Mer, 29 Giu, 2022

1821: duecento anni fa, l’inizio dei moti rivoluzionari. Torino ricorda i protagonisti di quella stagione (Parte I)

1821: duecento anni fa, l’inizio dei moti rivoluzionari. Torino ricorda i protagonisti di quella stagione (Parte I)

Santorre di Santarosa e Prospero Balbo, le anime liberali che dovettero arrendersi alla Restaurazione

Fu una notte buia e tormentata quella che vide il Re di Sardegna, Vittorio Emanuele I di Savoia, lasciare in carrozza Palazzo Reale, dopo aver salutato il piccolo nipote suo omonimo, figlio di Carlo Alberto, e lasciato a quest’ultimo l’incombenza di reggere momentaneamente le sorti del Piemonte dopo aver abdicato in  favore del fratello Carlo Felice, ma assente perchè a Modena.

Correva  il 13 marzo dell’anno 1821

Era  arrivato in Piemonte nel maggio del 1814, dopo che la corte sabauda, costretta all’esilio dall’occupante giacobino, giunto dalla Francia sulle ali dell’entusiasmo per quella rivoluzione liberale, era stata costretta a rimanere lontano da Torino per quasi 18 anni: il nomignolo con il quale veniva indicato beffardamente al suo ritorno dai nostalgici dell’era napoleonica, era Re delle marmotte.

Vittorio Emanuele I Vittorio Emanuele I

Vittorio Emanuele era un uomo buono e saggio, tranquillamente possiamo dire che a differenza di molti suoi predecessori o futuri regnanti del suolo sabaudo, poteva essere considerato un onesto ed interessato monarca che guardava con interesse e preoccupazione alla situazione che si era trovato davanti, all’ingresso di Torino, davanti alle truppe austriache schierate dal conte Bubna a protezione e monito agli stessi torinesi, dopo tanti anni di anarchia patita ma anche sublimata, da una parte importante della popolazione.

Fu un legislatore che impersonò la Restaurazione, così venne battezzato il periodo che vide il ritorno in Europa delle vecchie monarchie, spazzate via dall’occupazione francese, in modo pressochè corretto se visto dal punto di vista del ripristino delle leggi che ridavano potere alla nobiltà e toglievano diritti a quel popolo che aveva creduto nell’eguaglianza e nella fraternità, sancita dallo stesso Codice Napoleonico che vide la luce a Parigi nel 1804 ed esportato in tutti i paesi dove il potere giacobino aveva preso il sopravvento.

Le leggi promulgate da questo ritrovato Re, che per troppo tempo era stato in esilio, erano rivolte ad un parziale ritorno al passato, passando anche dalla parrucca e alla cipria, testimoni di quella vecchia nobiltà che tante teste aveva lasciato nei cesti della ghigliottina, e che ora tentavano, con un colpo di coda anacronistico, di ritornare ad un passato ormai remoto, non tanto nel tempo, ma nel modo di pensare di tutte quelle persone, che avevano per la prima volta in Europa assaporato il profumo della libertà.

Non mi esprimo sui concetti democratici di quella rivoluzione, per il tanto sangue versato e per molti sacrosanti diritti che l’ingordigia dei capipopolo, trasformò in privilegi, decretando la fine di un periodo che vide anche la parola terrore, emergere sinistra su tutte.

Torino è dunque ritornata ai Savoia, a quella famiglia che vede tre fratelli avvicendarsi senza prole maschile, sul trono di un Paese povero e dilaniato da guerre ed occupazioni, epidemie coleriche e paura di un futuro incerto dal punto di vista di chi dovrà governare dopo di loro..

Carlo Emanuele IV, Vittorio Emanuele I e Carlo Felice

Tre uomini profondamente diversi tra loro, ma accomunati dal fatto che non possiedono un figlio a cui lasciare il loro Regno e quindi si vocifera nelle contrade subalpine che al congresso di Vienna, in cui si decise il futuro dell’Europa postnapoleonica, sia stato il plenipotenziario austriaco Metternich, ad indicare il nipote dei tre, quel Carlo Alberto del ramo Carignano, a guidare in futuro, quel che resta del Regno di Sardegna.

