre, un figlio e una storia che li riguarda.