Sab, 25 Giu, 2022

1821: a 200 anni dall’inizio dei moti rivoluzionari si ricordano i protagonisti. La repressione di Carlo Felice  (Parte II)

1821: a 200 anni dall’inizio dei moti rivoluzionari si ricordano i protagonisti. La repressione di Carlo Felice  (Parte II)

Un dura presa di posizione contro i liberali piemontesi cheli costrinse all'esilio

 

Dopo la prima parte della vicenda storica, riportata nella prima parte dell'articolo (https://www.nonsolocontro.eu/nsc2/in-piu/storia/7766-1821-duecento-anni-fa-l-inizio-dei-moti-rivoluzionari-parte-i.html) occorre a questo punto tracciare un profilo umano di questo Re, Carlo Felice, salito al trono in un momento difficile, complicato anche dal fatto che lui stesso in cuor suo, non ha mai manifestato alcun interesse per il potere, ma ogni volta che ha dovuto reggere le sorti del Regno, sia in Sardegna come Vicerè in esilio, sia ora in Piemonte dopo la rinuncia al trono del fratello Vittorio Emanuele I, si dimostra un monarca di vecchio stampo, che esige il massimo rispetto per la corona e per quello che da secoli rappresenta la sua famiglia, quei Savoia che proprio lui rappresenta per l’ultima volta come ramo principale, fino alla sua morte nel 1831: terminano qui circa otto secoli di reggenza di padre in figlio e toccherà quindi al nipote Carlo Alberto, del ramo Carignano, portare avanti il buon nome di Casa Savoia in futuro.

Carlo Felice, che si sentiva portato ad una tranquilla vita immerso nella pace dei castelli di Govone ed Agliè, o nella solare Genova, dove fa costruire un teatro che diventerà un gioiello di architettura che ancora oggi porta il suo nome, non pensava minimamente di diventare Re, preceduto nell’ordine dinastico al trono da ben due fratelli. Destino crudele, se si pensa che nessuno dei tre ha un figlio a cui donare il trono del Regno.

Prima dell’abdicazione di Vittorio Emanuele I, lo stesso in un confronto con la consorte ed alcuni consiglieri, aveva rifiutato di abolire la legge salica, che permetteva la trasmissione del titolo Reale ai soli membri maschi della famiglia.

Toccava quindi a Carlo Felice sobbarcarsi tutti i problemi che in quella primavera del 1821 precipitarono come una valanga sulla sua reggenza.

Strano tipo, amante delle belle arti, della scienza, di gusti raffinati, sposato con Maria Cristina di Borbone Napoli, figlia del Re delle due Sicile Ferdinando, con la quale divide la passione per l’archeologia e concede alla medesima di portare ad Agliè, forse la sua residenza preferita,molti reperti provenienti da Villa Tuscolana, arredando quindi un padiglione nel castello che ancora oggi si può ammirare.

aglie castello Il castello di Agliè, residenza preferita di Carlo Felice

Conclude "l’affare Drovetti”, vale a dire l’acquisizione della più importante collezione privata di reperti egizi, sborsando un capitale enorme, ma assicurandosi il materiale per quello che sarà il primo museo egizio al mondo in quella Torino che adesso lui odia, perchè tradito da quella Università degli Studi che dovrebbe rappresentare, con i suoi studenti provenienti dalle più importanti famiglie aristocratiche della capitale, la base per la difesa dei diritti dinastici che per Carlo Felice sono e rimangono divini: sono ancora lontani i tempi in cui sui decreti reali si leggerà la dicitura riguardante la figura del Re nominato "per grazia di Dio e volontà della Nazione”, in quanto lui riconosce solo  la sacralità del diritto divino di tale istituzione.

All’indomani dell’allontanamento del nipote Carlo Alberto, di fatto esiliato a Novara in attesa di disposizioni, la capitale piemontese è pervasa da paura e delusione, certamente consapevole che Carlo Felice userà il pugno duro contro chiunque si sia reso responsabile del piano ordito per convincere un tentennante giovane monarca, non riconosciuto tale dallo zio, a concedere una costituzione che limita i privilegi del Regio Governo, dando ampio respiro ai liberali che ormai vengono considerati rivoltosi .

