Mer, 29 Giu, 2022

Da Auschwitz a Srebrenica sul filo della memoria. Oggi come ieri,  l'indifferenza umana produce sofferenze e ingiustizie

Da Auschwitz a Srebrenica sul filo della memoria. Oggi come ieri,  l'indifferenza umana produce sofferenze e ingiustizie

Sono ancora troppi gli esempi di atteggiamenti disumani nella nostra quotidianità

Il 27 gennaio 1945, l’esercito russo avanzando attraverso la Polonia nell’offensiva che porterà le truppe di Zukov in pochi mesi a Berlino, si imbatte in un orrore epocale che mai prima d’ora si era visto: Auschiwtz.

E' un piccolo centro abitato dal nome di Oswiècim, al cui limitare da alcuni anni esiste una città fantasma, Auschiwtz-Birkenau, nella Slesia Orientale, in prossimità del confine tra Germania e Polonia. Un complesso di strutture costruite con maniacale precisione a suggello di un progetto di genocidio, mai perpetrato dall’uomo prima di allora: la famosa e triste “Soluzione Finale” , il sistematico sterminio, pianificato ed organizzato da una Germania nazista che aveva il suo mentore nella spaventosa figura di Hitler.

Dire cosa fu trovato in quello sterminato campo è purtroppo storia molto conosciuta, e per molti aspetti ancora ora avvolta nelle nebbie di contraddizioni di umana follia, che ci portano a pensare che tale progetto, che comprendeva centinaia di campi di concentramento sparsi tra la Germania, i territori occupati dal Reich tedesco nelle zone orientali d’Europa, in Austria ed in alcuni luoghi dell’Italia del nord, furono teatro di indicibili sofferenze per decine di milioni di persone, che in quei luoghi trovarono umiliazioni e morte.

A volte mi chiedo se la sofferenza dei superstiti, vivendo, non sia stata di gran lunga peggiore di chi, da quei campi di sterminio, non è più tornato. E’ peggio vivere ricordando per tutta l’esistenza le atrocità viste, piuttosto che morire di stenti e torture in un periodo, tragico, ma breve, purtoppo per molti: quando i convogli di carri bestiame stipati di ebrei e minoranze etniche arrivavano nei campi di sterminio, le SS selezionavano immediatamente chi doveva vivere o morire: chi è sopravvissuto non può certo dimenticare.

Non si trattava di un piano limitato, di una settoriale manipolazione di una verità che, se attuata sporadicamente in località deserte, avrebbe anche potuto essere nascosta e quindi ignorata dalla popolazione circostante. No, non era così, non fu mai così, fin dalla costruzione del campo di concentramento per dissidenti politici ed ebrei tedeschi nel 1934 a Buchenvald: 11 anni di silenzi, di disattenzioni, di cristiana noncuranza, perpetrati su milioni di persone che avevano la sola colpa di non essere accettati da una parte consistente di loro simili, nell’assoluta indifferenza di un mondo complice, che non voleva sapere e quindi  rimediare agli orrori.

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Non si è voluto cercare, in quegli anni, dove la gente sparita dalle loro case, fosse stata portata dai nazisti, con assoluta indifferenza quasi nessuno provò a farsi carico di un sussulto di dignità, di provare a capire, tentare di pensare, nulla. Non possiamo noi oggi ricordare la Shoah, senza cercare di capire cosa veramente volessero gli europei, colpevoli di tale vergognoso silenzio.

“Mors tua, vita mea”, recita un antichissimo adagio latino, che forse più della paura dei totalitarismi e dittature dell’epoca, fu causa di uno sterminio di massa che ci fa vergognare ancora oggi.

Quando leggo delle leggi razziali in Italia, ad esempio, mi chiedo quale e quanta protesta, gli accademici delle università delle nostre città, misero in atto per difendere gli insegnanti ebrei ai quali venne vietata la cattedra, come mi domando, quante corporazioni di industriali si indignarono, nel momento in cui i loro colleghi vennero privati di tutti i beni e deportati, e quanti, tra commercianti ed imprenditori mossero un dito verso le autorità di allora, per evitare che molti lavoratori ebrei chiudessero le loro attività nel nome di un Manifesto della Razza che non era molto dissimile dal pensiero subito da chi, ritornata la pace, si trasferiva dal sud per lavorare nelle grandi città industriali del nord Italia, dove appesi a molti alloggi sfitti, poteva leggere "non si affitta a meridionali”.

