Mer, 29 Giu, 2022

L’assedio di Gaeta del 1860, la Mariupol italiana nel tormentato scenario del Risorgimento italiano

L’assedio di Gaeta del 1860, la Mariupol italiana nel tormentato scenario del Risorgimento italiano

Con l'Unità d'Italia nasce anche  un problema mai risolto dall'Italia: la mafia

Tra pochi giorni si celebrerà la giornata del 25 Aprile, data simbolica della Liberazione nazionale dal nazi-fascismo, avvenuta nella primavera del 1945. Avviene in una circostanza tragica quest’anno, precisamente dopo due mesi dall’inizio dalla guerra, mai dichiarata, della Russia allo stato sovrano dell’Ucraina, e questo fatto mi dà lo spunto per una serena riflessione su fatti accaduti nel nostro Paese durante,  il mai esplorato abbastanza mondo del Risorgimento italiano, che darà il la all’unificazione nazionale conclusa nel 1870 con la presa di Porta Pia a Roma la conseguente fine dello Stato Pontificio e la definitiva sede della capitale d’Italia, in precedenza passata da Torino a Firenze nel 1865.

storia porta pia

Da due mesi l’opinione pubblica mondiale ed in particolare i media e commentatori nostrani, si dicono scandalizzati dal fatto che Putin affermi che tale occupazione del suolo ucraino, non fa parte di una guerra mai dichiarata, ma semplicemente di una “operazione speciale”,  per liberare e denazificare i territori sotto sovranità di Kiev, della regione del Donbass, ovvero quella striscia importante di terra ad alta densità’ di popolazione russofona al confine della stessa Russia, zona che dal 2014 è teatro di scontri tra milizie regolari e gruppi mercenari di entrambi le parti che ha già provocato circa 15.000 morti, sia tra i combattenti che tra la popolazione civile, scontri nati poco dopo la famosa "Rivolta Arancione" in piazza Maidan, che pose fine ad un governo filorusso e la nascita di una idea nuova di una popolazione che desiderava affrancarsi totalmente dal regime oligarchico russo e conseguente dittatura putiniana. In quasi due mesi di occupazione russa dell’Ucraina, i morti sono già decine di migliaia e come in tutte le guerre a pagare il prezzo più alto è ancora una volta la gente inerme.

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A parte i bombardamenti incessanti da parte russa dei centri abitati e relativi obbiettivi civili, sia con i missili che con furiosi cannoneggiamenti, si scopre ora, nei territori, ove è evidente la ritirata dell’esercito di Mosca a causa della forte resistenza dell’esercito ucraino, la strage di civili avvenuta ad opera sia dell’esercito regolare sia delle milizie cecene che siriane chiamate da Putin a partecipare all’operazione, con la benedizione religiosa del Patriarca della chiesa russo ortodossa Kirill. 

Cose purtroppo viste in quasi tutte le guerre,a volte  ignorate dai media occidentali e dai governi democratici, per evidenti motivi di collaborazione economica con stati a regime dittatoriale, in barba quindi a tutti quei principi che dovrebbero unire le democrazie nel condannare fermamente tali disastri umani, ma ahimè l’economia è più forte dei diritti civili. In particolare gli organi di informazione italiana, con tutte le primedonne dei talk-show serali, dove non meglio specificati esperti di geopolitica, sono molto scossi dal fatto che tale conflitto scoppiato, non per caso, in Ucraina, non venga chiamata con il nome corretto: guerra!

Fin qui tutto corretto, e prendendo come spunto, questo terribile conflitto scoppiato ai margini dell’Europa, vorrei porre l’attenzione su di un fatto molto importante e sublimato negli ultimi 160 in Italia e mai esplorato attentamente, come meriterebbe, cioè come è avvenuta l’unificazione del nostro Paese iniziata nel 1860 e forse mai conclusa moralmente.

