La figura di Monsignor Francesco Vaschetti rappresenta una delle presenze pastorali più significative nella storia religiosa e sociale di Volpiano. Attraverso documenti d’archivio e fonti storiche locali, questo articolo ricostruisce il profilo umano e pastorale di un sacerdote formatosi nell’ambiente torinese dell’Ottocento e vicino alla spiritualità di San Giovanni Bosco.
La ricerca storica su Monsignor Francesco Vaschetti
La figura di Monsignor Francesco Vaschetti, parroco di Volpiano dal 1870 al 1916, è rimasta a lungo affidata alla memoria locale. Negli ultimi anni ho condotto una ricerca tra archivi parrocchiali e documenti storici comunali, che mi ha permesso di ricostruirne più da vicino la vicenda umana e pastorale. Ne emerge il profilo di un sacerdote formato nell’ambiente torinese dell’Ottocento e vicino alla spiritualità di San Giovanni Bosco, capace di guidare la sua comunità in un periodo di profondi cambiamenti.
Nel 2016, su incarico di don Claudio Bertero, allora parroco di Volpiano, ricorrendo i cento anni dalla morte di Monsignor Vaschetti, mi sono recata nel sottotetto della casa parrocchiale per avviare la mia ricerca. Non sapevo che cosa avrei trovato, né conoscevo la figura del Monsignore, che era stato parroco a Volpiano per ben 46 anni.
E' stato qui, tra scatoloni dimenticati e polvere stratificata dal tempo, che ho trovato un piccolo quaderno con l'immagine di Superga in copertina, quasi per caso. Non era un documento ufficiale, né un registro amministrativo: portava la scritta Memorie di Monsignor Francesco Vaschetti. In quel momento non è stata soltanto una scoperta archivistica. E' stata la percezione che una voce, rimasta silenziosa per oltre un secolo, chiedesse di essere nuovamente ascoltata.
Origini e formazione salesiana
Francesco Vaschetti nasce nel 1839 ad Avigliana, in un Piemonte attraversato da profondi fermenti politici e culturali, si forma nell’ambiente torinese della Compagnia di San Francesco di Sales, in un contesto ricco di figure carismatiche per la Chiesa dell’Ottocento. E' allievo di San Giovanni Bosco, respirando quella spiritualità concreta, educativa e popolare che avrebbe segnato per sempre il suo ministero. Don Bosco ne intuisce presto le capacità organizzative e umane e lo vuole tra i sacerdoti chiamati a ridare impulso al Seminario di Giaveno. Una scuola di responsabilità e di visione pastorale, in cui si temprarono il suo carattere e la sua sensibilità educativa.
L’arrivo a Volpiano nel contesto storico dell’Unità d’Italia
Ordinato sacerdote, giunge a Volpiano nel 1870, a seguito di concorso, proprio nell’anno della presa di Roma. L’Italia era unita da poco; il rapporto tra Stato e Chiesa era segnato da tensioni, diffidenze e riorganizzazioni. Il clero viveva trasformazioni profonde: perdita di privilegi, ridefinizione dei beni ecclesiastici, necessità di riaffermare autorevolezza morale più che potere istituzionale.
È in questo scenario storico complesso che Vaschetti assume la guida della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Volpiano.
Il rinnovamento della parrocchia e della chiesa
Quando Vaschetti prende possesso della parrocchia, il patrimonio ecclesiastico risulta modesto e frammentato in fondi agricoli e fabbricati destinati al sostentamento del culto che necessitano di interventi importanti. Non vi è ricchezza disponibile, ma una struttura ordinaria che richiede amministrazione prudente. E’ qui che Vaschetti mette in atto la sua capacità di vedere lontano. Non si limita a custodire, ma avvia progressivamente una necessaria opera di rinnovamento.
Uno dei segni più visibili del suo ministero è stato il restauro e l’abbellimento della chiesa parrocchiale. Non si trattava solo di estetica: per Vaschetti il decoro del luogo sacro educava alla fede. Occorreva ridare dignità alla casa di Dio. La chiesa diventa così spazio pedagogico, segno visibile della dignità della comunità cristiana. Ogni pietra, ogni spazio, l’altare, il Crocifisso monumentale, gli affreschi, le aperture per dare luce, i quadri, la facciata, la Madonna che veglia dall’alto, il campanile, il concerto campanario, l’organo, il cielo stellato, la casa parrocchiale, nelle dimensioni attuali, sono opera sua. .
