Sab, 25 Giu, 2022

Il Piemonte nella guerra di Crimea 1855-1856. 167 anni fa la prima coalizione occidentale per fermare la bramosia di potere della Russia zarista

Il Piemonte nella guerra di Crimea 1855-1856. 167 anni fa la prima coalizione occidentale per fermare la bramosia di potere della Russia zarista

In questi giorni le immagini che giungono dall’Ucraina, attaccata dall’esercito russo di Putin, incutono terrore per le migliaia di vittime civili intrappolate nelle città assediate e bombardate incessantemente, ma nello stesso tempo anche una triste sensazione di impotenza di fronte ad eventi talmente cruenti, che il mondo occidentale aveva dimenticato dalla fine del secondo conflitto mondiale e forse archiviate troppo in fretta nella memoria storica collettiva a dispetto di quel che andava raccontando secoli fa il grande filosofo napoletano Giovan Battista Vico, nella sua teoria dei corsi e ricorsi storici, la vita come una spirale che ciclicamente ripropone i drammi causati dalla cupidigia umana, dove la guerra è parte tragica di tale percorso.

Proprio in quella penisola Ucraina, chiamata Crimea, contesa per secoli da tutti quei popoli che vedevano un punto strategico di grande interesse, per la sua collocazione fisica, a ridosso del mare, con le coste atte a divenire un solo grande porto per le merci che transitavano dall’Oriente all’Europa, con la nascita di città simbolo di etnie che a vario titolo governarono su questo grande lembo di terra, situato tra una variegata e multietnica società civile costretta ad adattarsi per secoli alle mille peripezie vissute dalle sue genti.

Verrebbe da dire un luogo predestinato o maledetto a seconda dei  punti di vista, tanta è la sofferenza ed il sangue versato su questo suolo, non da oggi ma da sempre.

Dal Medioevo fino al Rinascimento, tanto per capire con riferimenti epocali di italica memoria i periodi vissuti dalla Crimea, fu territorio in mano alla famosa “Orda d’Oro” delle tribù nomadi mongole, per poi divenire un “Canato”, una comunità tatara o tartara, quasi uno stato indipendente ma con forti legami all’Impero turco che si poneva come protettore politico, fino ad arrivare al 1783, anno in cui la Crimea passa definitivamente alla Russia Zarista ,transitando nei meandri rossi della storia bolscevica di Lenin, al comunismo di Stalin, e dopo percorsi travagliati nel secondo dopoguerra ed alla disgregazione dell’Unione Sovietica ed alla fine della Guerra Fredda, negli anni di Gorbaciov, diventare a tutti gli effeti territorio dell’Ucraina ,fino al referendum di alcuni anni fa, fortemente voluto dal Cremlino, per tutelare la popolazione russofona della penisola, con polemiche internazionali, accuse al governo russo di manipolazioni elettorali, intimidazioni, tanto che gran parte della Comunità Internazionale, non riconosce di fatto il governo filorusso instauratosi dopo il tanto contestato referendum.

Oggi forse abbiamo capito che la Grande Madre Russia ha investito Putin nell’arduo e tragico compito di riunificare l’antico Impero Russo, ma certo non con i metodi zaristi, autoritari fin che si vuole, ma non così beceri come quelli usati dall’ex colonnello del KGB, fotocopie di atteggiamenti Leninisti, (che massacrarono al completo la famiglia Reale russa dopo averla imprigionata in fetidi locali siti ad Ekaterimburg) e stalinisti, che fecero strage di innocenti e di ebrei, per non citare i tanti dissidenti assassinati in Siberia.

I venti milioni di civili russi che persero la vita a causa del nazifascismo, non possono in alcun modo essere oggi una scusante per le atrocità di Putin, nè si può ignorare una guerra scoppiata nel 2014 in Donbass, con crimini perpetrati sulla popolazione, sia da parte ucraina sia da parte russa e mai presa sul serio dai governi occidentali e dagli stessi organi di informazione, tranne un signor giornalista, scomparso un paio di anni fa, ovvero l’acquese Giulietto Chiesa che nel 2015, durante una conferenza dal vivo, relazionò con lucidità quello che sarebbe avvenuto e sarebbe stata l’Ucraina negli anni a venire.