Infatti è innegabile che l’Austria voglia controllare anche il Piemonte, come fa con la Lombardia ed il Veneto, e le truppe austriache sono sempre presenti al Ticino, pronte ad intervenire al minimo errore: questo però è anche il motivo principale che scatena i moti torinesi del 1821, ovvero l’antipatia per un nemico\amico che non nasconde le sue mire, anche con una certa arroganza, che non va giù al fiero  paesano piemontese.

Mentre Vittorio Emanuele I cerca di ripristinare i vecchi codici, estromettendo dalle cariche pubbliche, chi aveva collaborato con il governo transalpino, epurando anche dall’esercito chi non ritiene più affidabile, nascono movimenti nuovi e molto organizzati, legati tra di loro tramite ambienti massonici e carbonari, in tutte le classi civili, coinvolgendo inevitabilmente anche gran parte dei militari. Queste società segrete,come l’Adelfia e Federali, hanno importanti collegamenti con influenti personalità liberali sia di Ginevra che di Parigi e fanno da trampolino di lancio ai giovani studenti che si identificano nei loro progetti.

Saranno, infatti, alcuni universitari la sera dell’11 gennaio 1821 presenti al teatro d’Angennes di Torino ad assitrere allo spettacolo teatrale della compagnia di Carlotta Marchionni, dal titolo "La vestale al campo scellerato", seguito dalla farsa "La pianella perduta nella neve", seduti in prima fila indossando il berretto rosso e nero dei carbonari, a dare il via alle manifestazioni contro il Regio Governo: all’uscita del teatro, vengono fermati dai  gendarmi, ne esce una furibonda colluttazione ed il clima fin qui goliardico improntato ad una serata di spettacolo, viene interrotto bruscamente dalla violenza della polizia perpetrata sui giovani spettatori, alcuni di questi arrestati per essere tradotti nel forte di Fenestrelle ed Ivrea.

E’ successo un qualcosa di inaspettato e grave

Per un’antica consuetudine torinese, il diritto di punire gli studenti universitari era solo nella facoltà del Magistrato degli studi, quindi il gesto repressivo delle autorità regie, aveva passato un confine, fino ad allora considerato sacro: fu l’inizio della rivolta.

Prospero Balbo Prospero Balbo

Un centinaio di studenti si barricò per per protesta all’interno del palazzo dell’ateneo torinese e nella notte non bastò l’intervento, come mediatore, del conte Prospero Balbo che il Re aveva nominato due anni prima Ministro dell’interno, ma la sua presenza e le sue parole non bastarono a calmare gli animi e gli avvenimenti precipitarono con l’intervento dei soldati comandati dal Thaon di Revel che fecero irruzione nell’università con i fucili scarichi, ma con la baionetta inastata e comandati da ufficiali armati di sciabola.

Alla fine degli scontri si conteranno sui ragazzi molte ferite di arma da taglio provocate in particolare dalle armi bianche degli ufficiali, segno questo che gli ordini erano di reprimere ad ogni costo, l’inizio della rivolta.

Sara’ la fine politica anche di Prospero Balbo

Chierese, adottato dal famoso conte Giovan Battista Bogino, che aveva sposato la nonna di Prospero, aveva fin da giovane espresso una vivace intelligenza accomunata ad un pragmatismo realistico, dotato di una visione liberale ma nello stesso tempo legatissimo a Casa Savoia, seguendo in questo, i principi dell’illustre patrigno che lo indirizzò per la giusta via, quella stessa che permise al Bogino di essere uno dei piu’ grandi politici piemontesi del 700, servendo sempre con arguzia ed onestà il Re Carlo Emanuele III, detto affettuosamente dai torinesi "Carlin”. Ministro della guerra e confidente personale del Re, fu tra le altre cose, l’artefice della formazione delle milizie monferrine nate nel 1746 per liberare Moncalvo dai francesi e conseguentemente la cittadella di Alessandria, assediata dagli stessi, permettendo così alle forze sabaude di trionfare anche sul colle dell’Assietta nel 1747, ponendo fine sul territorio piemontese alle operazioni belliche nella campagna della guerra di successione austriaca.