Guerra d'Indipendenza e Risorgimento

La prima considerazione da fare tra Guerra di Indipendenza e Risorgimento italiano, secondo il mio modesto parere è che mentre tutte le guerre di indipendenza, chiamate così in modo corretto perchè dichiarate all’atto del loro inizio, erano rivolte alla liberazione dal giogo austriaco della Lombardia e del Veneto a seguito delle rivoluzioni liberali, più comunemente chiamati moti, ma molto vasti nel territorio a seguito di una volontà popolare che a maggioranza  chiedeva e pretendeva un aiuto militare del Piemonte contro il governo di Vienna; il Risorgimento italiano era un insieme di operazioni militari con relative occupazioni di territori  sovrani senza un atto formale che sancisse una dichiarazione di guerra agli stessi Stati.

Il periodo risorgimentale inizia  con la “Spedizione dei Mille” di Garibaldi in Sicilia, dove lo stesso generale si era convinto che la popolazione contadina si sarebbe unita alle giubbe rosse, a seguito della sua promessa, mai mantenuta, di distribuire la terra ai contadini e portare quindi la popolazione siciliana, che non amava i Borbone, ad un livello di vita migliore. Inutile dire che nobiltà e borghesia terriera, in gran parte filo borboniche, ebbero subito a scontrarsi con la popolazione contadina, tale da far nascere una vera e propia guerra civile che terminerà anni dopo, con migliaia di vittime. Quindi, a mio avviso, il tanto decantato Risorgimento italiano, fu una occupazione militare, con tutte le tragedie che essa, da sempre, si porta dietro.

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Sia il Regno di Sicilia,che lo Stato Pontificio, due regni sovrani, riconosciuti da quella che oggi chiamiamo con il nome di Comunità Internazionale, non ebbero mai l’avviso di una dichiarazione di guerra, ma i loro territori furono occupati militarmente, oggetto di repressione, basti pensare ai fatti di Bronte in Sicilia, dove il genovese Nino Bixio, braccio destro di Garibaldi fece fucilare, con il benestare di Crispi, cinque civili per rappresaglia contro l’uccisione di sedici notabili e proprietari terrieri della Ducea di Nelson - così si chiamava il luogo di circa 15 ettari che era stato donato nel 1799 ad Orazio Nelson, famoso ammiraglio inglese, vittorioso nella battaglia navale di Trafalgar, contro i legni napoleonici - a seguito di una rivolta popolare.

L'inizio di una guerra fratricida tra chi parteggiava per i Borbone e chi per i “liberatori”

E’ bene aggiungere che a pagare un prezzo cos alto, furono in questo caso, i civili siciliani di un fondo inglese, ovvero la stessa Nazione che raccolse importanti somme di denaro per permettere al generale la partenza da Quarto: un caso?

Un fenomeno,quello della guerra civile, forse tra i più crudeli dei conflitti, dove anche un fratello è visto come un potenziale nemico. Fatti come quelli avvenuti nell’ottobre del 1860 a San Giovanni Rotondo dove 24 civili furono massacrati dai reazionari borbonici, fu uno dei tanti che scossero allora l’opinione pubblica, ma che vennero dimenticati. Per non parlare del massacro  di civili dei paesi di Casalduni e Pontelandolfo nel beneventano nell’agosto del 1861, questa volta ad opera dei bersaglieri dell’Esercito Sardo, al comando del generale toscano Cialdini.

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A seguito di una imboscata ad opera di briganti locali, dove trovarono la morte 45 soldati regi ed una quindicina di civili favorevoli al nuovo governo, venne perpetrata sulla popolazione dei due paesi una rappresaglia atroce:  molte persone vennero bruciate vive nelle loro case, le donne vennero stuprate e le vittime , ancora oggi, sono di numero incerto perchè si cercò in tutti i modi di cancellare le prove, che trovano conferma quasi ufficiale in una ventina di morti, mentre invece si trattò più realisticamente di un massacro che varia tra le 400 e 1000 persone, tutti civili, assassinate.