Chiusa la parentesi odierna sulla crisi russo/ucraina, andiamo ora ad analizzare brevemente quel che fece il governo di Camillo Benso di Cavour in merito alla partecipazione alla guerra di Crimea del 1853\1856.

Cavour

Dopo la disfatta di Novara del marzo 1849, il nuovo re di Sardegna al posto di Carlo Alberto, il figlio Vittorio Emanuele di Savoia, assieme al Primo Ministro Cavour ed alle anime liberali del Piemonte Risorgimentale, meditavano per liberare il Lombardo Veneto dall’oppressore austriaco, ma per un piccolo stato come il Piemonte, con risorse economiche limitate ed una considerazione pressochè nulla negli ambiti politici dei grandi stati europei, serviva un’occasione per far conoscere il valore ed i principi di libertà di un popolo  che da tempo si poneva lo scopo di essere guida spirituale e militare per tutte le genti italiane che ambivano di riunire l’Italia sotto un solo vessillo ,quello tricolore e con un solo sovrano: un Savoia.

E l’occasione venne, anche se questa era certamente più di un azzardo, quasi una pazzia per le possibilità materiali del Piemonte dell’epoca: la guerra di Crimea scoppiata nel 1853 in un territorio lontanissimo, quasi inimmaginabile per tutti i giovani piemontesi, molti dei quali non erano mai stati neppure nella capitale Torino e si trovarono d’improvviso catapultati all’altro mondo, per di più non in gita di piacere, ma a combattere un nemico mai visto e conosciuto.

Tutto era nato per una disputa tra Russia e Francia per il controllo dei luoghi santi della cristianità presenti sul suolo dell’Impero ottomano, e quando quest’ultimo accettò la proposta transalpina, la Russia dichiarò’ guerra alla Turchia (non certo per compiacere il Patriarca della Chiesa russo ortodossa, come invece pare oggi fare Putin con il Patriarca Kirill, ma per poter espandere i suoi territori in Turchia ed avere nuovi sbocchi verso il mare, di cui lo Zar aveva tanto bisogno) e manco a dirlo la Francia, “offesa dal rifiuto russo anticristiano”, si schierò a fianco degli ottomani, ai quali si aggiunse anche l’Inghilterra, impaurita dal fatto che dall’esito di quel confronto tra imperi orientali, potesse nascere un nuovo ordine politico ed economico sfavorevole ai sudditi della Regina Vittoria, minando i traffici marittimi con le Indie controllate dalla perfida Albione.

Dal canto suo, l’altra grande potenza europea, cioè l’Austria, rimase neutrale al conflitto, anche se approvava le decisioni assunte dai governi franco\inglesi, ma questo turbava profondamente Cavour, il quale, pensando che la guerra appena iniziata, poteva protrarsi nel tempo, vista l’importanza degli eserciti in campo, decise la carta più rischiosa, ma nello stesso tempo più redditizia, vale a dire offrire un aiuto armato alla coalizione occidentale, anticipando così future mosse simili da parte dell’Austria, relegarla quindi fuori dallo scacchiere politico militare creatosi con la crisi russo\turca, sperando ovviamente in una vittoria della coalizione a cui il Piemonte partecipava militarmente e potersi quindi sedere ad un tavolo di pace con Francia ed Inghilterra, che a quel punto sarebbero state obbligate ad ascoltare  la richiesta di Cavour nel perorare la causa italiana e denunciare l’oppressore di italica memoria rappresentata dal giovane imperatore austriaco Francesco Giuseppe: disegno audace è dire poco e Cavour si giocava tutto.

Lo statista piemontese tentò una prima volta, nel 1854 dopo circa un anno di guerra, sollecitato dagli inglesi, ad entrare in guerra al loro fianco, ma avendo paura di essere anticipato dall’Austria, dichiarò agli emissari della Regina Vittoria, di garantire un invio di 15.000 soldati, solo nel caso in cui l’Austria avesse dichiarato guerra alla Russia, evitando quindi uno scontro diretto contro il Piemonte, ma la stessa Austria si dichiarò neutrale e quindi tutto fu rimandato, con rammarico dello stesso Cavour che temeva un asse politico tra Francia ed Austria, cosa questa che avrebbe messo la pietra tombale sulle aspirazioni di poter allargare il Regno di Sardegna alla Lombardia.

