Dom, 14 Giu, 2026

Dall'Hermitage alle cucine piemontesi dei Savoia: storia e leggenda dell'insalata russa

Dall'Hermitage alle cucine piemontesi dei Savoia: storia e leggenda dell'insalata russa

La festa più bella dell’anno si avvicina, portando con sé quell’atmosfera sospesa che profuma di attesa, di luci, di tavole apparecchiate con cura e di riti che si ripetono immutati nel tempo. È il momento in cui ogni famiglia rispolvera le proprie tradizioni, e in cui i sapori diventano custodi di memoria. Tra questi, uno dei protagonisti immancabili delle feste, semplice, colorato e capace di evocare ricordi.

Tra i piatti che rendono speciali le feste – ma che trovano spazio sulla tavola anche in altre occasioni – spicca l’insalata russa. Sulla sua origine circolano numerose ipotesi, rese ancora più complesse dalla grande varietà di ricette con cui viene preparata nei diversi Paesi.

Un piatto aristocratico… o molto più antico?

La teoria più accreditata fa risalire l’insalata russa alla seconda metà dell’Ottocento, quando il cuoco francese Lucien Olivier, alla guida delle cucine dell’elegante ristorante Hermitage di Mosca, creò un piatto destinato a diventare celebre: l’“Insalata Olivier”. La preparazione originale era ben diversa da quella odierna: pernici, patate lesse, uova sode, cetrioli sottaceto, tartufi neri, gamberi di fiume, cubetti di gelatina e sottaceti, tutti legati da una salsa ricca e segreta.
Il successo fu tale che la ricetta venne pubblicata su prestigiose riviste gastronomiche, contribuendo alla sua diffusione internazionale.

Secondo altri studiosi, però, l’idea dell’insalata avrebbe radici ancora più lontane. Nel Cinquecento, quando Caterina de’ Medici si trasferì in Francia, i suoi cuochi avrebbero creato per lei una pietanza che le ricordasse la cucina italiana, dando vita a una preparazione che si diffuse poi in tutta la nazione. In questa versione, dunque, il piatto avrebbe un’origine italiana, probabilmente piemontese.

Un altro racconto lega la nascita del nome alla visita dello zar in Italia alla fine dell’Ottocento: il cuoco di corte avrebbe ideato un piatto a base di ortaggi – patate e carote – tipici della cucina russa, legati da una crema bianca che evocava la neve. In onore dell’illustre ospite, la pietanza sarebbe stata chiamata “insalata russa”.

La ricetta oggi

Va detto che l’insalata russa come la prepariamo in Italia ha spesso ben poco in comune con quella diffusa in Russia. Secondo un’ulteriore ipotesi, infatti, il termine “russa” non indicherebbe la provenienza geografica, ma deriverebbe dal servizio alla russa, modalità in cui tutte le portate venivano disposte contemporaneamente sulla tavola.

La ricetta contemporanea vanta una moltitudine di varianti regionali e familiari. Alla base – patate, carote, piselli e maionese – si aggiungono spesso uovo sodo a cubetti, pollo, prosciutto cotto, tonno, capperi, acciughe o sottaceti, a seconda delle tradizioni.

La preparazione è semplice: si lessano le verdure in acqua salata, preferibilmente nella stessa pentola, e una volta raffreddate si condiscono con un filo d’olio, qualche goccia di aceto e abbondante maionese.

Un ricordo personale

L’insalata russa è sempre stata uno dei piatti simbolo del mio Natale da bambina. In famiglia la preparavamo con le verdure dell’orto estivo conservate con cura, barbabietola (la “insalata rusa”) e uova sode. Le uova venivano utilizzate anche per preparare la maionese, mentre a me spettava il compito più divertente: decorarla.

Ed è proprio la decorazione a rendere l’insalata russa così versatile. Servirla semplicemente sarebbe quasi banale: basta un po’ di fantasia per trasformarla in un piatto invernale per le feste di fine anno, pasquale o persino estivo.
Perché, come sempre in cucina, la tradizione è un punto di partenza: poi la creatività fa il resto.

«Non ti auguro un dono qualsiasi, | ti auguro soltanto quello che i più non hanno. | Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere; | se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa. | Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, | non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri. | Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre, | ma tempo per essere contento. | Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo, | ti auguro tempo perché te ne resti: | tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guardarlo sull’orologio. | Ti auguro tempo per guardare le stelle | e tempo per crescere, per maturare. | Ti auguro tempo per sperare
nuovamente e per amare. | Non ha più senso rimandare. | Ti auguro tempo per trovare te stesso, | per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono. | Ti auguro tempo anche per perdonare. | Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita»
. (Elli Michler)

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