Il brigantaggio

Questa “operazione speciale” come molte altre, avvennero nel periodo chiamato “brigantaggio meridionale”, un modo molto singolare per definire i partigiani del Regno delle Due Sicilie, che desideravano difendere il loro re. Re Francesco II, che il 6 settembre del 1860 lasciò Napoli per la roccaforte di Gaeta dove si erano concentrate le forze borboniche per un’ultima resistenza all’avanzata di Garibaldi da sud  - in treno e non sul suo cavallo bianco perchè l’artite di cui soffriva da tempo, gli procurava forti dolori alle ossa - e di Cialdini da nord.  Il Re cercò fino all’ultimo di resistere, supportato dalla consorte Maria Sofia di Baviera - carattere forte e determinato che fino alla fine della sua vita cercò in tutti i modi di aiutare i partigiani borbonici a difendere la terra partenopea, e sorella della famosa Elisabetta “Sissi”, moglie dell’Imperatore d’Austria, assassinata dall’anarchico italiano Luigi Luccheni sul lungolago di Ginevra,due sorelle profondamente avverse al Regno Sardo che aveva tolto ai loro consorti i possedimenti nello stivale italico.
La fortezza di Gaeta era considerata di grande importanza, alla pari  di Gibilterra e di Malta, quindi una struttura in grado di resistere ad un assedio, ma non ai cannoni a canna rigata delle navi piemontesi agli ordini dell’ammiraglio Persano (lo stesso che comandò nel 1866 le navi italiane nella battaglia di Lissa e quasi tutte affondate dal suo collega austriaco Von Teghetoff). Solo poche navi partirono dal porto di Napoli al seguito di Francesco II, legni che tradirono il loro Re in attesa di essere inquadrate nella nascente Marina Regia Italiana, poche furono anche le truppe che raggiunsero la linea difensiva Garigliano e Volturno che con Capua e la stessa Gaeta rappresentavano un efficace baluardo contro il fratello nemico. L’assedio piemontese sia da mare che da terra durò dal 5 novembre 1860 al 13 febbraio 1861, con una partecipazione militare che vedeva schierati circa 16.000 uomini tra gli assedianti e circa 11.000 tra i difensori.

Le perdite totali tra i militari dei due schieramenti furono circa 1.300, di questi più di mille borbonici

Tra la popolazione civile presente sul luogo dell’assedio, mai nessuno ha riferito le perdite per mancanza di documenti, fatto questo che caratterizzerà penosamente le ricerche negli archivi pubblici e privati del meridione d’Italia per ricostruire in modo coerente la vera entità del dramma vissuto dalle popolazioni di quei territori, comprensivi degli atti in cui si nega il patriottismo meridionale, passato alla storia con il nome di “Brigantaggio meridionale”: esecuzioni sul posto senza alcun processo, fucilazioni, deportazioni e tutto quello che di più atroce segue ad una occupazione da cui derivò una guerra civile.

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In questo contesto nasce un problema dal cui l’Italia non si è mai liberata: la mafia

Le masse contadine e i braccianti meridionali, da sempre sfruttati dai massari e dai proprietari terrieri legati alla nobiltà, già a partire dagli anni '30 del 1800, per combattere il degrado delle istituzioni borboniche imprigionate da una devastante corruzione, si erano organizzate in sette fratellanze che di fatto sostituivano lo stato nelle sue funzioni principali, con un modo di operare, quasi sempre al di fuori della legalità. Queste associazioni erano nate in seno alla società civile contadina che nessun governo o istituzione aveva voluto o saputo difendere, obbligando questi paesani e le loro famiglie a condurre una vita di stenti e disperazione, retaggio di un mondo medioevale nel quale nessun diritto era garantito, se non quello di morire di stenti e malattie.

In Sicilia ,questo fenomeno assunse, con il passare del tempo ed in assenza di riforme, una caratteristica di tipo corporativo, col formarsi di un insieme di organizzazioni violente e potenti in grado di penetrare in seguito nei meandri delle istituzioni e condizionare pesantemente le decisioni politiche locali: nasceva in questo preciso periodo storico, quella società di difesa delle famiglie rurali, che nata principalmente per difendere e proteggere i deboli nelle vaste campagne dell’isola dai latifondisti, diventerà negli anni quel soggetto criminale che  conosciamo oggi con il nome di Mafia.