Il razzismo non ha colore ne età. Comprendiamolo!

Quando un ebreo perdeva i diritti ed il lavoro, questi ultimi erano a disposizione di tutti coloro, italiani e non, che felicemente occuparono i posti lasciati liberi dagli ebrei deportati o solo allontanati con tutta la famiglia: pochi furono i docenti universitari e gli insegnanti delle scuole dell’obbligo a non approfittare della situazione, come molti commercianti italiani e non, che si accaparrarono gratuitamente le attività commerciali ebree e così via in ogni settore lasciato forzatamente libero dalla “razza inferiore”.

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La storia moderna e contemporanea incolpa di tutto questo i dittatori di allora, ma dimentica che un dittatore è un uomo solo e isolato, che ha sempre bisogno di del supporto umorale della stragrande maggioranza della popolazione di cui è alla guida, quindi l’artefice primo di una guida politica, ma assolutamente bisognoso di un popolo che lo sorregga.

Paura o complicità?

Questo è il punto controverso sul quale ancora oggi non si discute, approfondendo i tanti problemi e quesiti che tale tragedia avrebbe invece meritato, una mancata grande attenzione, ponendo così le basi per altri genocidi che abbiamo vissuto con sgomento ed indifferenza assieme, negli ultimi 80 anni nel mondo.

Dal 2005 si celebra il Giorno della Memoria, individuato nella data in cui il mondo scoprì Auschiwtz, mentre il 10 febbraio di ogni anno viene ricordata la tragedia delle foibe, celebrazione istituita nel 2004 in Italia, ma molti altri olocausti minori non vengono mai ricordati, secondo il mio modesto parere, in modo dignitoso e significativo.

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L’episodio piu’ terribile che abbiamo vissuto in diretta, almeno le persone della mia generazione, è senza dubbio il massacro di Srebrenica nel territorio della Boznia Erzegovina, un vero e proprio genocidio voluto e pianificato dal 6 al 25 luglio del 1995. Sotto gli occhi di tutto il mondo, comprese le forze ONU.

La nostra era un’estate calda e noiosa, scandita da un futile benessere che aveva avvolto con tutte le sue contraddizioni, il nostro Paese, sull’onda di una rinnovata ma cialtrona e ruspante classe politica, nata dalle ceneri di Tangentopoli, e da un fervore democratico irrealistico, dopo la caduta del muro di Berlino alcuni anni prima, nel 1989.

Iniziava in quel frangente la politica che noi identifichiamo oggi  “buonista”, un coacervo di buone intenzioni portate avanti da portaborse promossi a leader, premiati ingiustamente da un repulisti politico, del quale un giorno forse la storia poi ci dirà fino a che punto corretto, realizzato dalla  magistratura italiana, in particolare contro i tradizionali partiti moderati italiani, rei di aver fatto bene i loro interessi privati e male quelli pubblici.

Pochi sapevano delle tragedie umane che si stavano consumando ad una manciata di chilometri dal confine italiano, lo sfaldamento della Jugoslavia come Stato e per appartenenza etnica, a molti sembrava più un fatto folkloristico, supportato anche da informazioni incerte ed approssimative, ma quel giorno in cui la televisione mise in onda un servizio giornalistico che riguardava alcuni giovani bosniaci, scaricati da un camion militare e buttati a terra con le mani legate, pesti e sanguinanti, con il terrore stampato nei loro visi, scaraventati in un fossato a pancia in giù, in attesa di essere giustiziati, ebbene quel giorno ho pensato che della grande tragedia del’Olocausto, il mondo non aveva capito nulla. Il servizio televisivo fu interrotto nel momento in cui le prime raffiche di mitra iniziarono a spezzare quelle giovani ed innocenti vittime, un attimo dopo aver sentito le grida strazianti di chi veniva così brutalmente eliminato. Non lo dimenticherò mai.