Fioccano le condanne a morte, quasi tutte poi condonate, per gli ufficiali resisi complici nel tentare di sollevare le piazzaforti militari di Alessandria, Casale e Torino e per coloro i quali hanno avuto un ruolo importante nel sollevare il popolo torinese, in particolare i giovani universitari, coloro i quali a vario titolo rappresentano il futuro politico ed amministrativo di quella nuova classe dirigente che si profila all’orizzonte di quella ripudiata Restaurazione tanto cara a  Metternich: lo stesso non sa ancora che la stessa Vienna sarà di lì a qualche anno, travolta dagli stessi sentimenti di libertà che ormai non si possono fermare in una Europa avviata verso una modernità tracciata dalla Rivoluzione francese che, tra mille controversie e sangue versato, ha comunque dato una svolta nel modo di pensare di tutti i popoli.

Carlo Felice ripudia il sapere, accecato dall’odio che prova nel sentirsi tradito da quei rampolli della vecchia nobiltà subalpina, sempre fedeli a Casa Savoia, che usano l’ateneo torinese per esprimere il loro dissenso verso il potere divino che da sempre governa i loro territori e le loro famiglie, tanto che le condanne più pesanti arrivano sulle spalle di molti ragazzi di buona famiglia costretti a riparare in esilio all’estero, in  condizioni anche estreme, per mancanza di danaro e lontani dalle famiglie. Malgrado la durezza esternata da Carlo Felice, sarà lui stesso in modo riservato ad aiutare economicamente alcuni di loro.

Il Re non torna in quel marzo del '21 a Torino, ma dirige ed ordina direttamente da Modena e farà il suo primo ingresso nella capitale nell’ottobre dello stesso anno, costretto dagli inviti sempre più pressanti dell’Austria a ripendere il potere, là dove un Re, è logico, debba porre la sua residenza.

Al suo ritorno, ordina gli sia giurata pubblicamente la devozione, a tutti quei dignitari e nobili presenti nei pubblici uffici in modo tale che tutti possano sapere che ogni altra forma di dissenso futura potrà essere tacciata come tradimento personale al sovrano, instaurando di fatto un periodo, che durerà fino alla sua morte, di totale controllo sull’intera popolazione, coinvolgendo in questo le polizie ed i gendarmi di tutte le provincie del Regno, onde segnalare, anche nelle più remote località, soggetti pericolosi e sovversivi, un controllo totale del territorio mediante missive settimanali rivolte ai sindaci di tutte le località per controllare, osservare per poi refertare agli stessi organi di polizia, tutte le persone sospette: un vero clima di terrore basato prevalentemente sulla delazione, responsabile quindi  di delitti non sempre giustificati ad opera del Governo centrale.

Chi ne fa le spese più di tutti è il capo dei moti liberali, o considerato tale, anche da alcuni stessi compagni di ventura, poco a poco allontanatisi da quegli ideali che tanti proseliti avevano fatto nei primi momenti della protesta, vale a dire il conte Santorre di Santarosa.

Santorre di santarosa Santorre di Santarosa

Nato a Savigliano il 18 ottobre 1783, da un ufficiale dei granatieri e da una madre che perderà all’età di 7 anni, viene incorporato nel reggimento del papà come alfiere all’età di 13 anni e partecipa a molte vicende belliche napoleoniche sul territorio piemontese, fino a vedere la morte del padre nella battaglia di Marengo il 14 giugno del 1800.

Al ritorno dei Savoia in terraferma avendo maturato una considerevole esperienza in campo amministrativo, come Maire, sindaco in Savigliano e come studioso di lettere presso l’Università di Torino, nonchè in campo legislativo in qualità di sottoprefetto dal 1812 al 1814 alla Spezia.

Combatte quindi a Grenoble inquadrato nell’esercito Regio, il 6 luglio 1815, in una fase militare che viene a crearsi dopo la formazione della settima coalizione da parte di tutti quegli Stati che andarono a riunirsi per sconfiggere una volta per tutte Napoleone Bonaparte, dopo la sua fuga dall’isola d’Elba ed il cosidetto periodo dei Cento Giorni, periodo che culminerà con la tragica sconfitta francese a Waterloo e l’esilio definitivo dell’imperatore a Sant’Elena.