Ma Cavour, anche se molto preoccupato, aveva visto giusto: la guerra che si stava combattendo in Crimea era cruenta e le vittime decine di migliaia e tutti gli eserciti avevano fame di uomi in arme.

Il 13 dicembre 1854, l’Inghilterra ritornò alla carica cercando di convincere il Piemonte ad allearsi e questa volta Cavour non ebbe esitazioni ed accettò.

Ci furono malumori e divergenze nel governo subalpino per questa avventura esotica che pareva un colpo di testa di Cavour, poco amato anche se ammirato, per il suo cinismo lucido e trasgressivo di antiche regole, tanto che alcuni deputati rimisero il loro mandato e si dimisero dalle cariche, ma ormai la decisione era stata presa e non si poteva tornare indietro.

Il 10 febbraio 1855 l’intervento fu votato dalla Camera con 101 voti a favore e 60 contrari mentre al Senato i sì furono 63 e 27 i no.

Tra i dubbiosi, figure importanti come il fratello dello stesso Cavour, Rattazzi e d’Azeglio, che dovettero però inchinarsi al volere di Vittorio Emanuele re di Sardegna, che al pensiero di andare in battaglia si era di colpo rivitalizzato: erano questi tempi durissimi dal punto di vista umano per questo monarca che in pochi mesi, nel periodo in cui prese la decisione della formazione del corpo di spedizione in Oriente e la sua partenza, perse le persone a lui più care.

Toccò per prima alla madre Maria Teresa di Toscana, poi alla moglie Maria Adelaide di 33 anni e all’unico fratello, il principe Ferdinando di Savoia Duca di Genova, padre di quella figlia che sarà la prima Regina d’Italia - Margherita - stroncato da una malattia polmonare.

Chi vide il re passare in rivista ad Alessandria il 14 aprile 1855, le truppe in partenza per la Crimea, scorse sul suo viso tutta la sofferenza di quei tragici momenti, ma dimostrò grande dignità e coraggio nel trattenere l’emozione nel veder partire tanta bella gioventù verso terre e nemici sconosciuti.

Il ministro degli Esteri Dabormida si dimise, dopo aver chiesto invano il dissequestro dei beni dei rifugiati milanesi a Torino, ad opera del governo di Vienna, condizione questa per entrare nell’alleanza franco\inglese\turca, quasi una sanzione all’incontrario, chiesta dall’Europa odierna verso gli oligarchi russi amici di Putin,……corsi e ricorsi storici….ma non funzionò.

Cavour invece, da realista quale era, ottenne molto di più.

Infatti alla stipula del trattato di alleanza trascritta il 26 gennaio 1855, Cavour fa aggiungere all’art.6 una clausola che impegna i futuri alleati a difendere il territorio piemontese se attaccato da una potenza straniera, per tutta la durata della guerra in oriente.

Inutile dire che l’unica potenza che potesse ambire ad attaccare il Regno di Sardegna, era l’Austria, e Cavour,con l’appoggio sottobanco della Francia, aveva messo nell’angolo l’odiato nemico.

Annullata l’Austria, ora si doveva entrare in guerra in un territorio sconosciuto, con un nemico del quale non si sapeva nulla, con un alleato turco del quale non si sapeva niente dal tempo del Principe Eugenio, autentica bestia nera dell’Impero ottomano fin dalla fine del 1600, a braccetto dei francesi che ostentavano la loro “grandeur” di fronte al piccolo Piemonte, a fianco degli Inglesi, quegli stessi che rischiarono di trovarsi anni addietro un sovrano Giacobita di nome Carlo Emanuele IV, nonchè Savoia, per non parlare del nemico russo, per tutti un assoluto mistero vestito da cosacco.