La prima volta in assoluto che tale parola venne usata in Sicilia, fu nel 1863, quando appare in una opera teatrale dal titolo “I mafiusi  della Vicaria”, relativo ad un racconto ambientato in un un carcere di Palermo. Essa non figura su nessun vocabolario meridionale fino ad allora, ma si può trovare facilmente su quello piemontese, e precisamente sul testo del canonico Casimiro Zalli di Chieri edito nel 1830 in Carmagnola dalla tipografia di Pietro Barbiè che cita la parola piemontese Mafi e Mafio in questo modo: “uomo bozzacchiuto, caramogio, malfatto, piccolo di statura, uomo incivile, rustico, che non parla, non risponde, non cura altrui, tanghero, villano”.

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A parte la descrizione fisica, molto singolare e soggettiva, colpisce profondamente quel “non parla, non risponde”, tipico dell’omertà mafiosa e se poi pensiamo che nelle file del Regio Esercito operante nel Sud, operava un certo medico originario di Verona che si chiamava Cesare Lombroso, le cui false teorie scientifiche ritenevano bastasse nascere da Roma in giù per possedere tutte le caratteristiche del delinquente nato, il quadro era completo per quello che successivamente ne uscì fuori.

Su tutte queste basi e le moltissime prove andate perse e distrutte,mancanti in quasi tutti gli archivi privati e pubblici,nasce l’Unità d’Italia. Sulla base di un antico credo fondato su ideali democratici, ma in barba ai più elementari diritti in cui si riconoscevano allora, come,oggi, l’indipendenza e l’autonomia dei territori di Stati sovrani, come erano appunto il Regno delle Due Sicilie, nato nel 1816 e caduto nei primi mesi del 1861 con la resa di Gaeta, l’esilio di Francesco di Borbone e Sofia di Baviera a Roma, e lo stesso Stato Pontificio, caduto ed accorpato nel territorio italiano nel 1870, con buona pace del buon Pontefice Pio IX.

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Perchè i partigiani ”briganti” legittimisti meridionali che combatterono e caddero dal 1860 al 1865 fanno, ancora oggi, meno pena agli italiani, rispetto al “battaglione Azov”che resiste nei rifugi delle acciaierie Azovstal di Mariupol?   

Vittorio Emanuele diventerà primo Re d’Italia ma continuerà la tradizione della successione sabauda come  II° e non  I°, come sarebbe stato logico, e questo era un segnale che il Re di Sardegna mandava a coloro i quali avevano lavorato alle spalle del sovrano, nel corso delle operazioni per l’annessione dei territori del Sud.

In tutte queste operazioni di carattere militare che colpirono sia i soldati che gli stessi civili in un susseguirsi di avvenimenti che portarono una vera e propia guerra civile nei territori occupati, prima dai garibaldini e poi dai piemontesi, non fu mai proferita la parola “Guerra”: unificazione, occupazione, annessione, liberazione, furono i vocaboli più usati per definire una guerra crudele e mai dichiarata,mentre uomini, donne e bambini morivano, in nome di un grande ideale.

Il grande giornalista e partigiano, Giorgio Bocca, nel corso di una intervista, alla domanda perchè si diventava partigiano, rispose dicendo semplicemente ”per far sì la guerra potesse finire il prima possibile, assieme alle atrocità che tale tragedia si porta sempre dietro”, un contributo, aggiungo io, che ogni persona civile ha il dovere di pagare come uomo in nome della libertà.

Peccato che questo concetto limpido ed onesto non sia valso anche per i partigiani del Regno delle Due Sicile, trattati come semplici banditi. Era giusto unire l’Italia, ,ma con la concordia, non con le armi.

Nel 1961 a Torino, mentre si festeggiava il centenario dell’Unità d’Italia, si vedevano spesso dei vistosi cartelli appesi sui portoni dei palazzi cittadini, con la scritta “non si affitta a meridionali”: quando un Paese ha un passato come questo, prima di spiegare  i conflitti altrui, dovrebbe chiedere scusa a molti italiani, ai quali è stata tolta la dignità in cambio di una unità ottenuta con una guerra mai dichiarata, costringendo gli stessi, nel tempo, ad emigrare lontano dalle loro case e dai loro cari, per trovare un lavoro ed una vita degna di questo nome.

Credits: www.wikipedia.org 

 

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