In quei giorni di luglio, in una Europa impegnata a soddisfare il bisogno di vacanza di milioni di lavoratori e dirigenti, i pensieri di tutti noi, erano rivolti e consumati al mare ed in montagna, venivano prima l’ombrellone e la balera, e si chiudevano gli occhi su quello che avveniva ad un alito di distanza.

In un piccolo centro della Bosnia Erzegovina, il criminale Ratko Mladic, già protagonista dell’assedio di Sarajevo, al comando di reparti paramilitari chiamati “scorpioni”, in appoggio all’esercito regolare della Repubblica di Serbia ed Erzegovina, sconfinò militarmente in una zona protetta sotto la tutela dell’ONU, garantita da un contingente militare olandese dell’UNPROFOR, che rimase totalmente inoperoso e fece da spettatore al prelevamento forzato di migliaia di bosniaci musulmani dalle loro case e gruppi di persone esterne alla città, ma che avevano sperato di trovare rifugio sotto le ali del contingente ONU, che avrebbe dovuto proteggerli.

Entrati in città nella giornata dell’11 luglio, i mercenari di Mladic presero tutti i maschi dai 12 ai 77 anni, dividendoli dai restanti famigliari, tanto che sul luogo rimasero solo bambini, donne ed anziani. Per alleggerire la tensione verso il comandante del contingente olandese dei caschi blu, incaricato a proteggere la popolazione locale, Thom Karremans, Ratko Mladic, riferì allo stesso che i prigionieri sarebbero stati solo interrogati: invece, dopo essere stati catturati con la forza, tutti i civili bosniaci di religione musulmana, furono giustiziati e sepolti in fosse comuni.

Il resoconto parziale, perchè in questi casi non esistono purtroppo certezze sui numeri, parla di oltre  8.000 giovani ed adulti massacrati: tutto sotto gli occhi di una Europa silente ed immobile.

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Srebrenica: tutti sapevano ma nessuno parlò

Anche all’epoca tutti sapevano ma nessuno parlò, come ci fu indifferenza sul genocidio di popolazioni civili nell’Iraq di Saddam, avvelenate da gas tossici lanciati su interi villaggi rurali nel 1988 dal suo accolito, passato alla storia come “Alì il chimico”. Assoluto silenzio dei media di allora sul massacro dei Tutsi  ad opera dei rivali di etnia Hutu, nel 1994 con cifre che oscillano tra i 700.000 ed 1.000.000 di morti, passato alla storia come genocidio del Ruanda.  Per non parlare dei più recenti drammi in Siria, con centinaia di migliaia di morti tra la popopolazione e gli eserciti impegnati in questo conflitto dal 2011 e che ha già provocato circa 7.000.000 di rifugiati, passando attraverso le ultime vicende sulla situazione afgana ove il fallimento militare occidentale è stato a dir poco imbarazzante, arrivando a quelle centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini costretti a scappare via mare dal Nord Africa, lasciando tra le onde del mare migliaia di morti di cui non conosceremo mai il nome.

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Noi  “persone civili”, pensiamo di lavarci la coscienza ricordando solo l’Olocausto, ma questo non ci autorizza a dimenticare tutto quello che è capitato in questi ultimi anni, in luoghi anche assai vicini a noi, con la stessa indifferenza con cui all’epoca del genocidio degli ebrei e minoranze etniche, le “persone civili” dell’epoca chiusero occhi ed orecchie, per non sentire, guardare e quindi, in sostanza per dire un giorno,”non sapevo”.

Primo Levi disse una frase molto eloquente a proposito dell’Olocausto ebreo: "dietro ad ogni ebreo salvato c’è un eroe, ma dietro ogni ebreo morto c’è un vigliacco".

Se desideriamo dare un futuro ai nostri figli, dobbiamo vedere, ascoltare e parlare, altrimenti saremo consegnati  alla storia come muti e compiacenti complici di crimini che ognuno di noi ha il dovere di denunciare, semplicemente perchè un giorno colpiranno anche noi.

Forse in questo modo, essendo uomini ora, eviteremo di leggere in futuro un libro, dove un sopravvissuto si porrà la domanda “Se questo è un uomo”.

Credits: www.wikipedia.org 

 
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