La scommessa di Cavour fu ‘ quindi interpretata come una “roulette russa”nel vero senso della parola e nei fatti, ed i motivi erano diversi :l’alleanza piemontese era di fatto nuda e cruda,nessuna garanzia,nessuna promessa,niente  il Piemonte poteva chiedere e nulla avrebbe avuto,l’unica concessione in seno all’alleanza,fu il mantenimento logistico del corpo di spedizione di Torino da parte del governo inglese che aveva istruito in merito il comandante in capo il generale Lord Raglan,vecchio combattente nelle guerre napoleoniche,mutilato di guerra al braccio destro.

Giunto in Crimea, il corpo di spedizione piemontese faticònon poco per trovare lo spazio di manovra in seno ai comandi generali dell’alleanza, non era facile per un piccolo paese come il nostro, guadagnare la fiducia di eserciti di secolare tradizione e comandati, a volte, da altezzosi esponenti della nobiltà che tenevano nei confronti dei sottoposti, atteggiamenti a dir poco arroganti .

E’ il caso del comandante Lucan, rampollo di nobile famiglia inglese, supponente ed altezzoso, che comandò una carica suicida a cavallo, passata alla storia col nome, “la carica dei 600”, dove la brigata leggera inglese caricò a testa bassa contro l’artiglieria russa che con il fuoco dei cannoni schierati, provocò un massacro di uomini e cavalli nelle fila britanniche .

Non così Colin Campbell barone di Clyde, mite e generoso comandante scozzese del 93° Reggimento di fanteria  Higlander che formò con i suoi reparti la famosa “sottile linea rossa”, soldati schierati in linea, irremovibili, nelle loro giubbe rosse nella battaglia di Balaklava.

Il nostro esercito, forte anch’esso di una mirabile tradizione secolare, aveva nei suoi comandanti un punto di forza morale di prim’ordine: duri e ligi alla disciplina, avevano però un attaccamento particolare alla truppa, vuoi perchè formata quasi esclusivamente da giovani piemontesi, e dal rispetto reciproco che esisteva tra la vecchia nobiltà subalpina ed il popolo.

alfonso della marmora

Il comandante in capo la spedizione piemontese era il generale Ferrero Alfonso della Marmora, di origine biellese, di famiglia improntata ad un tenace legame militare che univa tutti i fratelli, primo fra tutti il fondatore dell’Arma dei bersaglieri, Alessandro, comandante dei  suoi reparti con in capo il moretto con le piume al vento che si fecero onore sul fiume Cernaia, dove un improvviso attacco russo, mise alla prova i nostri fanti piumati che si difesero con ordine salvando la postazione ed il passaggio del ponte dal nemico.

bersaglieri battaglia cernaia

I soldati piemontesi presero anche parte, nelle fasi finali dell’assedio di Sebastopoli, agli assalti alleati contro la postazione più agguerrita, ovvero la torre Malakoff, che una volta conquistata, decretò la fine del conflitto.

Il 30 marzo 1856 il conflitto ebbe termine con la sconfitta russa e la vittoria alleata e nello stesso anno ebbe luogo il trattato di Parigi, dove ci furono sostanziali modifiche territoriali riguardanti la riconosciuta autonomia dei principati danubiani dalla Turchia e la cessione della Bessarabia meridionale dalla Russia alla Moldavia: la stessa che oggi ha il problema della Transnistria russofona e che potrebbe essere oggetto di attenzioni da parte di Putin.

congresso di parigi

Fu infine  il teatro delle epiche gesta diplomatiche di Cavour che tanto aveva fatto per avere un posto a quel tavolo per portare a conoscenza la questione italiana e discutere con le grandi potenze europee le ambizioni del Piemonte.

Se oggi appaiono crudeli le perdite di vite umane nelle prime settimane di guerra in Ucraina, e lo sono in forma drammatica, pensiamo per un istante quali e quante furono nella guerra di Crimea dal 1853 al 1856.

L’esercito zarista schierò 350.000 effettivi, di questi 126.000 circa morirono in combattimento, mutilati e dispersi, mentre circa 130.000 soldati morirono di malaria, febbri infettive e cancrena.