Propero Balbo, accusato di essere stato un collaboratore filo francese durante il periodo napoleonico, con l’avvento della Restaurazione, fu allontanato dall’Università dove aveva servito come Rettore, per poi essere successivamente richiamato dal nuovo governo, nominato ministro e poi ambasciatore, unitamente ad incarichi relativi al riordino economico e legislativo di importanti settori produttivi, ma i suoi sforzi, appoggiati tardivamente e mai totalmente approvati da Vittorio Emanuele I, si infransero definitivamente contro le ingerenze della Regina, che approfittando del momento di confusione, scavalcava nei giudizi e nelle decisioni un debole ed ormai quasi delegittimato, nonchè stanco, Vittorio Emanuele.

Balbo si ritirò quindi a vita privata, si allontanò da Torino, dove fece alcuni anni dopo ritorno, per spegnersi nel 1737, lasciando una grande eredità morale al figlio Cesare, storico e politico che seguì con successo le orme del padre.

Nei giorni successivi ai fatti accaduti all’università torinese, anche a Napoli si segnalarono importanti moti di protesta, tesi a chiedere la Costituzione sulla falsariga di quello che stava accadendo in Spagna, ma la cosa fu subito stoppata dalla decisione dei Paesi appartenenti alla Santa Alleanza, tra i quali l’Austria, Prussia ed Impero Russo,che inviarono un contingente armato per rispistinare l’ordine: le antiche monarchie assolutistiche si aiutavano tra di loro al fine di conservare il potere divino.

Entra in gioco Carlo Alberto

A quel punto della situazione entra in gioco un giovane Carlo Alberto, che con un occhio di rispetto e paura  rivolto al passato di Casa Savoia, dalla quale ha ereditato la responsabilità come reggente della corona, nella notte del 13 marzo dalle mani di uno spaventatissimo Vittorio Emanuele, non nasconde le sue simpatie per i liberali e quindi concede la costituzione, pari e patta a quella iberica, per cercare in questo modo di calmare gli animi e dare respiro alle richieste democratiche ad una sociatà civile che aveva ormai avviato i passi verso un futuro di riforme, riconoscendo in pieno l’autorità di Casa Savoia, vedendo proprio in questa antica stirpe, la guida spirituale ed armata per quello che sarà conosciuto da tutti come il Risorgimento Italiano, che porterà attraverso varie vicende all’unificazione della Penisola ad opera del figlio Vittorio Emanuele II.

Carlo Alberto Carlo Alberto

Tutto semplice sulla carta, troppo facile per un ragazzo alto di statura (203 cm), ma carente di esperienza, in particolare dimentico del carattere forte e collerico di quel Carlo Felice ,il quale, essendo a Modena con la sua corte, intima al nipote tramite un emissario mandato in fretta e furia a Torino a riferire al povero Carlo Alberto che “se gli rimane ancora un goccio di sangue appartenuto ai suoi avi, abolisca subito la neonata sua costituzione e si rechi seduta stante a Novara in attesa di ordini”.

Al povero reggente non resta che ubbidire,perchè a questo punto è esautorato dal prendere qualsiasi decisione perchè le redini del comando passano a quel personaggio che passerà alla storia come l’ultimo capo di Casa Savoia appartenente al ramo principale del capostipite Umberto Biancamano: quando Carlo Felice morirà nel 1831, il vescovo celebrante la messa funebre nell’abbazia di Altacomba, avrà motivo di dire “qui muore la monarchia”, sia per il forte ed impulsivo carattere dell’uomo, sia per la fine del ramo principale di una delle dinastie reali più longeve del mondo.

I pochi intellettuali e nobili che avevano convinto Carlo Alberto a concedere la costituzione si trovano ora con il cerino in mano, situazione questa alquanto complicata per alcuni di quei rampolli dell’aristocrazia subalpina che dovranno pensare a come difendersi dalle ire di un inferocito Carlo Felice, un uomo che forse non ambiva a diventare Re, sentendosi più portato ad una vita dedicata alle arti ed alle scienze, ma nel momento in cui assume il comando, impersona il perfetto conservatore dei diritti dinastici, con quella fermezza e decisione, che non erano certamente patrimonio dei due fratelli che lo precedettero alla guida del Regno.

Moti del 1821 in San Slvario (www.museotorino.it) 

 

 

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