Opere sociali e carità pastorale
Accanto alla cura liturgica e al rinnovamento della chiesa, si sviluppa un’attenzione concreta ai bisogni sociali. In un’epoca segnata da povertà rurale, migrazioni interne e precarietà economica, la parrocchia diventa punto di riferimento stabile per le famiglie in difficoltà.
Qui si riconosce chiaramente l’impronta salesiana: prossimità, fiducia nella persona, intervento concreto, mai umiliante. La carità non è assistenzialismo, ma accompagnamento. Vaschetti volle fortemente e provvide personalmente all’acquisto della casa in vicolo San Francesco, con l’area annessa, per offrire accoglienza agli anziani poveri del paese.
Quel primo nucleo esiste ancora oggi: sulle vigne e sugli appezzamenti acquistati allora, sorsero in seguito l’attuale Cottolengo e la residenza Giovanni XXIII. Nel 1912 completa l’acquisto della cosiddetta “Casa del Popolo”, con le sue cinquantaquattro stanze: dove trovarono spazio la Compagnia San Guglielmo, il circolo maschile, il gruppo filarmonico e teatrale.
Fa anche costruire un cinema da 250 posti, uno dei pochi in Piemonte in quegli anni, intuendone il valore educativo e aggregativo. Interviene all’Arnaud con un ampliamento che ancora oggi porta il suo nome. Promuove la costruzione dei portici dell’asilo infantile, affinché i bambini potessero giocare riparati durante l’inverno.
Educazione, comunità e vita pastorale
Vaschetti comprese che il futuro di una comunità passa attraverso l’educazione. Favorì la catechesi, la formazione dei giovani, la partecipazione attiva alla vita parrocchiale. Anche gli orari delle funzioni risentivano dei ritmi della vita contadina: la prima Messa iniziava alle cinque e trenta del mattino, quando molti avevano già iniziato il lavoro nei campi.
La sua azione non fu clamorosa. Fu costante, radicata, tenace. Dalle fonti emerge una personalità determinata, talvolta chiamata a gestire tensioni interne al clero locale e difficoltà economiche. Non cercò lo scontro, ma non evitò la responsabilità. La sua forza non fu autoritaria, ma fondata su coerenza, chiarezza, dialogo.
Il senso della memoria storica
La mia ricerca nasce dal desiderio di comprendere come un sacerdote dell’Ottocento abbia potuto incidere così profondamente nella vita di una comunità. Non mi interessava costruire un monumento, ma restituire un volto umano: con limiti, fatiche, scelte concrete.
Ho consultato archivi parrocchiali, documenti catastali, lettere diocesane, visite pastorali. Ogni documento ha aggiungo un tassello, ma anche una domanda: cosa può dire oggi questa storia? In un contesto storico, caratterizzato da incertezze, tensioni e trasformazioni profonde, la figura di Mons.ignor Vaschetti si distingue per la capacità di coniugare radicamento e rinnovamento: ha manifestato un autentico amore pastorale per la propria comunità, condividendone il patrimonio storico e accompagnandola, con senso di responsabilità, verso nuove modalità di accoglienza e presenza ecclesiale. La sua responsabilità è stata concreta.
Raccontare Vaschetti, non significa guardare indietro con nostalgia, ma riconoscere che ogni comunità è plasmata da chi ha saputo servirla con dedizione. La memoria, quando è fondata su documenti e non su retorica, diventa responsabilità.
Un pastore tra storia e profezia
Monsignor Francesco Vaschetti non è stato un personaggio celebre a livello nazionale, ma ha saputo incidere con responsabilità nella trasformazione della Volpiano del tempo, proiettando il paese verso un futuro di portata e dimensioni importanti per la Chiesa.
Se si guarda alla sua opera nell’insieme, appare chiaro il senso del titolo: “Con la forza della grazia: un pastore tra storia e profezia.". Storia, perché Vaschetti ha vissuto pienamente il suo tempo, profezia, perché ha saputo leggere oltre l’immediato, investendo in educazione, carità e coesione sociale, quando nulla garantiva risultati immediati.
Ripensando a quel primo giorno, a quel quaderno ritrovato quasi per caso, resta la consapevolezza che alcune storie non chiedono di essere cercate, ma di essere ascoltate. E quando questo accade, non restano nel passato, continuano a parlare.