L’esercito turco comandato da Omar Pascià, schierò circa 300.000 uomini, perdendone in combattimento una quantità totale mai ufficializzata dalle autorità turche, quindi si pensa a cifre che superano i 100.000 caduti, compresi gli ammalati deceduti in seguito ad epidemie di colera e tifo.

I francesi che portarono in Crimea 150.000 uomini, ebbero circa 14.000 morti in battaglia ed un numero che oscilla dai 30 ai 40.000 di deceduti per malattia.

Dei 51.000 soldati di Sua Maestà Britannica, circa 5.000 caddero sul campo di battaglia,mentre circa 16.000 morirono di malattia.

Il Piemonte mandò 18.058 soldati ed i caduti furono 17 e circa 170 feriti, mentre 1.300 perirono di colera .

A tal proposito da ricordare la grande figura in campo umano e sanitario dell’infermiera britannica Florence Nightingale, ”la signora con la lanterna”, la donna che inventò l’assistenza infiermeristica e che si prodigò per far cambiare le regole per il soccorso e la cura dei militari feriti.

Florence Nightingale

Ripudiata sia in famiglia che nell’alta società britannica per la missione intrapresa con personale religioso da lei formato per assistere i feriti e gli ammalati in Crimea, con l’aiuto del politico inglese Sidney Herbert, riuscì a far capire l’importanza del suo operato e gli studi collegati alla statistica con metodi scientifici. Ammalatasi di colera sopravvisse alla malattia e ritornò in patria festeggiata come una eroina.

Non la stessa fortuna ebbero, purtroppo tra i molti deceduti per malattia, il comandante in capo Lord Raglan ed il nostro Alessandro della Marmora, entrambi deceduti a causa del colera.

lord raglan

La spedizione in Crimea o Guerra d’Oriente, come viene ancora oggi comunemente chiamata, vide l’affacciarsi dei primi fotoreporters, tanto che tale guerra viene configurata come il primo conflitto fotografato dal vivo.

Il primo a cimentarsi in tale attività sul campo fu infatti il fotografo inglese Roger Fenton, che già nel 1853 a Londra fondò la “Royal Photographic Society”, la prima agenzia al mondo nata come associazione fotografica.

Per dare una immagine dal vivo di come era vissuta l’esistenza di un soldato nell’accampamento piemontese di Kamara in Crimea nel 1855 leggiamo assieme una lettera spedita alla famiglia, dall’ufficiale dell’esercito Sardo Ettore Bertolè Viale, il giorno 11 agosto:

“Poche righe perchè il vento e la pioggia mi impediscono di farti altrimenti le quattro facciate di lettera. La mia salute continua buona tutt’ora, malgrado i disagi del dormir malamente sotto una tenda, e sempre vestito.  Il cannone di Sebastopoli tuona da due giorni a questa parte più possentemente dell’usato: sono gli estremi sforzi che fa il nemico ad impedire lo stabilimento delle ultime e più vicine batterie dell’assediante. Fra pochi giorni si aprirà il fuoco  degli alleati nostri  e dalle numerose  e molteplici batterie costrutte ed armate  di molti ed enormi mortai, de’ più grossi cannoni, una pioggia di ferro  e di fuoco coprirà Sebastopoli. Vi terrà dietro l’assalto della piazza, od almeno dirò meglio di talune fra le più importanti  opere da Malakoff alla riva sinistra del Carenaggio, del cui possesso dipende la questione di vita o di morte in riguardo all’ottenere  lo scopo della guerra: onde che tutti i voti  son rivolti onde questo giorno sia felice  di vittoria per noi tutti. Il cholera miete continue vittime  in uffiziali ricoverati  all’ospedale di Balaklava  per altre amlattie  che d’un tratto prendono  il carattere del morbo,troncando la vita  in poche ore. Ieri sera morirono cosìinopinatamente  il capitano Migliara dei bersaglieri  ed il dottor Balestra.

Mille abbracci alla famiglia, molti saluti agli amici, ed a te il più affettuoso amplesso.  Il tuo aff.Ettore"

 

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