Dom, 25 Gen, 2026

“Gli ospedali devono curare o convincere?”: la replica di Prolife Insieme al dibattito sulla Stanza dell’Ascolto

“Gli ospedali devono curare o convincere?”: la replica di Prolife Insieme al dibattito sulla Stanza dell’Ascolto

Dopo l’articolo “La stanza dell’ascolto: la sfida ideologica negli ospedali”, è arrivata in redazione una lunga e articolata replica firmata da Angela D’Alessandro, dell’associazione Prolife Insieme. Un intervento che entra nel merito del significato stesso di “cura”, del ruolo della medicina, della legge 194 e del compito delle cosiddette stanze dell’ascolto.

Il significato di “curare”: prendersi cura della persona nella sua totalità

La lunga riflessione di cui per dovere di cronaca riportiamo stralci,  prende le mosse dalla domanda che concludeva il nostro precedente articolo: “Gli ospedali devono curare o convincere?”.
Secondo Angela D’Alessandro, il termine curare non può essere ridotto a un atto puramente tecnico o sanitario, ma significa prendersi cura della persona nel suo insieme.

«In ambito medico, questo approccio si traduce in una visione olistica del paziente: corpo, mente, dimensione emotiva, spirituale e contesto ambientale concorrono tutti al benessere complessivo dell’individuo - spiega -. La relazione medico-paziente, dunque, non può prescindere da una comunicazione empatica, capace di accompagnare il malato verso scelte terapeutiche consapevoli».

In questo senso, secondo l’autrice, curare e convincere non sono concetti in contrapposizione: «convincere significa costruire fiducia, aiutare il paziente ad affidarsi alle cure in modo sereno e informato».

Pro-life e libertà della donna: un dibattito che divide

Il nodo centrale della lettera riguarda però il tema delle stanze dell’ascolto, dei centri di aiuto alla vita e più in generale del mondo pro-life.
D’Alessandro evidenzia come, nel dibattito pubblico «queste realtà vengano spesso accusate di voler limitare la libertà della donna, soprattutto quando si parla di aborto» e ribadisce con forza, nel confronto politico e mediatico, che «la legge 194 del 1978 “non si tocca” e che l’aborto sarebbe un diritto acquisito». Tuttavia, secondo la rappresentante di Prolife Insieme «la 194 non parla esplicitamente di “diritto all’aborto” né di autodeterminazione assoluta, ma è formalmente impostata sulla tutela della salute della donna, lasciando intravedere anche una protezione del nascituro».

Le ambiguità della legge 194 e la richiesta di una revisione

Nella lettera si sottolineano le ambiguità normative presenti nella legge: pur non negando che la vita abbia inizio dal concepimento, le parti a tutela della vita nascente non sarebbero sufficientemente chiare e incisive.
Questa debolezza interpretativa, secondo D’Alessandro, avrebbe contribuito nel tempo a far percepire l’aborto come un diritto, anziché come una drammatica scelta estrema.

Da qui la posizione netta: la legge 194, a giudizio dell’associazione, andrebbe rivista ed emendata per rafforzare la reale tutela della maternità e della vita nascente, riconosciuta come portatrice di diritti.

L’ideologia del “grumo di cellule” e la pressione sulle donne

Un altro passaggio centrale riguarda quella che viene definita una ideologia culturale dominante, che non riconosce il concepito come un essere umano reale e unico, ma come una semplice “vita potenziale”.
Secondo l’autrice, questa narrazione finirebbe per condizionare profondamente le donne, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità, spingendole verso l’aborto con la convinzione che non vi sia ancora “un altro essere umano” dentro di loro.

Il ruolo delle stanze dell’ascolto e dei centri di aiuto alla vita

Alla luce di questo scenario, la funzione delle stanze dell’ascolto e dei centri di aiuto alla vita viene rivendicata come non coercitiva, ma di sostegno.
«Il loro compito - spiega D’Alessandro - è ascoltare le donne nella piena libertà, aiutarle a comprendere le motivazioni profonde che le spingono a rifiutare la gravidanza e offrire un supporto concreto. Nessuna imposizione, nessun lavaggio del cervello: l’obiettivo è scommettere sulla capacità di accoglienza delle donne, se adeguatamente sostenute sul piano umano, psicologico ed economico».

Il dopo aborto e il dolore spesso rimosso

Un aspetto spesso ignorato nel dibattito pubblico, sempre secondo l’autrice della lettera, è il lutto che accompagna sempre un’interruzione di gravidanza.
Gli operatori e i volontari dei centri di aiuto alla vita, sottolinea la lettera, si trovano frequentemente ad accompagnare donne che portano con sé un dolore profondo, anche a distanza di anni dalla scelta abortiva.

Un aiuto che resta una possibilità, non un obbligo

«Gli ospedali -  conclude D’Alessandro - hanno il compito di curare costruendo relazioni di fiducia. In questa prospettiva, le stanze dell’ascolto e le realtà pro-life rappresentano una “scialuppa” lanciata in un mare tempestoso, un’opportunità offerta, non un’imposizione. La decisione finale resta sempre nelle mani della donna. Ma, come raccontano spesso i volontari, capita che molte madri tornino indietro, piene di gratitudine, con il loro bambino tra le braccia». Un epilogo che l’autrice definisce non retorico, ma profondamente reale e vissuto.

È proprio questa esperienza, conclude la lettera, a spingere il mondo pro-life a non arrendersi, continuando a credere nella forza delle donne e nella dignità della vita dal concepimento alla morte naturale.

Lettera firmata da Angela D’Alessandro – Prolife Insieme

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