Mer, 25 Feb, 2026

Latte torinese sotto pressione: 803 stalle a rischio tra importazioni low cost e speculazioni industriali

Latte torinese sotto pressione: 803 stalle a rischio tra importazioni low cost e speculazioni industriali

Il settore del latte torinese torna al centro del dibattito economico regionale. Tra importazioni a basso costo, concorrenza sleale e prezzi riconosciuti agli allevatori sempre più compressi, il comparto lattiero-caseario locale vive una fase critica che potrebbe avere conseguenze strutturali sull’economia agricola del territorio.

A denunciare la situazione è il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici, che parla apertamente di speculazioni sul prezzo del latte e richiama l’industria agroalimentare piemontese a un’assunzione di responsabilità verso il territorio. «Le speculazioni sul latte stanno danneggiando uno dei settori di punta del sistema agroalimentare torinese. Se non cesseranno subito questi giochi al ribasso sulla pelle degli allevatori rischiamo di perdere stalle, mucche e produzione locale».

I numeri del comparto lattiero-caseario torinese

Il peso economico del settore è tutt’altro che marginale. Oggi nel Torinese risultano attive: 803 stalle da latte; oltre 1.300 addetti diretti; più di 35.000 mucche di razza Frisona a cui si aggiungono razze alpine come Pezzata Rossa e Pustertaler-Barant; una produzione annua di oltre 10,5 milioni di litri di latte fresco. 

Si tratta di una filiera che alimenta direttamente la produzione di formaggi tipici piemontesi, yogurt e derivati freschi, con standard qualitativi elevati legati al contenuto di proteine e grassi.

La qualità, sottolinea Coldiretti, è strettamente connessa al benessere animale, all’alimentazione bilanciata e a un modello agricolo basato su prato stabile, fieno locale e coltivazioni di prossimità come il mais. Un sistema che contribuisce anche alla tutela ambientale e alla salvaguardia del paesaggio rurale.

Prezzi del latte: la questione economica

Nonostante il mercato dei consumi mostri segnali positivi — con una stabilizzazione del consumo di latte e una crescita di formaggi freschi e yogurt — il problema resta la remunerazione riconosciuta agli allevatori.

Secondo Coldiretti: una parte significativa di latte sfugge alla contrattazione strutturata; le importazioni di latte estero a basso prezzo alterano il mercato; l’agroindustria locale continua ad approvvigionarsi fuori dai confini regionali. Le importazioni riguardano soprattutto: latte sfuso; cagliate per mozzarella; latte in polvere; crema di latte con provenienze prevalenti da Belgio, Germania, Francia e Olanda. Il risultato? Una compressione dei margini per le aziende agricole torinesi, in gran parte a conduzione familiare.

Il rischio desertificazione agricola

Negli ultimi dieci anni, oltre il 20% delle stalle ha chiuso. Un dato che racconta una trasformazione profonda e preoccupante del tessuto economico rurale. “Allevare costa”, sottolinea Coldiretti. Tra: energia, mangimi, investimenti per il benessere animale, adeguamenti normativi, innovazione tecnologica.

I costi di gestione sono cresciuti sensibilmente. Se il prezzo riconosciuto alla stalla non copre i costi, il risultato è l’abbandono dell’attività.

Le conseguenze non sono solo economiche ma anche territoriali: perdita di occupazione, riduzione del presidio agricolo, rischio incolti, spazio a speculazioni energetiche e cementificazione

Il nodo dei fondi pubblici

Nel mirino di Coldiretti anche l’utilizzo dei fondi regionali, che secondo l’associazione dovrebbero sostenere la valorizzazione delle produzioni locali. «Basta con le speculazioni dell’agroindustria piemontese che continua ad importare latte dall’estero pur percependo fondi destinati alla valorizzazione delle produzioni locali».

La questione prezzi sarà portata al Tavolo Latte convocato in Regione il 23 febbraio, dove si discuterà dell’intera situazione del comparto.

Una filiera da mettere in sicurezza

La partita non riguarda solo gli allevatori ma l’intera economia agroalimentare piemontese. Senza una adeguata remunerazione del latte alla stalla, avverte Coldiretti, l’intera filiera rischia di indebolirsi: dalla produzione primaria fino alla trasformazione e alla distribuzione.

La sfida è chiara: trovare un equilibrio tra competitività industriale e tutela della produzione locale, evitando che la logica del prezzo più basso comprometta un patrimonio economico, occupazionale e identitario.

Il latte torinese non è solo una commodity: è un asset territoriale. E il tempo per difenderlo, secondo gli allevatori, sta per scadere

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