Alto, con una fronte esageratamente spaziosa, difficoltà alla vista fin da bambino, con uno spiccato senso di lealtà, perfetto idealista alla Garibaldi ma non baciato dalla stessa personale fortuna, il Santarosa impersona il perfetto borghese liberale e rivoluzionario all’occorrenza: è lui a cercare di convincere Carlo Alberto ad appoggiare i giovani liberali di Torino, invitandolo a concedere la Costituzione sulla falsariga di quella di Cadice e di staccarsi  dall’Austria, anche militarmente se occorre.

Buoni propositi in tempi forse non ancora maturi.

Giacinto Provana di Collegno Giacinto Provana di Collegno

E’ circondato nella sua avventura, da molti esponenti della antica nobiltà piemontese, primo  fra tutti da Giacinto Provana di Collegno, che gli resterà vicino anche in esilio, mentre i primi collaboratori a smarcarsi, durante la carica da lui presieduta nell’ambito della nuova giunta formatasi nel breve periodo di reggenza di Carlo Alberto, come ministro della guerra nel marzo ed aprile del 1821, ma subito stroncato dalla presa di potere di Carlo Felice, furono Michele Gastone e Carlo Bianco di Saint Jorioz, nomi importanti nello scacchiere decisionista della giunta liberale e per questo motivo, perdite molto importanti alla causa.

Non basterà al Santarosa il tentativo, sottoforma di ordine del giorno, rivolto ai soldati della cittadella di Torino per cercare di resistere.

Sapendo perfettamente che la sua fine sarebbe stata segnata se gli austriaci fossero riusciti a catturarlo, cercò riparo nei territori imperiali, dove fu prima arrestato, ma subito liberato da studenti filoliberali comandati da un militare polacco che gli diede assistenza durante la sua fuga.

Riparò a Ginevra, ma dovette lasciare la città per le pressioni del governo di Torino rivolte a quei luoghi oltrefrontiera che davano ospitalità ai condannati  per i moti liberali piemontesi, giunse quindi a Parigi, dove incontrò un amico, il filosofo Cousin, che lo ospitò e prese cura del profugo, fino a quando con  il cambio del governo francese e la nomina a primo ministro di Villele, lo stesso giunse ad un accordo con il governo sabaudo, per il rientro forzato degli esuli e quindi Santarosa fu costretto ancora una volta a fuggire, questa volta a Londra, dove incontra Ugo Foscolo, anche lui perseguitato politico, e l’amico Giacinto Provana.

Sono i mesi più duri, senza un lavoro, senza risorse economiche, umiliato anche dal fatto che il governo britannico cerca una soluzione per far tornare in Piemonte i tanti esuli politici, ma Carlo Felice non molla, non vuole più i traditori della sua Casata nei suoi territori, tanto che nel 1825, sollecitato dall’Inghilterra e dalla Francia ad occuparsi del  problema,risponde che per  quanto riguarda gli esuli  in Inghilterra, li vedrebbe bene sparsi in località remote nelle lontane colonie di sua Maestà britannica, lontani dal mondo civile, mentre per quelli nascosti in Francia, si arruolino pure nella Legione Strraniera. In Piemonte mai più, nemmeno da morti, figuriamoci da vivi!

Santorre di Santarosa parte quindi per la Grecia, dove la stessa combatte per affrancarsi dal potere Turco, ma anche qui troverà la strada sbarrata dal suo stesso nome, costretto a cambiarlo in Annibale De Rossi, inquadrato come soldato semplice nei reparti greci, troverà la morte a Sfacteria, localitàdella baia di Navarino, assediata dagli egiziani essendo questi sotto il comando turco.

Il suo corpo non fu mai ritrovato e le cronache del tempo parlano del fatto che, forse, i nemici lo avrebbero riconosciuto, ma certi del fatto che la sua prigionia non avrebbe garantito nessun  riscatto, fu ucciso. Era l’8 maggio 1825.

 

 

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