Il Canavese tra i territori protagonisti, con l’Anfiteatro morenico di Ivrea e gli impianti di Vialfrè e Settimo Vittone
L’olio piemontese cerca spazio nel mercato del turismo enogastronomico. Una produzione ancora di nicchia, che potrebbe offrire alle aziende agricole nuove occasioni di reddito attraverso degustazioni, visite ai frantoi e attività negli oliveti.
È su questo incontro tra agricoltura e accoglienza che punta la proposta di legge presentata dal vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte Domenico Ravetti, del Partito democratico, per disciplinare e promuovere l’oleoturismo.
Il progetto, illustrato il 26 ottobre, porta il titolo "Disciplina e promozione dell’oleoturismo in Piemonte e istituzione del Circuito regionale di valorizzazione della cultura olivicola". L’obiettivo è accompagnare la crescita del settore con un quadro regionale che coinvolga produttori, frantoi e territori, inserendo l’olio nell’offerta turistica già costruita attorno al vino e alla gastronomia.
Si tratta di una proposta di legge: distretti, registro degli operatori e semplificazioni rappresentano dunque misure prospettate, il cui percorso deve ancora tradursi in una disciplina approvata.
Una nicchia agricola che cerca valore nell’accoglienza
Secondo i dati riportati dai proponenti, l’olivicoltura piemontese occupa una superficie di circa 300-350 ettari, con una produzione media indicata in 14-17 tonnellate, circa 300mila piante e un centinaio di aziende agricole registrate con finalità commerciali. A queste si affiancano numerosi piccoli produttori e coltivatori amatoriali. Il Leccino è la varietà più diffusa.
Dimensioni contenute, lontane da quelle delle regioni a maggiore vocazione olivicola, che spostano la prospettiva economica sulla qualità del prodotto e sul suo legame con i luoghi. La scommessa è trasformare l’olio in un motivo di visita: conoscere un’azienda, partecipare a una degustazione, scoprire un paesaggio rurale e acquistare direttamente dal produttore.
«Questa proposta di legge intende disciplinare in modo organico l’oleoturismo piemontese, che non è solo un’attività economica, ma un modo per valorizzare il paesaggio, sostenere il reddito degli agricoltori e recuperare aree marginali», spiegano Ravetti e il consigliere regionale Alberto Avetta.
Nella lettura dei due esponenti del Pd, l’olivicoltura può intercettare anche i processi di trasformazione dell’agricoltura regionale, alle prese con estati più calde, inverni più miti e la ricerca di colture meno esigenti sul piano idrico. Una prospettiva che lega innovazione agronomica, recupero dei terreni e diversificazione produttiva.
Il Canavese tra oliveti, microaziende e frantoi
Uno dei territori al centro della proposta è il Canavese. Avetta indica nell’Anfiteatro morenico di Ivrea un’area particolarmente favorevole, grazie al microclima legato ai rilievi e alla presenza dei laghi.
Secondo le stime riportate dal consigliere, qui si concentra circa il 25-30% delle aziende olivicole regionali. Il tessuto produttivo è composto soprattutto da microaziende e coltivazioni familiari, spesso tra 50 e 300 piante, nelle quali gli olivi convivono con vigneti, erbe aromatiche e piccoli frutti.
A sostenere questa presenza ci sono anche i frantoi di Vialfrè e Settimo Vittone, tra i pochi attivi in Piemonte, e l’esperienza dell’Associazione degli olivicoltori piemontesi, ASSPO, nata nel 2003 per diffondere la coltura dell’olivo, individuare varietà resistenti al freddo e formare i produttori.
Per un territorio già riconoscibile attraverso vini, paesaggio e patrimonio rurale, l’olio potrebbe diventare un ulteriore elemento dell’offerta turistica. La presenza dei frantoi permette inoltre di collegare il racconto della coltivazione alla trasformazione del prodotto.
L’olivo accanto alla vite e nei terreni abbandonati
Il progetto guarda anche al recupero delle superfici agricole meno utilizzate. «Valorizzare l’olivicoltura non significa sostituire le produzioni storiche ma cogliere un’opportunità», sottolineano Ravetti e Avetta.
I consiglieri citano le aziende vitivinicole che hanno già introdotto olivi come coltura complementare, anche su versanti collinari esposti a sud e ritenuti poco adatti alla vite. Tra le possibilità indicate figurano il recupero di vecchi terrazzamenti, frutteti obsoleti e vigneti abbandonati.
Il tema economico si intreccia così con quello della manutenzione del territorio: riportare attività agricola su superfici marginali e associare alla produzione occasioni di accoglienza. La proposta individua nella tutela del paesaggio e nel contrasto al dissesto idrogeologico alcune delle finalità da perseguire.
Distretti e registro per organizzare la filiera
Il testo propone l’istituzione dei “Distretti dell’Oleoturismo e della Transizione Olivicola”, distinguendo due ambiti.
I Distretti dell’Eccellenza Paesaggistica riguarderebbero colline, aree pedemontane e laghi, dove la coltivazione può integrarsi con il patrimonio culturale e turistico. Tra gli esempi figurano un Distretto della Pedemontana Alpina Occidentale, comprendente Canavese, Pinerolese e vallate cuneesi, e un Distretto Morenico Piemontese, con Ivrea.
I Distretti dell’Olivicoltura Tecnologico-Industriale sarebbero invece orientati alle aree pianeggianti, con attenzione alla meccanizzazione, alla logistica e alla riconversione agronomica.
È prevista inoltre la creazione di un Registro regionale degli operatori oleoturistici. Il perimetro comprenderebbe gli imprenditori agricoli e i cosiddetti “Frantoi Puri”, soggetti non agricoli ai quali verrebbe riconosciuto un ruolo produttivo, culturale e divulgativo.
Dagli spazi aziendali ai frantoi mobili
Una parte rilevante della proposta riguarda le condizioni per avviare l’attività. Tra le semplificazioni indicate ci sono la SCIA telematica con efficacia immediata e un impiego più flessibile degli spazi aziendali per accoglienza e degustazioni.
Il testo prospetta l’utilizzo di frantoi, porticati e locali di stoccaggio senza modifiche catastali o interventi strutturali, oltre alla possibilità di installare strutture amovibili per l’ospitalità leggera e il glamping, da ricondurre all’edilizia libera secondo l’impostazione proposta.
Per le valli e le aree marginali viene introdotta anche l’ipotesi del Frantoio Mobile Cooperativo: un impianto capace di avvicinare la molitura ai luoghi di raccolta, sostenendo la qualità del prodotto e consentendo di includere la trasformazione delle olive nell’esperienza dei visitatori.
Degustazioni territoriali e raccolta didattica
L’identità piemontese dell’offerta sarebbe tutelata da regole specifiche. Durante le attività oleoturistiche, la proposta prevede di servire esclusivamente oli piemontesi, mentre gli abbinamenti gastronomici dovrebbero essere costituiti per almeno l’85% da prodotti regionali DOP, IGP o PAT.
La raccolta didattica delle olive sarebbe consentita soltanto nei distretti paesaggistici e con finalità culturali, escludendone l’impiego come attività produttiva.
La scelta turistica più significativa riguarda infine il collegamento con le Strade del Vino e dei Sapori. L’oleoturismo entrerebbe in reti già esistenti, affiancando cantine, prodotti tipici e mete rurali. Per le aziende, la possibilità da costruire è quella di ampliare le occasioni di visita e vendita; per il Piemonte, aggiungere una nuova esperienza al proprio patrimonio enogastronomico.