Nata nell’estate del 1098 a Bermersheim vor der Höhe, nell’Assia Renana, un anno prima della conquista crociata di Gerusalemme, Ildegarda di Bingen (in tedesco Hildegard von Bingen) fu una delle figure più straordinarie del Medioevo europeo. Monaca benedettina, mistica, teologa e scrittrice, è venerata come santa dalla Chiesa cattolica e nel 2012 è stata proclamata Dottore della Chiesa da Papa Benedetto XVI.
Ma Ildegarda fu molto più di una religiosa: profetessa, naturalista, erborista, cosmologa, musicista, filosofa e consigliera politica. Una donna capace di parlare ai potenti del suo tempo – dall’imperatore Federico Barbarossa a San Bernardo da Chiaravalle, fino a Eugenio III – senza mai rinunciare alla propria autonomia spirituale e intellettuale.
Le visioni e la vocazione
Ultima di dieci figli dei nobili Ildeberto e Matilde di Vendersheim, fu affidata a soli otto anni all’abbazia di Disibodenberg, dove ricevette formazione religiosa sotto la guida di Jutta di Sponheim. Tra il 1112 e il 1115 pronunciò i voti monastici nelle mani del vescovo Ottone di Bamberga.
Fin dall’infanzia affermò di essere accompagnata da una forza interiore, una magna pressura, che la spingeva a parlare e scrivere. Le sue visioni – che definiva “non del cuore o della mente, ma dell’anima” – divennero pubbliche solo intorno al 1136, quando aveva quasi quarant’anni. Lei stessa chiamava quella voce interiore “Luce del Dio vivente”.
Tra i temi ricorrenti delle sue rivelazioni vi fu la lotta tra bene e male e l’attesa dell’Anticristo, ma la sua teologia si intrecciava sempre con una visione cosmica della creazione: l’uomo come immagine della divinità di Dio, la donna come simbolo dell’umanità di Cristo.
Fondatrice e predicatrice: una monaca fuori dagli schemi
Alla morte della sua maestra Jutta, Ildegarda divenne magistra (priora) della comunità femminile annessa al monastero maschile di san Disibodo. Nel 1150 fondò il monastero di Rupertsberg a Bingen, dedicato a san Ruperto, e nel 1165 un secondo monastero a Eibingen, tuttora esistente e attivo centro religioso e culturale.
In un’epoca in cui la vita monastica era prevalentemente claustrale, Ildegarda scelse una via più aperta: predicò nelle cattedrali di Colonia, Treviri, Liegi, Magonza, Metz e Würzburg, compiendo quattro viaggi pastorali tra il 1159 e il 1170. Fu una donna che parlò in pubblico con autorevolezza, in un mondo dominato dagli uomini.
Nel 1147, durante il sinodo di Treviri, papa Eugenio III fece leggere alcuni suoi scritti, autorizzandola ufficialmente a mettere per iscritto e divulgare le sue visioni. Un riconoscimento straordinario per una donna del XII secolo.
Ildegarda botanica: la natura come medicina del corpo e dell’anima
Il contributo più innovativo di Ildegarda si colloca nell’ambito delle scienze naturali e della medicina. Studiò teologia, musica e medicina, ma fu soprattutto nella conoscenza delle piante e dei rimedi naturali che lasciò un segno duraturo.
Le sue opere più note in campo naturalistico sono: Physica (Libro delle medicine semplici), un’enciclopedia della natura che descrive proprietà terapeutiche di piante, animali, pietre e metalli; Causae et curae (Libro delle cause e dei rimedi), dedicato alle malattie e alle relative cure, secondo una visione integrata dell’essere umano.
Il cuore della sua medicina: l’equilibrio
La medicina ildegardiana si fonda su un approccio olistico ante litteram: salute significa equilibrio tra corpo, anima e cosmo. Le piante non sono semplici sostanze farmacologiche, ma espressioni di una forza vitale, la viriditas, la “verde energia” che anima la creazione.
Tra i rimedi più noti: farro, alimento principe, considerato facilmente digeribile e capace di fortificare l’organismo; castagne, nutrimento energetico e riequilibrante; erbe officinali e spezie impiegate per armonizzare gli umori corporei e prevenire le malattie.
In questa visione, il cibo è medicina e la natura è farmacia vivente. Ogni pianta possiede una qualità energetica specifica e agisce non solo sul corpo, ma anche sull’equilibrio interiore.
Umiltà e sapienza
Pur non avendo ricevuto un’istruzione accademica formale – le donne non potevano frequentare le scuole – Ildegarda scrisse in un latino tecnico e preciso, affrontando con competenza temi che spaziavano dalla medicina alla linguistica, dalla filosofia alla politica.
Eppure si definiva paupercula forma, “povera e piccola figura”. Un’umiltà tipica della spiritualità mistica medievale, ma anche un modo per affermare che la sua sapienza non proveniva da lei, bensì da una luce superiore.
Un pensiero sorprendentemente attuale
A oltre otto secoli dalla sua morte, avvenuta il 17 settembre 1179, il pensiero di Ildegarda appare straordinariamente moderno. La sua attenzione alla prevenzione, all’alimentazione naturale, al legame tra psiche e corpo anticipa molte sensibilità contemporanee.
È la storia di una donna che non si arrese ai limiti imposti dal suo tempo. Con la forza della parola, della conoscenza botanica e della visione spirituale, costruì un ponte tra fede e scienza, tra natura e teologia.
E dei suoi rimedi – delle erbe, delle spezie, del farro e della viriditas – continueremo a parlare.

