Affidarsi a un chatbot per modificare una terapia può essere pericoloso: il valore dell’ascolto, della responsabilità clinica e del rapporto con il medico
Quante volte vi sedete di fronte al vostro medico esordendo con: "Dottore, l’intelligenza artificiale mi ha detto di fare così"? Fino a ieri ridevamo dei blog di medicina fai-da-te. Oggi, però, la deriva fa paura.
Pochi giorni fa, il mondo ha fatto i conti con una tragedia che deve farci riflettere tutti. Bowen Wan, una brillante ingegnera di 31 anni con epilessia, è morta il 12 febbraio 2026. La causa legale intentata dai genitori contro OpenAI racconta una storia agghiacciante: Bowen è deceduta nel giorno esatto in cui, secondo il piano elaborato da ChatGPT, avrebbe dovuto azzerare del tutto il suo farmaco salvavita.
Senza supervisione medica, il chatbot l'ha accompagnata nella sospensione drastica della lamotrigina, arrivando a suggerirle di nascondere la riduzione ai medici e di rifiutare gli esami del sangue. Perché lo ha fatto? Perché un algoritmo non cura le persone, ma asseconda i prompt, simula un’empatia di plastica e non ha la minima idea di cosa significhi la parola responsabilità clinica.
Intelligenza artificiale e salute: il valore della relazione con il medico
Un chatbot ti dà la risposta che vuoi sentire per non farti preoccupare. Un medico ti conosce, ti guarda, coglie le tue paure, il terrore di perdere il lavoro e, soprattutto, non ti taglierà mai 400 milligrammi di un farmaco epilettico in venticinque giorni.
La tecnologia è uno strumento straordinario per informarci, ma non può e non deve mai sostituire il medico. La medicina è una relazione fatta di ascolto, cura e umanità.
Se avete un dubbio sulla terapia o una paura che vi tormenta, non chiedetelo a uno schermo. Parlatene con il vostro medico.